Calcutta stadio di | Un’opinione impopolare

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Calcutta negli stadi è stato per mesi lo slogan di una rivoluzione, che avrebbe visto il suo compimento nelle due date annunciate dal cantautore di Latina all’inizio dell’anno: nello stadio della sua città, e all’Arena di Verona.

È la rivoluzione dell’uomo qualunque che si vede rappresentato da un cantautore qualunque, che senza inventarsi chissà cosa riesce a raccogliere intorno a sé – nel bene e nel male – un’intera generazione. Un cantautore che, nel momento chiave, non tradisce sé stesso, sforna un disco che prende il meglio del suo predecessore portandolo su una strada più matura e complessa, e nella maniera più genuina possibile si avvia verso il fare dei numeri all’altezza di tutti i più grandi dell’ambiente, come dimostrano il sold-out della data di Verona, e l’80 percento dei biglietti venduti per quella di Latina (ne rimangono solo pochi in Gradinata Scoperta). In faccia ai similThegiornalisti, che per fare un palazzetto hanno votato la loro arte al Diavolo. Qui si parla di stadi, mica pizza e fichi.

Sono andato al concerto di Calcutta allo Stadio di Latina rigonfio d’orgoglio, e sono tornato con il cuore a pezzi.

Dall’alto del mio posto in tribuna ho visto un prato letteralmente mezzo vuoto: non sto parlando dello spicchio di prato che anche ai concerti di Springsteen viene lasciato libero per motivi di sicurezza, ma proprio di una buona metà dello spazio rimasta inutilizzata. Considerato anche il posizionamento del palco in una delle due curve – presumibilmente per sfruttare al massimo la capacità dello stadio – e che le tribune e la curva antistante ad esso non aggiungevano chissà quanti posti in più, parliamo di una grossa quantità di metri quadri.

Per quello che volevo rappresentasse questo concerto, è stata una visione straziante: al di là della rabbia data dal fatto che degli amici fino all’ultimo avessero cercato di mettere le mani su dei biglietti prato, tecnicamente sold-out da mesi; ma tu, Calcutta, baluardo del Bene, in procinto di vincere una battaglia importantissima e significativissima, non puoi fare come un ipotetico James Blunt, che prende le persone che occuperebbero il Palalottomatica, le butta dentro all’Olimpico, e all’improvviso ecco James Blunt negli stadi. La battaglia l’avremmo vinta comunque, magari non oggi, magari sì: così facendo si dà solo modo ai detrattori (quelli veri, non come me che sono solo uno troppo dedito alla causa) di poter dire che il meccanismo non sta filando così liscio come l’olio, come lo si vuole far apparire. Perché a questo punto è evidente che i biglietti messi in vendita erano molti di meno della reale capacità dello stadio, forse per essere più sicuri di un sold-out, sicuramente utile in fase di marketing.

Ma ci sono state anche conseguenze pratiche.
Premettiamo che, al di là di tutto, penso che si sia trattato senza ombra di dubbio del concerto di Calcutta con più paganti di sempre (come lo sarebbe stato un concerto al Palalottomatica, e scusate se insisto), e che il clima che si respirava dal prato era quello di grande festa che ha contraddistinto tutti i concerti di Edoardo dall’exploit di Mainstream in poi. Ai concerti negli spazi particolarmente grandi, tuttavia, il fattore determinante per il divertimento di chi sta un po’ più lontano è dato dall’adrenalina riflessa che, a mo’ di effetto domino, parte da chi sta sotto al palco e arriva fino in fondo. È inevitabile che sabato, a causa dei grossi spazi vuoti, questa adrenalina non sia pervenuta a chi era seduto un più in là nelle tribune (prima che mi avvicinassi, anche il sottoscritto). Per non parlare dei poveretti in Curva Nord, che più che un concerto di Calcutta hanno visto, da lontano, delle persone che vedevano un concerto di Calcutta.
Una festa che doveva essere di tutti, ma da cui alcuni sono stati tagliati fuori.

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Il pubblico della Curva Nord, nel pieno del concerto.

È proprio questo distacco che ha permesso quella che è forse un’analisi fin troppo lucida dei pregi e dei difetti del concerto: se da una parte troviamo infatti un Calcutta più in forma che mai a livello di voce e di accompagnamento (la band, impreziosita dalla presenza di Giorgio Poi alla chitarra e da tre bravissime coriste, ha rispolverato anche i vecchi classici, dando a tutto il live un taglio molto più rock che abbiamo molto apprezzato), dall’altra la scaletta che dà l’idea di essere stata redatta un po’ a casaccio (in fin dei conti sono tutte mine, e il pubblico canta dall’inizio alla fine) e l’atteggiamento impacciato di Edoardo cozzano un po’ con il tentativo – dichiarato dallo stesso – di costruire uno show un po’ più ragionato e “all’altezza” di queste location più illustri, attraverso l’utilizzo di video intermezzi e cambi di passo studiati. Dispiace anche per un bis non concesso (inizialmente le luci non si riaccendono, si vede che poi ha cambiato idea), e per il duetto su Oroscopo con Tommaso Paradiso (lo sappiamo, sono amici e lo facevano anche due anni fa: purtroppo non ho ancora digerito il fatto che “Io Non Esisto” e “Felicità Puttana” siano state scritte dalla stessa persona).

Con un concerto a Posto Unico, magari anche a un Rock in Roma qualsiasi, probabilmente di queste piccole precisazioni ce ne saremmo fregati abbracciandoci, tutti quanti: non avrebbe avuto lo stesso appeal di Calcutta negli stadi, è vero, ma noi a Edoardo avremmo voluto bene comunque, perché era e rimane il nostro eroe. E allo Stadio di Latina, più avanti – e con un’organizzazione forse più sicura di sé? – magari sarebbero accorse il doppio delle persone di sabato.

A fine concerto vengono annunciate le date del tour di Evergreen nei palazzetti quest’inverno: il 6 febbraio Calcutta è al Palalottomatica.
Ci saremo, sperando che dopo 100 biglietti venduti non vada sold-out.

Scaletta:

Briciole
Kiwi
Orgasmo
Cane
Fari
Milano
Limonata
Paracetamolo
Rai

Saliva (Calcutta solo)
Amarena (Calcutta solo)

Nuda nudissima
Cosa mi manchi a fare
Oroscopo
Del verde
Albero
Arbre Magique
Hubner

Le barche (Calcutta solo)

Gaetano
Frosinone
Pesto

Calcutta porterà Evergreen in tour per i palazzetti, a partire da gennaio.

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