La Piccola Grande Festa di Maciste Dischi | Riflessione generazionale sul Pop triste

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Siamo stati al party di una delle etichette più influenti nel panorama nazionale degli ultimi anni: Maciste Dischi ha dimostrato di sapere cogliere al balzo la palla del nuovo pop italiano, portando alla ribalta una nuova leva di cantanti/compositori in un settore ormai saturo di progetti non sempre caratterizzati da un’identità forte. Sul palco dell’Ex Dogana giovedì sera, oltre a Gazzelle, Galeffi e Canova, si sono esibiti anche i nuovi Mox, Siberia, Fulminacci e Diamine.

Tra revival della vecchia canzone italiana che regalano appigli nostalgici oltre tempo (Siberia) ed echi di cantautorato romano, scanzonato e ricco di giochi di parole arguti  – penso in primis a Daniele Silvestri ascoltando Fulminacci – anche le giovani promesse, che si sono esibite all’Ex Dogana giovedì scorso per La Piccola Grande Festa di Maciste Dischi, hanno fatto subito intendere il loro potenziale. Poi Mox, ex frontman dei Jonny Blitz, ora lupo solitario che prepara, con stile, la platea alla sua imminente entrata sulla scena e chiude con il singolo che ha già fatto innamorare, “San Lorenzo”.

Stare in mezzo alla gente premia il coraggio di alcuni e svilisce le buone intenzioni di altri: per Galeffi la vita non è mai stata facile e giovedì sera i tempi tecnici si sono dilatati ulteriormente, quando il pubblico non ha capito che il castoro del pop aveva in mente di fare un set più intimo (tutti seduti a cantare cover di Hasaf Avidan e Britney Spears) per poi salire sul palco grande e dare il via alla carrellata ufficiale dei big tanto attesi.

La serata ha registrato il sold-out, in maniera poco sorprendente. Il pagante medio, tuttavia, non dà una buona impressione di sé, bensì è un’immagine davvero provante della fruizione di una musica diventata così velocemente popolare. Quando entra l’ospite misterioso, nessuno lo conosce e nessuno lo canta: Dente, compositore illustre e decisamente portatore di quel tipo di canzone triste che tanto piace a Maciste, è accolto freddamente da un pubblico non abituato a cogliere la bellezza di un progetto subito bello da ascoltare, di qualcuno in grado di scrivere e di insegnare a chi verrà dopo di lui, senza che di mezzo vi siano hype e mode. Nessuna reazione, almeno fino a quando su “Vieni a vivere” non sale Matteo Mobrici dei Canova per duettare con lui: è lì che la platea impara il ritornello, senza capire quanto questo modo di scrivere abbia influenzato anche i lavori degli stessi Canova.

L’effetto omologante che sta subendo il pop italiano indipendente è palese in circostanze come queste, dove la musica per tutti funziona solo se viene preparata e pompata (come poi fanno le grandi label), mistificando anche senza volerlo il vero punto di forza di un progetto, e cancellandone dunque l’essenziale.

Al di là di queste considerazioni volanti, in mezzo a tutta quella gente si è potuto constatare ancora una volta come la canzone pop moderna non sia una canzone felice, ma il mezzo con cui un qualsiasi ragazzino cresciuto ci racconterà del suo dolore causato dalla rottura della sua ultima relazione – in maniera più o meno riuscita. Con grande semplicità Gazzelle veste questa condizione e se ne viene fuori con l’essenziale sul palco, una tastiera e due archi ad accompagnarlo nei suoi lamenti, che oggi sono cantati a squarciagola da una platea quasi più stonata di lui. Non potrebbe essere più attuale.

 

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