Fabri Fibra al Rock in Roma si gode “Le vacanze”

fabri fibra

Magari sto farneticando, ma quella attuale mi sembra la prima fase della carriera di Fabri Fibra in cui il rapper senta finalmente di non dover dimostrare nulla a nessuno. Parlo dell’arco di tempo aperto con l’album Fenomeno – poco più di un anno fa, quindi – e che si protrae tutt’ora, dopo e durante il disco di platino di quell’adorabile cazzata che è “Fotografia”, in trio con Francesca Michielin e Carl Brave, un periodo per certi versi anomalo rispetto al resto della sua storia.

L’impressione è di trovarsi di fronte a un Fibra nuovo – sul palco, sui social, in Tv -, con uno strano sorrisetto sotto i baffi. Chi, come me, lo segue dagli inizi se lo ricorda diverso: sempre incazzato, sempre in guerra, provocatorio, nervoso, con l’obbligo costante di dimostrare sempre qualcosa ai suoi detrattori. Invece, questo nuovo MC è rilassato, disteso, scherzoso, e si diverte persino a fare pezzi pop come “Pamplona” quando, piuttosto, con “Tranne Te” nel 2010 aveva dimostrato tutt’altro spirito.

Non è un sorrisetto di facciata, comunque: è una maturazione concreta, sofferta, non una paraculata posticcia per inserirsi nel roster infinito delle popstar buone, ma la gestazione travagliata di un artista vero, che è passato per un disco difficile e catartico come Squallor prima di mettersi a nudo nell’ultimo Fenomeno, tirando le somme sugli aspetti più intimi e controversi della sua vita.

Sono passati ormai dodici anni dalla svolta di “Tradimento” e da Applausi per Fibra, undici da Bugiardo, quattordici (addirittura) da Mr Simpatia: direi che, se la doppia F sta ancora qui, non è un caso, e questo deve averlo capito finalmente anche lui. In questa prospettiva, allora, si inserisce anche il concerto di ieri sera al Rock in Roma, con l’intenzione di mettere finalmente un punto, di fermarsi un attimo e di godersi il panorama e l’affetto della propria gente. Il live in scena è, infatti, una delle tappe de “Le vacanze tour”, il che vuol dire che non c’è alcun album da promuovere, nessun pezzo da spingere, ma soltanto la voglia sincera di godersela, di stare coi fan, di augurare loro “buona estate” nelle vesti (finalmente) di leggenda.

Sì, perché è di una leggenda che ha finalmente risolto i problemi con se stesso che stiamo parlando. E questo, se non fosse chiaro in precedenza, lo si capisce non appena si spengono le luci. Lo si capisce dal sorrisone che sfoggia il Nostro sul palco, da un parterre comunque gremito nonostante l’ennesimo, improvviso acquazzone (evvai, niente ombrello), dalla scenografia minimal (elegante sì, ma ridotta all’osso in quanto a spettacolarizzazione), dal fatto che il rapper di Senigallia sia praticamente solo sul palco, solo contro tutti, con l’unica eccezione del fedele DJ Double S a mettere le basi e a fargli (raramente) da spalla.

Il live, di per sé, è potentissimo: lui ha presenza scenica da vendere, è coinvolgente, naturale, divertente e divertito, presa a bene costante. Il repertorio alterna, spizzicando qua e là, i (tanti) momenti salienti della sua carriera: c’è Fenomeno in apertura, cantata a squarciagola anche dal padre disinteressato che ha accompagnato il figlio, come c’è Verso altri lidi degli Uomini di Mare, un cult talmente intenso da colpire anche il padre di cui sopra, come ci sono anche le hit di una vita, da Applausi per Fibra a Vip in trip, da Mal di stomaco a Rap in vena. C’è qualche sorpresa (Lamborghini, epica) e, come in ogni grande occasione, ci sono gli ospiti di rito (“vi pare che venivo a Roma e non li chiamavo?”): Carl Brave per Fotografia, Gemitaiz per Pezzo trap, unanimi ed emozionati nel rendere onore a cotanta leggenda.

Alla fine però – pare quasi banale dirlo – a parlare sono soprattutto vent’anni di rap di altissimo livello, dallo sguardo lucido e feroce, in cui scorre l’Italia, in cui scorriamo noi e le nostre contraddizioni, i politici di ieri e quelli attuali, l’industria della musica sempre uguale a se stessa, lo showbiz così selvaggio e così assurdo, le droghe, le incomprensioni (persino) coi propri genitori, i vaffanculo nevrotici, il capoufficio bastardo, le ex rimpiante anche se non gliel’abbiamo detto mai perché cerchiamo di darci un tono.

Fibra è tutto questo e nel finale con Stavo pensando a te e il bis Le vacanze, in cui si ricollega al più presente dopo un viaggio nel tempo, diventa chiaro quanto di importante fatto nella sua carriera e quanto, nella musica italiana, uno come lui rappresenti un unicum, in bilico fra innovazione e tradizione, fra vecchie e nuove generazioni. Non provoca mai, non lancia frecciate, ma scherza col pubblico come farebbe con gli amici di sempre. E la sensazione è che, a conti fatti, il pubblico sia composto davvero da migliaia di suoi amici.

Qualcuno potrebbe sindacare sulla durata non troppo estesa del live (un’ora e mezza), ma la verità è che la performance è stata così intensa, piena di pezzi iconici e vera che, lamentarsi, sarebbe un po’ da stronzi. E poi diamine, non era chiaro da subito che Fibra, su quel palco, non aveva nulla da dimostrare?

Grazie di tutto Fabri, sono stati vent’anni bellissimi.

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