MANIFESTO | La realtà tra visioni alternative e parallele

Cosa vuol dire “manifestare”? Rendere qualcosa noto, palese, visibile, identificabile. Qualcosa che non tutti riuscivano a vedere prima che si manifestasse. In questi due giorni di festival ne abbiamo viste delle belle! Ma andiamo con ordine…

Venerdì.

Inizia la primavera e ovviamente ci sono tre gradi. Spendo i miei primi minuti riscaldandomi con il cuore gigante di Rhò; gli chiedo che cosa sia l’amore e lui mi risponde “attenzione”. Attenzione è anche quella cosa che ci vuole per ascoltare i suoi brani, pieni di sfumature da cogliere: una ricerca che è passata attraverso l’uso della tecnologia (degno di nota il fatto che abbia collaborato con la Georgia Tech per il progetto Google Glass, creando un indumento computerizzato interattivo che permette di suonare senza toccare strumenti), unita a strumenti musicali acustici come il flauto traverso ed infine una ricerca interiore, che esprime nel suo nuovo disco Neon Desert (presentato proprio venerdì al Monk), che definisce “un lavoro di maturità e consapevolezza di chi sono io”.

Conclusa la sua bella esibizione mi volto e sono al cinema. Un cinema che dice appunto “Sonoio”. Stavolta però è lo pseudonimo di Alessandro Cortini che, con il suo ultimo album Avanti, ci trasporta nella sua vita e nel suo passato, proiettandone le immagini. Mi arrivano muri di suoni compatti, inquieti, malinconici, drammatici, ma anche dolci e soffici. Sensazioni difficili da descrivere, come i titoli dei brani, che molto spesso partono in un modo per poi crescere sempre di più. Il chitarrista dei Nine Inch Nails ci dimostra che sa guardare indietro, consapevole di quello che è stato, di cosa ha passato e di dove si stia dirigendo. Le atmosfere sono magnetiche e spesso cupe e durante l’intero concerto lui rimane sempre apparentemente immobile. Poi però arriva il brano “Vincere”. L’amore. Ho pianto. Per la prima volta ad un concerto.

Stavo per chiudermi dentro me stesso ma da dietro dei suoni magici mi dicono: “Fermati, vieni con me che ti porto su una stella”. Ecco Indian Wells che, con dei visual psichedelici e dei suoni deliziosi mi fa viaggiare ed il pubblico inizia a scaldarsi! Ogni tanto lancia dei timidi sguardi in avanti e vede che c’è qualcuno. “Sono in camera mia a suonare, cosa ci fanno queste persone qui? Non importa, tanto faccio il panico lo stesso!”.

All’improvviso un raggio laser squarcia la camera di Pietro e capisco che c’è qualcosa che non va.. Arriva una figura dal futuro che si fa chiamare Nosaj Thing. Luci accecanti accompagnate da linee colorate che si evolvono prima con delicatezza e poi con aggressività, disegnando forme nel denso fumo all’interno della sala, che ormai si è trasformata nella nostra stessa mente piena di pensieri ed immagini surreali ed ipnotiche… Laser che sono come raggi di nuovi soli che illuminano e rendono manifesti pianeti sconosciuti… E poi arriva Bruno Belissimo. Ho avuto il piacere di scambiare due chiacchiere con lui e, sia sotto che sopra il palco, è di una simpatia memorabile! Dopo tanta filosofia ed introspezione la sua musica dance irrompe prepotentemente, facendo muovere il bacino a tutti i presenti! Tanto groove e presenza scenica, la musica che dovrebbe chiudere qualsiasi concerto!!

Sabato.

La serata si apre con delle note di violino suonate da Jhon Montoya, talento Italo-colombiano che combina elementi folklorici e tradizionali con un utilizzo sapiente e raffinato dell’elettronica. Molto spazio hanno dei canti che sembrano essere rituali antichi, come di iniziazione verso qualcosa. Con ritmi di classe ed ottime dinamiche la seconda giornata del festival non poteva iniziare meglio!

Sul palco opposto salgono tre strani energumeni, con delle maschere e degli abiti assolutamente non convenzionali: la prima volta in band di Go Dugong! Coincide anche con la data del release del suo nuovo disco Curaro, del quale mi ha raccontato qualcosa: stanco della vita metropolitana decide di indagare il rapporto tra uomo e natura, un’esigenza di ricongiungimento con le nostre radici (come quelle appunto dell’estratto vegetale Curaro). Al suo interno occupa uno spazio importante la teoria secondo la quale, in tempi molto antichi, una popolazione aliena venne ad insegnarci molte cose di cui siamo a conoscenza e che sappiamo fare. Ecco che nasce un disco che cerca di unire cielo e terra e che sottintende una grande spinta verso l’esplorazione, da come si evince anche dai suoi occhi pieni di interesse e meraviglia. Meraviglia come quella di un bambino che vuole scoprire cose nuove e sperimenta, per esempio creando melodie semplici come quelle di “Nommo”, condite poi con una grande esperienza e maturità a livello timbrico e ritmico (e dei visual eccellenti).

Inizia poi un momento particolare: “Manifesto” nasconde al suo interno la parola “festa” e il re è stato decisamente Omar Souleyman! La sua dabka siriana si insinua nelle nostre orecchie occidentali e piano piano ci rapisce: ritmi spesso ripetitivi come i suoi gesti quasi automatici (come quello di far battere le mani). Ci porta la sua cultura e la sua storia e la grande danza ha inizio!

Poi salgono sul palco i Niños Du Brasil: MACELLO!!! Ritmi serrati e frenetici che fanno andare la folla in delirio: bestie sudate impazzite! Una potenza inaudita. Grida, energia sessuale, pogo devastante e chi più ne ha più ne metta! Dopo dei balli furiosi mi dirigo verso l’ultimo concerto sudato fradicio e Valerio Delphi mi fa muovere e scuotere con dei beat non scontati e dei bei chops! Giusto finale per una serata di festa!

Tante emozioni diverse ed intense, tante manifestazioni, tante musiche ed atmosfere che diventano note, si palesano. Dal passato di Cortini al futuro di Nosaj Thing, dalla dabka di Souleyman alla musica delle stelle di Go Dugong, dalla classe di Indian Wells al furore dei Ninos Du Brasil! Assolutamente un festival vario ed interessante, che offre visioni alternative e parallele, senza uscire dalla realtà che ci circonda!

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