M¥SS KETA | La prima donna a dire la messa

M¥SS KETA

Il live dello scorso primo dicembre agli Spin Time Labs di Roma apre la strada ad una serie di considerazioni circa uno dei fenomeni più prorompenti e provocatori degli ultimi anni: il ciclone M¥SS KETA.

Com’è risaputo, M¥SS KETA – rigorosamente in capslock – è il nome dietro il quale si cela un’entità al contempo singola e molteplice: a prestarle il volto – benché coperto ed in contrasto con l’immagine disinibita e dirompente – è una giovane, biondissima milanese, ma KETA è in realtà il frutto di un progetto corale del MOTEL FORLANINI, collettivo artistico lombardo.

L’evento, che vede la collaborazione di LaRoboterie (un «progetto di musica techno queer», nato nel lontano 2007) e Nostri i corpi nostre le città («un’esperienza urbana che combina musica, immagini, spazi, corpi e politica in un divenire di multiple interazioni»), è organizzato in occasione della Giornata mondiale contro l’AIDS, nell’ambito di un più generico – ma non per questo meno necessario – festival queer.

Il concerto, come prevedibile, si rivela un’orgia di menti; e KETA introduce se stessa sul palco all’umile e contenuto, si fa per dire, grido di «Roma, è arrivata la mamma!».

La mamma, sì, ma di chi?
L’associazione con tutto ciò che Lady Gaga rappresenta per la comunità LGBT internazionale è pressocché immediata, inevitabile e, oramai, quasi scontata. Eppure, se il riferimento è tanto usurato, ma indovinatissimo, un motivo deve pure esserci: sarà forse che M¥SS KETA ha colmato un vuoto, apparentemente incolmabile, in un Paese come il nostro? Sarà forse che M¥SS KETA è stata in grado di raccogliere su di sé un’eredità che ha la particolarità di essere al contempo nostrana e straniera?

La realtà è che M¥SS KETA è quanto di più arrogante e provocatorio la musica indipendente italiana abbia da offrire: una boccata d’aria fresca, glitterata e spavalda, in un ambiente saturo di voci spezzate, chitarre graffiate e presuntuosi inni d’amore mai recapitati al destinatario. È un sospiro di sollievo, un grido di libertà: M¥SS KETA soddisfa così le sue stesse previsioni, divenendo «la prima donna a dire la messa».

Non scimmiotta la Germanotta: la riprende, la plasma, la adatta ad un modello di provocazione sicuramente già visto, ma cucito su una realtà, non solo americana, che deve fare i conti con nuove tendenze, nuovi assetti, e vecchi merletti. Sì, perché M¥SS KETA è innanzitutto una donna, e gioca ad amplificarne quei tratti. Quegli accidenti che la nostra cultura, in questo preciso spazio-tempo, assegna ad una donna: dalle scarpe ai capelli, passando per le unghie e gli abiti. KETA estremizza questi caratteri, li porta ad un passo dal grottesco, senza cadervi del tutto dentro.
La sua prorompente fisicità, i colori sgargianti, gli inutili orpelli, rivendicano così il suo essere una donna che rompe gli schemi e che se ne emancipa indossando quegli stessi schemi, letteralmente e non.

Una donna dalla personalità che si impone, utilizzando schemi desueti, ma collaudati, che gioca a fare a vamp, lasciando a terra frammenti di femminilità, di seduzione, ma anche di intelligente autoironia, bandiera di un femminismo che sembra puntarsi la pistola addosso, per poi rivolgerla verso il palco, e sparare. E non a salve.

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