Live Report: PLACEBO @ ROCK IN ROMA

I Placebo, puntualissimi, salgono sul palco mentre delle note di sintetizzatore interrompono la musica di sottofondo e le luci si spengono. Sono le 21:45 e il pubblico è già in piedi ad aspettare Molco e la sua banda, dopo aver assistito a una esibizione non particolarmente coinvolgente dei LA (rock soft con qualche influenza folk). Tra la folla si vedono facce molto diverse tra loro, ma ci si rende conto presto del fatto che, in generale, la gente accalcata sotto il palco di Rock in Roma appartenga essenzialmente a due categorie: darkettoni, che si aggrappano alla vena emo (ormai praticamente sparita) di alcuni testi dei britannici, e alternativi nostalgici dDSC_0075 copiai quegli anni novanta in cui i Placebo hanno mosso i primi passi. Una fan fedele alla linea sopra i quaranta, accanto a me, collassa prima che il concerto inizi; la cosa mi fa pensare al fatto che, comunque, è passato del tempo da quella volta in cui Brian lanciò la chitarra contro l’amplificatore in diretta TV a San Remo, tanto tempo dalla spontanea ribellione giovanile di brani come Teenage Angst. In fondo, è più vicino il 2030 che non il 1998, anno in cui per la prima volta cantavano Pure Morning ancora rivestiti di quella pessimistica visione delle cose che li ha sempre accompagnati, visione che negli anni ha assunto forme diverse fino a mutare quasi del tutto.DSC_0055 copia
Salgono sul palco, tutti vestiti di nero (tranne Steve, che picchia la batteria a torso nudo), accompagnati dalle note di sintetizzatore di “b3”, sparate a volumi da denuncia penale, e bastano pochi secondi per avere chiaro che cosa ci si trova davanti: l’effetto magnetico sulla folla è immediato, la voce di Molco prende per mano gli spettatori e li coinvolge in un valzer di un’ora e venti in cui un migliaio di persone si muove all’unisono, attraversato dalle note e dalle parole senza che ci sia un errore o una nota fuori posto. Qualcuno ha gli occhi chiusi, qualcuno non si muove, qualcuno si lascia andare, tutti uniti nel trasporto di un sound pesante, che porta a fondo. D’altronde, come ci ricordano i Simpson con chiarezza lapalissiana, “deprimere i teenagers è come sparare ai pesci in un barile“.
Le luci trasformano presto Rock in Roma in una discoteca, la carica trasmessa dai musicisti sorprende anche chi, come me, sperava in uno spettacolo più alla Battle for the Sun che alla Loud Like Love. Non si fermano neanche per un secondo, in un vortice che fonde battiti elettronici, distorsori a manetta, ritmi al limite del punk e frequenze basse che fanno vibrare il pavimento, tralasciando molto di quell’elettronica quasi tecno che attraversa per intero l’ultimo disco, e sostituendola con sonorità decisamente più rock e distorte. Anche brani come Space Monkey e Exit Wounds, che per come sono stati registrati non stonerebbero in una discoteca qualsiasi, dal vivo si trasformano e assumono la forma di canzoni rock vere e proprie, tra distorsioni altissime e colpi di batteria che coprono il suono degli aerei che atterrano a Ciampino.
La scaletta:

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b3
For What It’s Worth
Loud Like Love
Allergic (to Thoughts of Mother Earth)
Every You Every Me Without You I’m Nothing
Scene of the Crime
A Million Little Pieces
Rob the Bank
Too Many Friends
Space Monkeyn
One of a Kind
Exit Wounds
Meds Meds
Song to Say Goodbye
Special K
The Bitter End

Begin the End
Running Up That Hill (Kate Bush cover)
Post Blue
Infra-red

 

Si arriva alla fine con un senso di coinvolgimento che non ci si aspettava, ancora rapiti da una chiusura orchestrata alla perfezione, e il sentire quelle parole mandate a memoria dopo tantissimi ascolti, lanciate verso il cielo in quello che sembra un concerto da non dimenticare.DSC_0066 copia

Sul palco si vedono più chitarre di quelle che sono apparse all’ultimo Roma Brucia (solo Brian ne cambia 6), gestite alla perfezione anche da chi sta dietro ai mixer di palco e di sala: i suoni, e non è una cosa automatica, prendono forma alla perfezione, nitidi, precisi anche nelle distorsioni più spinte. Uno spettacolo notevole, senza dubbio. Peccato solo per la poca gente, che riempiva giusto metà dello spazio disponibile.
Mentre esco, camminando piano insieme a tutti gli altri, penso che, sì, è passato tanto tempo da quei momenti, e si è perso qualcosa che esercitava un irrimediabile fascino sul pubblico affezionato dei Placebo. Forse l’espressione confusa e rabbiosa di quel ragazzo minuto, vestito e truccato da donna, che lanciava senza filtri tutto quello che aveva dentro, verso un gruppo di ubriachi in un locale semi vuoto, a Londra o chissà dove. E penso, sorridendo tra me e me, che quell’espressione, anche se nascosta dagli anni e dalla plasticità dei nuovi brani, ce l’ho avuta davanti per tutto il concerto.

Stefano Bottero

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