Alessandro Mannarino – L’Impero Crollerà

“Qualunque sia il tuo Impero, ovunque si trovi, qualsiasi nome abbia, ci deve essere da qualche parte un suono che lo farà crollare

Le luci si abbassano, la folla grida e le corde cominciano a vibrare rimbombando nella Sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica di Roma.
Alessandro Mannarino, cantautore, cantastorie, menestrello romano, decide di affrontare la sfida della sperimentazione.
Il suo nuovo tour, “L’impero Crollerà”, è mirato proprio a questa sua voglia di scoprire e coprire i suoi brani con altre vesti, utilizzando tessuti estremamente colorati. Dal suo ultimo lavoro Apriti Cielo è evidente quanto il suo viaggio in Sudamerica sia stato fondamentale nella ricerca di questi colori e di queste maschere. Quello che doveva essere un viaggio musicale, si è trasformato nella vera e propria scoperta di un mondo: il pacifismo banalizzato, il tropicalismo brasiliano, l’incontro e lo scontro sono alcuni dei temi trattati nel suo ultimo album.

foto di Ilaria Magliocchetti Lombi

Avevamo già visto un Alessandro Mannarino esploratore di sonorità, con il tour del 2015 “Corde”, il quale recitava: “Chi entra nella giungla delle sei corde non ne esce vivo”.
In quel caso c’era la voglia di far risuonare gli strumenti in modo organico, schietto, senza nessuna pretesa, se non quella di esporre il proprio messaggio nel modo più chiaro possibile. Una semplicità per niente banale, che ha dimostrato come si può dare vita a brani musicalmente ricchi, anche con pochi strumenti, dipingendoli con un’altra tecnica eseguita sempre con professionalità e qualità.
Era presente anche il Maestro Fausto Mesolella (1953 – 2017), musicista eccezionale, chitarrista formidabile, militante della Piccola Orchestra Avion Travel, che con il suo tocco ha donato quell’eleganza musicale ai brani, rendendo orgoglioso ed onorato Mannarino.

Orgoglioso e onorato di tutti i musicisti con cui ha collaborato e collabora, presenta al pubblico la band formata da Puccio Panettieri (batteria), Alessandro Chimienti (chitarre), Renato Vecchio (fiati), Seby Burgio (pianoforte e tastiere), Lavinia Mancusi (voce, violino e tamburi), Nicolò Pagani (basso e contrabbasso), Daniele Leucci (percussioni, vibrafono).
“Sono veramente felice di essere accompagnato da questi musicisti, da queste persone, da questi esseri umani” dice, verso la fine del concerto, andando nuovamente a sottolineare la bellezza dell’incontro tra individui diversi tra loro, ma pur sempre esseri umani che dialogano attraverso, in questo caso, strumenti diversi, dove la tranquillità sta soprattutto nell’ascoltare l’altro cercando di comprendere il suo linguaggio rendendolo proprio.
Un “furto” di idee, suoni ed emozioni con lo sguardo volto verso la condivisione.

Iniziamo questo viaggio.

“Lo manna er cielo e re de Roma…”

Il brano “Roma” parte nel buio, con solo voce e chitarra.
Mannarino, seduto su una sedia, verrà illuminato poco dopo in un’atmosfera molto intima, capace di far credere allo spettatore di essere solo in una stanza, inghiottito dal buio facendo sparire tutto ciò che ha intorno.
Continuando l’arpeggio, ci offre una versione soft di “Marylou” facendole toccare atmosfere ed equilibri differenti, ma mantenendo sempre intrappolato lo stesso personaggio nelle sue parole.

Alle spalle del cantautore romano si erge un grande telo nero, il quale durante l’esecuzione di “Apriti Cielo” crollerà a terra dando luce e respiro alla band che scalpitava come dei purosangue.

Tutti i brani hanno subìto un rimodellamento musicale, denotando una maturità interiore sia della voce che dell’esecuzione. “Malamor” e “Babalù”, brano criptico, sono stati sottoposti ad un bagno nell’oro che li ha resi simili a quelli incisi ma con una freschezza diversa, data dalla presenza del pianoforte suonato egregiamente da Seby Burgio.

Il palco si  colora di Blu e Rosso, introducendo “Rumba Magica”. Si ritorna all’album Supersantos.
Qui, le note del sax di Renato Vecchio, sono le protagoniste indiscusse presentate con una personalità che si fa spazio, sgomitando elegantemente, senza far male a nessuno.

Aumenta la velocità del brano e con essa il battito delle mani del pubblico, ricreando una vera e propria circolazione sanguigna, favorendo così lo scorrere di globuli rossi, scandito dal contrabbasso di Nicolò Pagani.

