The Soft Moon + The Handsome Family live @ Monk Club

The Handsome Family_The Soft Moon_Monk Club

11 ottobre 2015: una domenica che non t’aspetti. Non tanto per l’assenza del campionato di calcio in pausa per gli incontri nazionali, ma per motivi prettamente musicali. Il Monk infatti piazza una accoppiata live davvero notevole e a primo acchitto sorprendente. Parliamo infatti del concerto The Handsome Family e The Soft Moon.

Più diversi di così si muore!” direte subito appena letti i due nomi o viste le foto che li raffigurano; eppure, andando a scavare oltre la veste sonora non dovreste notare troppe differenze. A livello musicale i gruppi appartengono a emisferi completamente opposti: Handsome Family sono superbi alfieri dell’America country fatta di autostrade solitarie e serpenti, polvere e whisky, paludi e tutti gli elementi rappresentativi del Southern Gothic. Se li hanno scelti per la sigla della prima stagione di True Detective un motivo ci sarà!

The Soft Moon invece è un progetto nato a Oakland (California) dall’anima oscura e tormentata di Luis Vasquez: un abisso dark wave in cui synth demoniaci e claustrofobiche atmosfere elettroniche hanno fagocitato tre dischi uno più bello dell’altro, imponendo il nome della band alla ribalta internazionale.

Il sole asfissiante dell’Illinois degli Handsome Family VS la notte fredda e torva dei Soft Moon. Eppure, superato l’evidente distacco di produzione musicale, i due gruppi narrano di realtà inquietanti e sofferte. Gli Handsome Family rifacendosi alla tradizione del genere sono cantastorie di crimini foschi utilizzati per mostrare oscure parabole umane mentre i Soft Moon tagliano di netto il contatto con il mondo circostante per urlare direttamente ossessioni e tormenti interiori, molto spesso quelli di Vasquez in prima persona. Se gli Handsome Family sono un thriller violento con intense pennellate malinconiche, i Soft Moon sono un horror senza un solo raggio di luce: guardate il video di “Deeper” e ve ne farete un’idea. Concludendo: nonostante le palesi differenze, a mio parere i gruppi sono accomunati dalla bravura eccelsa e dalla capacità di raccontare senza troppi fronzoli i cuori di tenebra della nostra tormentata umanità.

Detto ciò, sono le 20:30 di questa strana domenica datata 11 ottobre e gli Handsome Family sono già sul palco. Sulla sinistra Miss Rennie Sparks, bassista e moglie di Bret Sparks, il fiero e barbuto chitarrista alla nostra destra. Da segnalare subito la sua maglietta con Unknown Pleasure. Dietro di loro il batterista Mike Werner. Non definirei questo set l’opening dei Soft Moon – onore spettante al dj-set di Phase Fatale – quanto un concerto a se stante. Gli Handsome Family capitano per la prima volta nella loro carriera a Roma – nonostante siano in giro dal 1993 – e ne approfittano per decantare le loro bellissime murder ballad. Bret Sparks non abbandona un attimo la Telecaster, la signora Sparks alterna il banjo ad un piccolo basso acustico, anche se il vero istrione strumentale è il batterista, tanto da permettersi di suonare una bottiglia vuota. Dopo le puntuali e ironiche presentazioni dei brani ad opera di Rennie Sparks con pochi accordi il gruppo riesce a portare i non pochi presenti nel proprio mondo. Magnifica a tal punto l’introduzione che ha anticipato il brano che tutti, nel bene e nel male, aspettavamo: “Far from any road”, diventato planetario grazie alla serie definitiva della HBO: Questa canzone è stata scritta migliaia di anni fa, quando vivevamo in una caverna, e l’ abbiamo scritta con l’aiuto dei pipistrelli. Sono loro che alla fine hanno avuto tutti i soldi dalla serie!”. Parte il brano, un arrangiamento diverso dall’originale, e la voce calda e perentoria di Bret Sparks regala un altro momento magico. Così, tra fantasmi e Natali tristi, dopo un bis richiesto a furor di popolo, gli Handsome Family salutano il palco del Monk per concedersi poi a gradevoli foto a chiacchierate all’aperto: eccelsi. Speriamo di rivederli presto.

A seguito del già citato dj-set di Phase Fatele – che per potenza e violenza ricorda molto il Vasquez-style – ecco la volta dei Soft Moon. Sono quasi le 22:30. Sul palco insieme al creatore del progetto due musicisti italiani dalla bravura impressionante: Luigi Pianezzola al basso e alla batteria (di cui ad un certo punto del live distruggerà il pedale) Matteo Vallicelli. Si parte con “Inward”, l’intro dell’ultimo capolavoro ciclopico battezzato Deeper e subito dopo con “Black”. Le coordinate del live sono immediatamente chiare: un ritmo serratissimo, scatenato, quasi isterico, in cui le percussioni e il ritmo avranno dominio assoluto. In parte me ne dispiace, poichè dei dischi di Vasquez preferisco l’operato magistrale fatto con i synth e l’elettronica prodotta in studio: le uscite live con bongos e timpani suonate da lui stesso non mi hanno entusiasmato. Ma l’intensità e la carica del concerto sono state talmente impetuose da non procurarmi la minima delusione: Vasquez, sempre chitarra elettrica addosso e spesso chinato sul synth, è un’entità irrefrenabile che tra un pezzo e l’altro dispensa degli italianissimi “Grazie” e “Figo”. Paurosa la prestazione del batterista. Ogni elemento sul palco fa si che lo spettatore venga inglobato fin da subito in quel gorgo vorticoso e oscuro chiamato Soft Moon. Non c’è scampo per nessuno: il live dei Soft Moon è un nerissimo mondo oscuro in cui in volta che si è entrati, ne è impossibile uscire.

Una serata musicalmente perfetta insomma quella vissuta al Monk: in un colpo solo due delle realtà più affascinanti e talentuose del panorama indipendente mondiale. Le differenze lasciamole a chi non è riuscito a cogliere la bellezza dominante nella musica di entrambi.

Di Alessio Belli

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