Motta & Les Filles de Illighadad | Non è solo musica

Motta

Sperimentare, sperimentare e sperimentare.
È questa la chiave per riuscire ad entrare nella vera figura del musicista e l’esperimento di Francesco Motta con Les Filles de Illighadad è perfettamente riuscito.

Immaginiamo la musica come una stanza che gira velocemente e noi, da fuori, stiamo fermi e ci facciamo venire un mal di testa non indifferente. Ma se cominciassimo a girare insieme alla stanza, alla stessa velocità, ci apparirebbe ferma e saremmo in grado di muoverci al suo interno senza problemi d’equilibrio.
La musica richiede dinamismo intellettivo mosso dalla voglia di sperimentare e dalla voglia di conoscere il maggior numero possibile di sfaccettature che essa è in grado di offrire.
Francesco Motta, in queste quattro date speciali, è riuscito a dare conferma della sua figura di musicista.

Les Filles de Illighadad sono un gruppo di tre musiciste tuareg provenienti da un villaggio del Niger capitanate da Fatou Seidi Ghali, cantante e chitarrista, e da Alamnou Akrouni e Fitimata Ahmadelher.

«La più grande differenza fra qui e da noi? Da noi, nel nostro mondo, il deserto, non ci sono frontiere. Qui sono dappertutto. Ci vogliono i visti per attraversarle. Ci dicono: mostrate i vostri documenti, fate questo, fate quello, andate qui. Da noi, no. Noi siamo liberi di andare dove vogliamo nel deserto, senza nessuno che ci dica di fare quel che vuole lui»

Le sonorità del gruppo sono, per ovvi motivi, diverse da quelle occidentali. Un tamburo di pelle di pecora, battiti di mani e una chitarra scandiscono brani che rimandano alle loro terre d’origine, trasformando così la sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica, in un deserto notturno sotto un cielo stellato. La scenografia, composta semplicemente da lampadine a diversa altezza, aiuta ad aumentare la suggestione negli spettatori, la cui attenzione viene catturata inevitabilmente dalla performance delle tre musiciste. La prima mezz’ora del concerto è dedicata a loro, la seconda a Motta per poi continuare insieme.

Avevamo visto Motta già durante il tour di “Vivere o Morire” e aveva già dimostrato di aver fatto un salto di qualità rispetto al tour precedente, in termini di performance live. Ma, in quest’occasione, ancora di più. Non si è limitato a reinterpretare alcuni dei suoi brani  attraverso il linguaggio del gruppo tuareg, ma anche da solo ha deciso di reinventarsi e di presentare i brani in una veste più sperimentale.

Motta
Foto di Auditorium Parco della Musica

Sostenuto da batteria (Cesare Petulicchio), chitarra (Giorgio Maria Condemi) e violoncello (Carmine Iuvone), Motta è riuscito a urlare ancora più forte di prima i concetti, temi e pensieri presenti in questi due album. Non è stato solo un banale sottolineare, bensì un affermare. Una presenza sul palco forte e carismatica che è stata in grado di veicolare ansie, emozioni e paure in uno spettacolo puro e sincero: la voglia di non fermarsi e di voler continuare a suonare in modo differente le proprie canzoni è arrivata forte e chiara nelle orecchie degli spettatori.

«Ho scoperto le Les Filles des Illighadad quasi per caso, vedendole in concerto a Berlino e me ne sono subito innamorato follemente. Desideravo fortemente provare a fare qualcosa con loro e sono felice di poter realizzare questo desiderio. Nemmeno noi sappiamo ancora bene cosa ci aspetta, ma son sicuro sarà una bellissima sorpresa»

Inutile parlare di quanta magia è stata prodotta, soprattutto nel momento in cui questi due mondi si sono uniti. Motta non ha solo invitato la gente ad alzarsi, ma è letteralmente sceso dal palco per prendere uno ad uno gli spettatori presenti: la sala si è trasformata in un momento di festa dove la musica è stata protagonista indiscussa.

L’applauso finale era indirizzato, oltre che a tutti i musicisti che hanno contribuito a questo progetto, anche a Francesco come persona, non solo al musicista. Fare musica con cognizione di causa si può, e questo progetto è stato un bellissimo bagno d’umanità e di curiosità, verso un mondo apparentemente distante da noi: grazie a poche note le distanze si sono potute accorciare.

Queste quattro date di Milano, Bologna, Livorno e Roma, hanno rappresentato per il momento storico che stiamo vivendo una conquista ed un vanto di gloria. Francesco Motta è riuscito in un esperimento sociale e politico, dove la musica è stata solo un mezzo per mandare un messaggio importante: la cultura non ha confini e non esistono barriere, ma condivisione.

Motta
Foto di Auditorium Parco della Musica

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.