Edda | La sincerità fluida di Stefano Rampoldi

“Edda come vorrei… perché tutto questo volere non diventa energia e non ci spazza via” cantavano gli Afterhours quando omaggiavano con il brano “Come vorrei” il cantautore Stefano Rampoldi (in arte Edda), forse rivolgendo anche a lui la domanda che sigilla il disco omonimo, Hai Paura Del Buio?

Edda non fa pace con il buio, ci affonda i tormenti dell’esistenza umana esasperando la parte più intima delle relazioni e degli affetti andati a male. Un’individualità fuori dal comune che fa sanguinare le parole nei vortici della perdizione e delle dipendenze, un’anima destrutturata che naviga le correnti delle morbose voluttà. “Tanto nessuno è normale, fattela passare”!

La voce dei Ritmo Tribale, storica band che ha spianato la strada alle sfumature dirompenti del crossover e dell’alt rock italiano, all’apice del successo esce di scena svanendo nell’oblio. A metà degli anni ‘90 sulle scie del grunge, mentre Cobain passa a miglior vita, Edda si perde (o forse ritrova) per un tempo lungo quasi dodici anni: dentro questo varco ruotano la disintossicazione, i cantieri e i ponteggi, l’India, la filosofia e l’Hare Krishna, e forse ancora la musica.

Graziosa utopia è il quarto album da solista del cantautore, uscito nel 2017 con la Woodworm label. Rimane un iter singolare quello di un artista che riesce a rendere un po’ freak anche il pop, di chi racconta dagli angoli della quotidianità le “patologie” che accomunano tutti. Si presenta Giovedi 22 marzo al Monk, bruscamente sincero e piacevolmente crudo, fedele a tutte le sue facce. È una nudità che rapisce la sua, da cui difficilmente ci si riveste. Durante l’esibizione, le dieci tracce del disco vengono interrotte da qualche frammento del passato con brani devastanti come “Pater” (perché la morte non è abbastanza, perché la morte non sarà speranza), a esorcizzare un’ambivalente dimensione familiare che sa essere soffocante e rassicurante. Le nevrosi disperate di “Brunello” (chiudimi in una stanza per un anno/ e toglimi il sonno) lasciano sospesi per poi tornare a respirare con il cantautorato a tratti onirico di “Spaziale”. “Signora” sviscera drammi tutti al femminile, come le anime di Edda, mentre scorre dritto lo strazio lungo “la liberazione” (e come mi fai soffrire/ dalla mia follia non ti dovevano mai far uscire/voglio la dimenticanza).

Contraddizioni e bestemmie sentimentali colorano la dance inaspettata di “Un pensiero d’amore”, cantata a metà. Infatti non poteva che concludersi in maniera più reale il concerto di un artista che trascende le logiche dello spettacolo: salta le ultime tre canzoni programmate in scaletta con una semplicità talmente disarmante da riuscire a lasciare il cuore pieno anche senza dulcis in fundo. Edda risponderebbe che ha “la fortuna di non valere niente”, ma la sincerità di questo essere speciale arriva diretta come uno schiaffo dolce che vale più di una macchinosa e disciplinata esecuzione.

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