Iosonouncane & Paolo Angeli tra astrazione e materia viva

© Elisa Scapicchio
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© Beatrice Ciuca

Jacopo Incani e Paolo Angeli live all’Auditotium Parco della Musica: un duo che scomoda la tradizione, tra astrazione e materia viva.

Sempre vieni dal mare/ e ne hai la voce roca/ sempre hai occhi segreti/ d’acqua viva tra i rovi/ e fronte bassa, come/ cielo basso di nubi/ Ogni volta rivivi/ come cosa antica/ e selvaggia, che il cuore/ già sapeva e si serra (…). Sono solo alcuni dei versi che compongono “La Terra e la Morte” di Cesare Pavese, inclusi nella raccolta “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”. A questi elementi sembra aggrapparsi in maniera quasi ossessiva Jacopo Incani (in arte Iosonouncane) all’interno del suo disco DIE (2015), servendosi delle parole fino a riportarle al loro stato primitivo attraverso un preciso lavoro di astrazione, tra archetipi e ripetizioni. DIE è la storia di un mare che separa, è la paura condivisa di cercarsi e non trovarsi, vedersi e non trattenersi, è un sole che brucia sulla pelle e un sale che ricopre le ferite, è il naufragio di un sentimento arginato da una riva. E forse le rive immaginate sono quelle di un’isola come la Sardegna, terra natìa di Jacopo Incani e Paolo Angeli, entrambi protagonisti del live di Mercoledì 14 marzo all’Auditorium Parco della Musica di Roma.

La collaborazione tra i due artisti, avviata già dal brano “Buio” presente in DIE, disegna la congiunzione tra tradizione e innovazione, assottiglia il confine tra sperimentazione e improvvisazione, è un viaggio terreno tra proiezioni e luoghi vergini.
L’atmosfera nella sala Petrassi è quasi sacrale, le luci soffocano il palco dissolvendosi dal rosso al blu, dipingendo intorno un profilo di buio.

Inventore della chitarra sarda preparata, strumento a 18 corde unico e affascinante, Angeli cammina scalzo lungo i bordi dell’improvvisazione, abbracciando le logiche del rischio, scivolando sui pavimenti sporchi e sinceri dell’errore. Incani danza tra campionature e chitarra, in una maniacale ricerca che sfida la perfezione. I due artisti riportano frammenti delle loro discografie manipolandoli in una forma inedita e distesa. Le parole stanche di Tanca si tingono di nuove atmosfere quasi liturgiche, la burrasca raccontata in “Carne” diventa poesia e poi materia. C’è spazio anche per brani del precedente lavoro di Incani “La macarena su Roma”(2010), rielaborati dai due musicisti secondo un processo in continuo divenire, che dilata il tempo e rallenta le immagini.

Dietro una apparente immediatezza insita nella musica popolare, come in questo caso quella legata alla tradizione sarda, si nasconde la complessità e la raffinatezza che riserva l’arte dell’improvvisazione e della reinterpretazione. L’eterna scoperta del dettaglio dentro abissi strumentali e rifiniture di un pezzo apparentemente facile ma difficilmente digeribile: è questo l’ingrediente segreto del duo che unisce il vecchio e il nuovo, ciò che è familiare a ciò che è sconosciuto.
Echi lontani di cantadores sardi e poi insidiosi synth e distorsioni visionarie che richiamano la stratificazione strumentale del prog e le allucinazioni della psichedelia. La Sardegna si riveste di sperimentazione senza cambiare faccia.
John Cage affermava che “un’azione sperimentale è quella il cui risultato non è prevedibile”, proprio come la proposta di Incani e Angeli, che sono riusciti a disturbare orecchie attente senza tradire alte aspettative di animi curiosi.

Foto di Elisa Scapicchio

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