Bob Dylan | la prima serata all’Auditorium

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Bob Dylan è in Europa per una tournée speciale e, per l’occasione, è passato anche in Italia, per ben nove date. Quella dello scorso martedì a Roma, all’Auditorium Parco della Musica, è stata la prima di questa serie e, soprattutto, è stata l’occasione per toccare con mano una leggenda vivente.

Quando le luci in sala si spengono (ore 21 in punto, alla faccia del divismo) e lì, sul palco, si inizia a scorgere la sua figura, si fa quasi fatica a credere di averlo davvero davanti a sé, Bob Dylan. E dire che di concerti in giro per il mondo ne fa tantissimi – quasi ininterrottamente – e che in Italia (e a Roma, in particolare) mancava da soli tre anni. Eppure, dicevamo, quando le luci in sala si spengono, per quella che è la prima delle nove date che segnano il ritorno del menestrello in Italia, trovarselo lì, arroccato dietro al suo pianoforte, è un colpo al cuore.

Dylan il poeta, il letterato rinnegato, l’ispiratore di carriere intere, il più importante cantautore di sempre è lì, sul palco del Parco della Musica. La sensazione iniziale, neanche a dirlo, è di algidità, ai limiti del disagio. A poco serve l’accoglienza calorosissima e famigliare del pubblico, con una standing ovation che è in primis una prova d’affetto. Lui è troppo e troppe sono le leggende che girano sul suo conto, che precedono, susseguono e permeano la sua enorme musica e la sua instancabile attività dal vivo: Dylan lo stronzo, l’introverso, lo schivo; Dylan che dal vivo stravolge tutti i suoi pezzi per rendendo i suoi live persino difficili da seguire, Dylan che non suona mai i classici perché annoiato, che va contro le aspettative del pubblico perché, se ci si pensa, è così che dovrebbe fare un cantautore. Bob Dylan insomma, menestrello da libri di storia e Premio Nobel, altroché.

La ricetta prevede una scenografia semplice ed essenziale, con fari e lampade a creare un’atmosfera intima e suggestiva, uno spettacolo ormai collaudato e soprattutto lui, dietro al pianoforte, chiuso nella sua musica. Non parla, non comunica col pubblico, non saluta, non ringrazia. Un pezzo dopo l’altro, dall’opener “Things have changed” fino al momento altissimo di “Desolation Row”, passando anche per due cover di Frank Sinatra, è una discesa densa e viva nel suo repertorio, suonata al millimetro con una band elegantissima e in cui non mancano neanche i classici attesissimi e sempre chiesti a gran voce, come Highway 61 revisited.

Pezzo dopo pezzo lui continua imperterrito, non si prende pause, non parla, qualcuno si lamenta persino del fatto che non ci sia empatia col pubblico. Non serve: Dylan, che sul palco a primo impatto sembra impassibile, da sempre ha scelto di comunicare nel modo più esatto possibile, cioè attraverso la sua musica. Con buona pace di tutti quanti. L’empatia c’è tutta e viaggia sulle ali dei suoi pezzi, pietre angolari della musica mondiale che il menestrello per primo rimette sempre in discussione in ogni occasione, in un tripudio che arriva fino ai bis attesissimi di “Blowin’ in the wind” e “Ballad of a thin man”.

Con Dylan – più che con chiunque altro – un concerto su un palco come quello del Parco della Musica è l’occasione per entrare a contatto direttamente con la sua musica, senza i preconcetti e le sovrastrutture che il suo mito inevitabilmente continua a generare. Spogliato di orpelli e leggende metropolitane, tutto si riduce al menestrello e ai suoi musicisti, per uno show pulito e suggestivo, dove a parlare è, com’è logico che sia, solo e soltanto la musica di Dylan, autentica protagonista della scena, talmente grande che al suo cospetto talvolta sembra eclissarsi persino il menestrello stesso.

L’impressione, dopo le quasi due ore di set, è quella che il cantautore americano abbia ancora tantissimo da dire, tantissimo da dare e che, per questo, non ci si trovi di fronte all’ennesima tournèe-pensione tanto in voga fra tanti suoi colleghi. Sotto quelle luci, dietro al pianoforte, è tutto vivo come quarant’anni fa. A lui il segreto dell’eterna giovinezza artistica, a noi, che eravamo lì presenti, una sola certezza: stasera, l’importante era esserci.

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