Colapesce + Andrea Laszlo De Simone | A Villa Ada eruzioni di musica bollente

© Eliana Giaccheri
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Un dettagliato resoconto della serata di sabato scorso a Villa Ada, che ha visto il palco condiviso da due tra i cantautori di punta della scuderia 42 Records: Colapesce e Andrea Laszlo De Simone.

Quando Pilato presentava il volto sanguinante di Cristo pronunciava «ECCE HOMO», guardate l’uomo, sfigurato dalla passione. Con questa espressione esordiva in tempi meno remoti Andrea Laszlo De Simone quando usciva (nel 2012) con l’omonimo disco, cicatrice della complessità degli intrecci umani. Con ancora addosso l’esperienza dietro la batteria dei Nadar Solo e quella con gli Anthony Laszlo, De Simone inizia un nuovo percorso pubblicando a giugno il secondo album Uomo Donna.

Una strana macchina del tempo quella guidata da Laszlo e dalla sua band che si allinea sul palco di Villa Ada, disegnando una fotogenica disposizione scenografica: perfettamente composta, volutamente travestita.  Arrivano dal passato, dal futuro o solo da un altro pianeta e atterrano in una cornice di nebbia, sigarette mai finite e scapigliature.

Inizia il viaggio nell’universo dei drammi esistenziali e dei buchi neri dell’abbandono, tra le orbite di una solitudine salvifica e galassie di domande ripetute fino quasi a diventare risposte. E se dovessi scegliere il pianeta su cui siamo “naufragati” direi banalmente Venere perché l’Amore è la trama che scorre dritta e intesse tutte le canzoni. Amore nel suo senso più sconfinato e incomprensibile, che non si limita alla finitezza dei rapporti umani bensì rincorre le logiche disperate della passione che consuma, brucia e ti rende morto vivo.

«Non c’è nessuno/ho amato un’ombra/non c’è nessuno/un bacio all’aria regalerò», racconta “Sogno l’Amore, lungo i confini di questo sentimento al vento ma mosso dal fuoco,  quasi un inno religioso che santifica l’ardore.

Innamorarsi di qualcuno che non esiste, inseguire le proiezioni della mente, sprofondare dentro un ideale, ossessionarsi con una parola, annegare dentro una canzone, illudersi con una stagione.

L’identità dell’artista e della sua band è forte ma è inevitabile pensare ad alcuni riferimenti che contribuiscono a delineare questa dicotomica figura in equilibrio tra il retrò e il futuristico. Si è parlato di un richiamo al cantautorato di Battisti, un po’ per la lirica apparentemente semplice ed efficace, un po’ per le scelte di produzione (come registrare in stanze non del tutto insonorizzate), un po’ perché sembra nascere dalle ceneri dello spaghetti prog. Brani lunghi, strumentazione stratificata e componente visionaria, resuscita il prog che il punk aveva, a suo tempo, destabilizzato . Ecco che in “Vieni a salvarmi”, dove  deliri inneggiano all’immaginazione per più di 7 minuti, ci si ritrova un po’ di Verdena (non a caso è nota la forte influenza che ha esercitato Anima latina di Battisti e Mogol su dischi come Wow). Sarebbe però riduttivo cercare di inscatolare tutto in un genere o continuare a teorizzare presunte influenze per un gruppo che viaggia a velocità spaziali.

Alieni sul palco ma anche un po’ alienati, suoni crudi e sporchi, nostalgici e distorti, arrivano diretti come schegge e ci fanno sparire tutti dentro uno degli inesorabili addii gridati e forse mai vissuti.

Si torna bruscamente sul pianeta Terra.

È il momento di attraversare lo Stivale fino a sbarcare in Sicilia: profondo sud tenuto a galla dall’impresa eroica di Colapesce. Colapesce era figlio di un pescatore, come racconta la leggenda, tuffatosi in mare per evitare alla sua terra di sprofondare. Mai più riemerso.
Il sacrificio, innalzato a sigillo di un amore viscerale con le proprie radici, è forse ciò che ha spinto Lorenzo Urciullu ad adottare questo nome che porta il peso di una intera isola. Cantautore che non ha bisogno di presentazioni e «un nuovo disco da poter cantare». Ci risvegliamo dal torpore e torniamo in orbita come Satelliti.

Infedele, album di cui abbiamo già parlato, è la confessione sofisticata di un artista che pecca a volte (seppur con cognizione di causa) di una leggera presunzione: l’Egomostro, forse, non è stato ancora abbattuto.

Il palco astronave diventa una chiesa riempita da preti accanto al sommo sacerdote. La scenografia è già d’impatto e subito ci si catapulta in una dimensione viva fatta di rocce e odori, come racconta il brano di apertura “Pantalica”. Non più galassie, si torna allo stato primordiale delle cose nude, ma non per questo semplici. Si naviga infatti in una tridimensionalità profonda che deve essere codificata, concretizzata anche dagli altri cinque componenti della band che sono sul palco e la rendono caleidoscopica.
Un nuovo pop, colorato da tocchi di jazz, si fonde con la tradizione di echi popolari, canzone d’autore e rituali.

Uno dal nord e uno dal sud, un marziano e un terrestre, un sogno ad occhi aperti e una realtà fatta di luoghi vivi e ricordi vaghi. Cosa hanno in comune questi due cantautori protagonisti dello stesso live, oltre una incredibile band che li accompagna? Probabilmente la capacità di dare un senso di continuità e innovazione alla tradizione, la volontà di non volerla far morire, senza mai però risultare stagnanti. Entrambi gli artisti raccontano in qualche modo un esotismo affascinante e patinato, altri mondi da cui provengono e in cui sono in grado di trascinarti durante la performance. Entrambi con un passato davanti e un futuro alle spalle, si allontanano (o meglio si innalzano) dal magma di una scena musicale in cui si cerca a volte di ingabbiarli.

Una navicella spaziale e una barca a remi, uno fluttua e l’altro scorre, la direzione è ostinata e contraria.

Uomo Donna di Andrea Laszlo De Simone è uscito il 4 giugno per 42 Records.
Infedele di Colapesce è uscito il 27 ottobre per 42 Records.

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