Campovolo 2.011, una festa per i fan

 

Ancora una volta mi avventuro nel territorio che non è di mia competenza. Ancora una volta vi racconto un concerto scrivendo. E’ il tanto atteso “Campovolo 2.011” che vi voglio raccontare. Di quanto sia stato bello, di quanto sia stato emozionante e di come sia, purtroppo, finito nel peggiore dei modi. Ma andiamo con ordine.
Con la mia classica organizzazione e i miei irrefrenabili impulsi masochisti, sono nella metro B di Roma alle ore 06.00 e sul Frecciargento Roma-Bologna alle ore 06.47 (e m’è andata di lusso considerando che l’idea originaria era di partire sei ore prima!), poi un piccolo trasbordo sul regionale per Reggio Emilia e, poco dopo le 09.00, sono in una città completamente addobbata e organizzata per l’evento al quale mi apprestavo a partecipare. Una cosa incredibile. Era come se ognuno dei 25.000 abitanti di Correggio si fosse attivato per l’evento. Alcune cifre, per farvi più o meno capire: 400 sanitari di cui 300 volontari smistati in squadre facenti riferimento a cinque ponti medici e con cinque ambulanze, 500 operatori di Polizia, 30 unità dei Vigili del Fuoco e 180 agenti della Polizia Municipale (di cui 70 doppioturnisti). Senza contare il resto del personale: da quello ”all’interno” dell’evento (operatori degli stand, tecnici, volontari), a quello all’esterno (personale dei punti informazione smistati per tutta Correggio, personale della stazione, bus navetta, etc.). Incredibile! Esco dalla Stazione e mi accorgo come sia impossibile perdersi. Nel senso che ovunque andavo era indicata la direzione da seguire per arrivare al Campovolo con cartelli, fogli di carta appiccicati qua e là, info-point, etc. E infatti, per una volta, non mi perdo! E arrivo intorno alle 10.30 in questo sterminato campo adibito, per un giorno, a grande città per i fan di Ligabue. Numerosi gli stand della “Liga Street”, stradone cementato fulcro del “Liga Village” e diviso dalla zona concerti tramite una rete metallica. Oltre gli ovvi banchetti del merchandise, molte le postazioni degli sponsor (tra i quali l’immancabile stand della “Control” con l’immancabile preservativo in regalo), ma non solo! Un grande capannone, adibito a negozio di dischi in vinile, raccolte in CD, poster e quant’altro, e un altro, esattamente di fronte a questo, agghindato a ‘museo ligabuiano’ con esposte chitarre, foto e ‘abiti storici’. Se state pensando che tutto questo sia stata un’idea di Luciano: è uno dei suoi tanti picchi di assurdità che si sono visti in questi ultimi anni.
Se state pensando sia stata un’idea dell’organizzazione in sé: non potete non pensare che siano dei dannati (e infamissimi) geni del male. Bene. Dopo essermi fatto quattro risate davanti all’esposizione del gilet grigio usato da Ligabue durante il suo ultimo tour degli stadi, mi avvicino all’entrata dell’effettiva zona concerto e, incredibilmente, in meno di un’ora sono dentro. Il posto è veramente sterminato (1000x300m) e, credetemi, non avevo mai visto tante persone messe assieme! Arrivato a sera ovunque mi giravo vedevo solo teste umane. Ora ho capito cosa s’intende per ‘mare di gente’. La fine della mattinata e del pomeriggio passa piuttosto serenamente.
L’attesissimo caldo straziante non si fa poi così tanto attendere e dalle 13.00 in poi diventa veramente insopportabile. Ho sentito molte persone che, prima e dopo il concerto, si sono lamentate per la “poca cura” con la quale l’organizzazione ha considerato la situazione accaldata, scomoda e affaticata delle persone accorse al concerto. Ne parleremo poi. Alla fine, tra fischi, pernacchie e un po’ di sacrosanto venticello emiliano, si arriva alle ore 17.00 e il palco si mobilita un po’. Dopo una breve mezz’oretta di DJ Set Rock by LigaChannel e un paio di pezzi suonati dagli Orazero (primissimo gruppo di Ligabue subito precedente alla sua scelta solista), eccoci arrivati all’esibizione delle band finaliste del contest di Campovolo 2.011. Per chi non lo sapesse, in breve, le cinque band erano le ‘selezionatissime’ tra le diverse migliaia di altre che avevano partecipato al concorso proprio per suonare come opening-act al Liga.