“Il primo Dio fu un buco dentro al cielo…”

È arrivato il momento di mettersi alla ricerca di un nuovo Dio, con “Deija”.
Torna il pianoforte, e con esso di nuovo la magia.
Parole sussurrate vengono pronunciate all’apertura e alla chiusura del pezzo, in contrasto alle parole disperate che recitano

“Perché tanto odio, perché tanto dolore se siamo fratelli… Deija è nuovo…perché tanta ingiustizia se siamo tutti uguali…”

Urla di dolore che trovano una mano tesa dal Maestro Vecchio con il suo sax.

Si passa a “Al Monte” con il suo arpeggio fedele a quello registrato nel disco. Un clima temporalesco avvolge il brano, facendoci stringere le spalle per via delle intemperie frutto della nostra immaginazione.

Le pareti dell’Impero stanno crollando. Le mura si sgretolano a ritmi incessanti.

“Gli alieni tardano a venire…”

La dolcezza con la quale viene eseguita “Le Stelle” è spiazzante. Complicità tra pianoforte e contrabbasso risulta essere l’ingrediente giusto che da al piatto quel sapore malinconico e buono di cui non si può fare a meno.

“Il Carcerato” ricorda molto una poesia di Trilussa e per questo va dato merito al nonno, il quale leggeva sempre le sue poesie al nipote, facendosi figura fondamentale nella sua vita, trasmettendogli la curiosità, la saggezza e la grinta per poter scrivere brani come questo e come “Scendi Giù”, il quale gli ha permesso di vincere il Premio Amnesty International nel 2015.
Testo importante quasi fiabesco che si rifà però ad una realtà cruda e amara.

Torniamo, ora, all’album precedente con “L’Impero”. La bandiera nera sventolante sulla destra è l’unico elemento di scenografia, attraverso cui la folla assapora il pezzo con un’altra consapevolezza.
La consapevolezza che l’Impero crollerà.

“il cardinale ha scritto la legge, il lupo è il pastore e gli uomini il gregge”
“ci presero al laccio per la catena per farci spingere un’altalena”

Lo sfondo scelto è quello di una realtà distopica, dove si è spettatori di scenari apocalittici non troppo distanti dalla realtà, se non perfettamente sovrapponibili. La fantasia di Mannarino non va mai troppo oltre la realtà se non per far uso di metafore auto esplicative.
I suoi brani vanno sentiti più volte, decifrati anche, per carpire al meglio il significato che vi è all’interno.

Qui, entra in gioco Lavinia Mancusi, che con la sua voce ci fa assaporare un po’ di aria cubana, cantando frasi in spagnolo e rendendo il pezzo ancora più esplicito. Quelle di Mannarino non sono canzoni di protesta, ma di lotta, come ama definire lui stesso. Protesta non mi piace, perché implica una sconfitta dice in un’intervista al Corriere della Sera.

Il potere degli strumenti a fiato introducono “Gli Animali” e dopo “Arca di Noè”, dove il pubblico si libera dalle catene per invadere i corridoi tra le file e correre verso il palco, facendo passare una bellissima immagine di coesione.

“Tevere Grand Hotel” con ancora influenze spagnole al suo interno, denota come i colori si sono sparsi a macchia d’olio anche nel passato del cantautore romano, il quale si sente profondamente cambiato non solo musicalmente ma anche spiritualmente. Il concerto vede la fine attraverso brani come “Le Rane”, “Me so ‘mbriacato”, “Serenata Lacrimosa” e un brano sull’impero presentata anni fa alla trasmissione “Ballarò” su Rai 3.

Il concerto (come anche i precedenti) è stato e sarà una dimostrazione di come un viaggio verso culture diverse, abitudini diverse e soprattutto, come in questo caso, colori diversi, possono solo che arricchire.
La diversità rimane una cosa bellissima, un piatto ricco dal quale tutti possono attingere e mangiare beatamente.
Tutti, tranne coloro che hanno paura. Paura della diversità, paura di ciò che non si conosce.
Uno dei rimedi per poter scacciare questo “demone” è la curiosità che porta ad un’apertura mentale tale da non avere barriere, non avere bandiere se non quelle del mondo intero.
Una bandiera può contenere pochi colori ma se prendessimo tutte le bandiere, le strappassimo e le cucissimo insieme, i colori aumenterebbero sovrastando l’ignoranza, la sete di potere e la cattiveria.
Alcuni elementi che a volte generano mostri come la guerra.

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