Francesco Motta @Monk 07/12/2016

Notte dell’8 dicembre, il Natale e’ gia’ nell’aria e io ho ricevuto il mio regalo in anticipo: un ultimo live romano per festeggiare la fine (non solo dei vent’anni) ma soprattutto di quello che per Francesco Motta rimarra’ un anno da ricordare.

Non succede spesso che mi occupi di scrivere report, perché credo ci siano persone molto più preparate di me per farlo; io per esempio ho un pessimo orecchio, spesso non distinguo il suono del basso da quello di una chitarra elettrica e non saprei mai dirvi se quell’accordo ricorda le sonorità dei Led Zeppelin nel ’71 (non mi sto certo facendo un’ottima pubblicità, lo so). Nonostante tutto ciò la musica è una delle cose che amo di più.

Il nostro caro ex caporedattore una volta mi disse “prendi troppo sul personale i tuoi live report, ecco perché ci metti un secolo a scriverli!” e aveva ragione, ma non saprei fare altrimenti.

Perché la musica è personale, non conosco un altro modo per raccontarla, per me si tratta di tradurre in parole ciò che sento con la pancia, più che con le orecchie, e questo mi costa sempre molta fatica.

Ma quando il live da recensire è quello di Motta non mi posso tirare indietro dal momento che sono mesi che non ascolto altro e credo che La fine dei vent’anni sia ormai diventato un tutt’uno con lo stereo della mia macchina (no, dai qualcos’altro ascolto ogni tanto).

E così eccoci qua: mercoledì 7 dicembre, Monk club e un’altro live (sold out, come è giusto che sia) a cui non vedo l’ora di assistere.

Doveva essere una festa, e cosi’ e’ stato. La festa di chi torna a casa dopo un anno ricco di successi e riconoscimenti: i concerti in tutta Italia, il Premio Tenco e la consapevolezza che il lavoro degli ultimi quattro anni ha dato tutti, ma proprio tutti, i suoi frutti.

Perché Roma è ormai casa per Motta, quella città che ha saputo raccontare forse meglio di molti romani e che soprattutto ha visto nascere quel disco che, come ci raccontava all’inizio di questa avventura, ha reso tutto “bellissimo”.

Non potevano certo bastare i problemi tecnici per rovinare questa atmosfera. Perché’ gli imprevisti capitano, si sa, ma a volte riescono a rendere tutto ancora più magico.

Finalmente Francesco sale sul palco, circondato da chi ha contribuito a rendere così speciale questi ultimi mesi: le “persone che ha scelto in dieci secondi” di fianco e il suo pubblico di fronte, un pubblico che ha tutta la voglia di dimostrare quanto non gliene possa fregare di meno che si sia fatta quasi l’una e la cui unica intenzione è essere parte di questo spettacolo. Non ci resta altro che lasciarci trascinare dall’energia e l’entusiasmo che provengono dal palco, cantiamo a squarciagola quei testi che, come tutti i grandi testi, parlano un po’ di ognuno di noi, perché ammettiamolo, nella fine dei vent’anni ci siamo tutti dentro fino al collo. Cantiamo i testi di quel disco che  racconta una generazione, la nostra (o almeno la mia), e lo fa attraverso parole dirette, immagini reali, che hanno tutta la potenza delle cose semplici.

Non dobbiamo sbagliare strada, non farci del male e trovare parcheggio.

Grazie ai genitori che insegnano a prendere una posizione” dice introducendo “Mio padre era comunista”, e allora grazie ai genitori di Francesco Motta, che a quanto pare gli hanno insegnato a prenderla quella posizione. Quella posizione, non più così comune, fatta di cura per i dettagli, duro lavoro e professionalità, di rispetto per la musica e per tutti coloro che la amano.

Torna sul palco per cantare un’ultima canzone, “Prenditi quello che vuoi”, e lo fa abbracciato alle persone che sono lì per ascoltare la sua musica, alle persone che ancora una volta gli hanno dimostrato di esserci riuscito a prendersi quello che voleva.

E allora si, forse “sarebbe bello finire così, lasciare tutto e godersi l’inganno”, ma per fortuna quel momento non è ancora arrivato e speriamo sia ancora molto lontano.

Ecco a voi la setlist:

Se continuiamo a correre

Del tempo che passa la felicità

Prima o poi ci passerà

Mio padre era comunista

Una maternità

Sei bella davvero

Fango

La fine dei vent’anni

Cambio la faccia

Roma stasera

Abbiamo vinto un’altra guerra

Prenditi quello che vuoi

Foto di Gian Marco Volponi

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