Ora, mettiamo anche che la parte ‘professionale’ del mio cervello si fosse fritta nelle sette ore di caldo africano al Campovolo, mettiamo che non avevo dormito nulla ed ero stanco, ma, ragazzi, veramente, cinque band inascoltabili! Anzi, se vogliamo proprio essere sinceri tre. Perchè alla fine della seconda mi sono addormentato per lo sconforto e mi sono svegliato in tempo per l’ultima. Buona parte della colpa credo vada all’audio che, ovviamente, andava e veniva con i suoni completamente a caso. Perchè ovviamente? Perchè sì. Perchè un’opening-act (che tra l’altro ha partecipato a un contest) è ovvio che non serva solo da apertura, ma che sia, soprattutto, una prova fisica dei suoni. E’ una tristezza, ma è così. Rimane comunque il fatto che suonare davanti a 120.000 persone non è affatto uno scherzo e passare una selezione, a livello nazionale, tra migliaia di band non è per niente facile. Quindi i miei più sentiti complimenti per questo. Ma rimane il fatto che non mi sono piaciuti per niente. Comunque sia, dopo l’ultimo gruppo proposto (direttamente) da “MTV new generation”, un altro DJ Set Rock, stavolta by RDS, e siamo arrivati alle 20.30. In tutto ciò io ero passato dal mio bel posticino dietro le seconde transenne (che in breve sarebbe diventato un inferno di maglie sudate e spintoni) a un posto bello largo e arioso subito davanti a quelle stesse transenne. Come? Non lo so. So solo che a un certo punto ho visto gente che correva ed entrava in questa fantomatica ‘Area 1’, mi sono aggregato et-voilà! Ero trenta metri avanti e molto largo, per di più! Sì, ok, non vedevo nulla in realtà.
Solo i maxi schermo sul palco. Ma tra 120.000 persone, in tutta sincerità, non pensavo affatto di arrivare a meno di 50-80 metri dal palco! Anzi, in realtà credo di essere stato molto fortunato a essere dove ero. Comunque sia, dopo sto grande regalo di Fortuna, s’erano fatte le 21.30 circa. Ed ecco accendersi gli schermi. Ed ecco il classico countdown. Ed ecco la presentazione che, devo dirlo, è stata molto figa! Fondamentalmente niente di che: dopo una breve cascata da satellite fino al Campovolo, un velocissimo commento di tutti coloro che da lì a pochi minuti avrebbero accompagnato Ligabue sul palco. La cosa bella e, posso dirlo da fan, terribilmente romantica è che c’erano (e ci sarebbero stati) proprio tutti! Nell’ordine in cui entrarono nella vita dell’artista Luciano Ligabue, così salgono sul palco. Subito dopo Questa è la mia vita, pezzo con cui apre il concerto accompagnato da Il Gruppo (la formazione che dal 2010 lo accompagna), Un colpo all’anima e tanti altri che, sinceramente, non ricordo (scusate, ma col cervello ci stavo poco). Ospite di questo primo set di canzoni (e in seguito anche dei successivi) è Corrado Rustici, il vero artefice del nuovo e modernissimo sound di Ligabue, che si dimostra un ottimo chitarrista. Poi, d’un tratto, ecco salire sul palco il grandissimo, e ultimamente onnipresente, Claudio Maioli. Camicia, borsalino e sigaro per giocare alla slot. Inserisce una moneta, tira giù la leva e magicamente appaiono sullo schermo le facce dei ClanDestino: segnale che, ora, comincia il concerto vero, quello che volevo vedere!
Tanti i pezzi che non gli avevo mai visto fare su un palco, tanti i pezzi che, addirittura, non sento da tanto, a partire dalla I duri hanno due cuori, scelta, a quanto pare, anche questa tramite un sistema di votazione sul web. Personalmente: decisamente emozionante! Altra bella sorpresa sono stati i due pezzi inediti che ci ha presentato. Il primo, M’abituerò, è il grande escluso (a mio parere) di Sopravvissuti e Sopravviventi (1993). Il sound sembra più simile a quello di oggi che a quello di allora. Il testo, ce lo dice Ligabue stesso, parla di un amore andato, di una donna perduta. Molto bello, decisamente! Il secondo, Sotto bombardamento, figlio illegittimo di Buon compleanno Elvis (1995), credo sia un bene non sia diventato la quindicesima traccia. Musicalmente un po’ spompo (come il buon Liga direbbe), il testo non m’ha entusiasmato. Insomma, mie impressioni, ma non m’è piaciuto un granché! Altra cosa bellissima: le acusticate! Bellissime ed emozionantissime suonate in coppia fissa con l’immenso Mauro Pagani (che cambiava strumento ogni due secondi e mezzo): Ho ancora la forza, Il giorno di dolore che uno ha e Buonanotte all’Italia. E qua la classica scena che mi fa dire veramente ‘buonanotte’ a st’Italia. Quando il centro dell’evento non è più l’artista, ma è lo schermo e su di esso appaiono, una per una, le immagini di decine di grandi italiani che ci hanno dato, nelle diverse epoche, un po’ di ‘bello’, un po’ di speranza. Uomini comuni, politici, uomini di stato, musicisti, poeti, scrittori, attori, comici. La cosa triste e che mi fa dire veramente ‘buonanotte’ a st’Italia è che venivano applauditi e riconosciuti solo determinati personaggi, quelli conosciuti un po’ da tutti, quelli che ‘la foto almeno una volta la devi aver vista’, anche se non sai chi è. Per dire, Sofia Loren e Rino Gaetano (che, con tutto il rispetto, hanno fatto la storia d’Italia, ma in parte) non sono stati un granché applauditi. Il che m’ha fatto pensare.
