Andrea Belfi e le Ore nel Giardino del Monk

andrea belfi

Sonorità elettro-acustiche nel giardino del Monk.

Andrea Belfi, classe 1979, è cresciuto tra il punk degli anni novanta e la musica sperimentale e underground di inizio millennio. Percussionista e compositore di origini veronesi con base a Berlino, vanta di numerose collaborazioni con artisti e musicisti internazionali di ben nota fama tra cui David Grubbs, Mike Watt, Stefano Pilia, Aidan Baker, Hobocombo, fino al lavoro più recente che l’ha visto impe-gnato con il trio diretto da Nils Frahm.

Ed ecco che lo scorso sabato 15 settembre, Belfi ha portato la sua batteria acustica e il suo set digitale fatto di synth e pad elettronici sul palco del Giardino del Monk. Durante un intenso live di circa quaranta minuti, ha presentato le sonorità del suo ultimo album Ore, composto da cinque brani e rilasciato dall’etichetta londinese FLOAT nel 2017.

La performance, cominciata puntuale e senza troppe presentazioni, ha gettato fin da subito il pubblico in un mondo parallelo, grazie ai ritmi e sonorità intense e visionarie che hanno stimolato chi ha avuto il piacere di ascoltarlo in un immaginario fortemente figurativo. Il musicista ha suonato concentrato nella sua ricerca ritmica, lasciando lo spettatore in una sorta di sospensione temporale grazie alla volontà di non arrivare mai alla tipica esplosione di batteria tradizionale, realizzando un continuo preludio ritmico che, consapevolmente, non ha mai trovato sfogo. E nei quaranta minuti in cui Belfi ha suonato senza pause, chiunque fosse seduto sotto il palco tra le sdraio e il “parterre” dei giardini del Monk rispondeva coinvolto e trasportato a quell’intreccio infinito tra la batteria acustica e stranianti sonorità elettroniche.

Le due fonti sonore, quella acustica e quella elettronica, si sono rincorse e intrecciate in una ricerca e in una fuga reciproca e quasi, appunto, visiva, dando vita a quello che, a tutti gli effetti, è risultato essere un con-certo convincente sia nella resa dal vivo che nelle intenzioni del musicista di presentare il suo ultimo lavoro da solista.

Se nell’album precedente, Natura Morta, del 2014, era stata preponderante la parte elettronica e digitale, in Ore, invece, e di conseguenza nella sua performance al Monk, Belfi è riuscito a mostrare, pur in poco tempo e in uno spazio non troppo indicato, la sua versatilità timbrica. Nonostante forse si sia trattato di un live più adatto ad un luogo più raccolto che permetta un ancor maggiore livello di concentrazione del pubblico, il musicista veronese è riuscito ad alternarsi tra la batteria acustica e gli sfondi elettronici mandati in loop, ricercando e trovando un equilibrio e una connessione sonora convincente. Scovato il giusto ritmo, infatti, Belfi se ne distaccava passando alla texture elettronica e all’ispirazione ritmica successiva.

Il risultato, quaranta minuti di live elettro-acustico energico, coinvolgente e in una riuscita empatia sinestetica con il pubblico che pur minuto ne è rimasto pienamente soddisfatto.

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