Comunque, dopo questo breve momento di depressione, ancora Maioli che sale sul palco. Altro giro di slot e appaiono i faccioni de La Banda che ci regalano i pezzi di maggior successo del buon Liga: da Vivo morto X a Viva, da Certe notti a Tra palco e realtà. E’ questo il vero momento di aggregazione. Qua ci siamo sentiti tutti uno. E, obiettivamente, è stata una gran figata! Infine ancora Il Gruppo sul palco, ancora le canzoni di una vita: ancora ballare su A che ora è la fine del Mondo, ancora stupirsi davanti allo spettacolo di costellazioni e supernova su Piccola stella senza cielo, ancora perdere la voce su Urlando contro il cielo. Affida il primo bis a Il meglio deve ancora venire, raccomandandoci di procreare su tra le tende o in macchina, raccomandandoci di espandere la bellezza di quella sera, raccomandandoci di continuare a credere nella speranza di un futuro migliore e “di dire, a quelli là, che il meglio – perlappunto – deve ancora venire”. Il secondo bis è tutto di Taca Banda, dove suonanti sfilano tutti coloro che hanno partecipato, strumento in mano, a questa fantastica serata. Una cosa che non credo risuccederà troppo presto vedere i ClanDestino, La Banda, Il Gruppo, più Pagani e Rustici suonare tutti assieme, sullo stesso palco, la stessa sera. O no? Campovolo 2.011 termina con un lungo doppio inchino di queste (circa!) quindici persone e con la migrazione di altre (circa!) 120.000 verso le tende, la Stazione o le auto.
Ed è proprio verso le auto che si è accasciato Antonio Casula, 29 anni di Bagnolo San Vito ma di origine sarda. Una crisi d’asma, ma è ancora tutto da accertare. Secondo gli amici, che non riuscivano a chiamare i soccorsi causa segnale altalenante dei telefoni cellulari, la prima ambulanza non si sarebbe fermata, avrebbe avuto un’altra urgenza. Poco più di un quarto d’ora di viaggio fino al primo ospedale non è stato sufficiente e dopo un primo tentativo di rianimazione Antonio se n’è andato. Subito si sono scatenate le polemiche, subito le accuse, subito ogni cosa che alzi un gran bel polverone e che faccia aprire le bocche luride di tante persone. Un commento, breve, lo voglio fare anch’io. La morte di Antonio, come tutte, è stata una cosa terribile, soprattutto se si pensa che si sarebbe potuta evitare. E’ vero, si sarebbe potuto mettere più personale. E’ vero, si sarebbero, forse, potuti raddoppiare gli idranti per rinfrescare la gente nel mezzo della calca. E’ vero, l’acqua si sarebbe potuta far vendere a meno dagli ambulanti o, addirittura, la si sarebbe potuta dar gratis a tutte quelle persone nel mezzo. Ma è anche vero che un concerto rimane un concerto: è stancante, è sudato, è caldo, è polveroso e nessuna organizzazione, neanche la migliore del Mondo, può evitare ciò. Non mi ritengo un esperto mondiale di eventi come questo, tantissime persone hanno partecipato a cose più grandi. Ma centoventimila persone non saprei immaginarle neanche ora. Voi vi immaginate decine di migliaia di persone che vi stanno avanti, dietro, a sinistra e a destra? Io no. E’ per questo che ho accantonato l’idea di stare nel mezzo (cosa che adoro) e ho abbracciato quella del ‘vedere da lontano, ma stare sereno’.
Concerti così non sono uno scherzo e la migliore organizzazione del Mondo non può evitare certe cose. Non voglio dare le colpe a nessuno, assolutamente. E’ stata una tragedia e come tale bisogna prenderla. Ma, ripeto, 120.000 persone non sono uno scherzo. Certe cose bisogna prenderle con serietà, soprattutto se non si tratta solo di fatica fisica ma di rischio fisico serio. E’ stata una grande festa finita in tragedia. Spero il sistema di eventi italiano e l’Italia musicale impari due lezioni da Campovolo 2.011: eventi da 100.000 e più persone si possono fare, ma non sono uno scherzo.

Con questo chiudo, alla prossima ragazzi!
G.F

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