Carla Dal Forno | Monk 25/04/2018

Un concerto al tramonto in compagnia di Carla Dal Forno

L’artista australiana – dal nome italiano – di stanza a Berlino, torna ad esibirsi in Italia, per presentare il suo ultimo EP The Garden, scegliendo il Monk Club di Roma (oltre che Torino, Ravenna, Firenze e Verona) come vetrina. Ottima occasione per comprendere l’evoluzione di una musicista che nel 2016, con un mini album chiamato You Know What It’s Like, riuscì ad attirare l’attenzione di critica e pubblico con una triangolazione sonora semplice quanto efficace di elettronica, pop e folk.

Arriva sul palco puntuale, Carla Dal Forno: sono le 20.00 – l’orario dei “concerti al tramonto” che organizza il Monk sfruttando la bella stagione – accompagnata dal suo fido sodale ai sintetizzatori. Lo diciamo subito, ci saremmo aspettati un concerto all’aperto, ma la sistemazione indoor con divanetti posizionati tutti attorno al palco, ci convinceranno che la scelta è stata azzeccata, sopratutto in relazione alle atmosfere crepuscolari-ipnotiche che il duo ci riserverà.

Un ritmo scheletrico al sintetizzatore, come un sibilo al buio, fa partire le danze: Carla dal Forno oscilla leggermente dietro al microfono – lo farà per tutta l’esibizione – quando non imbraccia il basso, e canta con una voce fragile ma presente, dispensando timidi sorrisi ad una platea non numerosissima ma ben attenta a non perdersi alcuna sfumatura di questo show.

Scorrono una dietro l’altra le canzoni, anch’esse così esili (il tema portante è quello della dualità tra il sé conscio e l’inconsio, ovvero tra ciò che deve rimanere intimo e quello che può essere reso pubblico), eppure anche fortissime, sorrette da un’elettronica minimale che si fa ora new-wave, ora post-punk. I pezzi strumentali si dilatano e diventano lunghe introduzioni delle vere gemme del suo repertorio, in particolare le tre ballate “Fast Moving Cars”, “What You Gonna Do Now?” e “We Shouldn’t Have To Wait”, che dal vivo risplendono con una strana luce malinconica-inquietante che viene resa ugualmente intensa a livello visivo con le luci blu-rosse che si alterneranno durante tutto il concerto. Di tanto in tanto la musicista si ferma a raccontare piccoli aneddoti sulle canzoni, oppure semplicemente per introdurre il titolo del pezzo che eseguirà; si sente a suo agio e c’è spazio anche per un inedito – che profuma di synth-pop – che mostra più luce dell’aspettato, e di una cover del pezzo “Blue Morning” dei The Kiwi Animal, che porta le atmosfere indie-rock della band underground neozelandese nei tipici territori torbidi di Carla Dal Forno.

Un’ora di esibizione, tonda tonda, basta a far capire che c’è sì il talento da cantautrice, ma che per ora non c’è la voglia di esporsi in modo più deciso mettendo la voce in primo piano, preferendo “utilizzarla” solo come uno degli elementi a disposizione. Il futuro per Carla Dal Forno potrebbe essere una sorta di “normalizzazione pop” della sua musica o, per meglio dire, una virata coraggiosa verso il formato canzone rispetto alle sovrastrutture wave cha attualmente guidano i suoi pezzi. Ma è solo un’ipotesi, per ora va più che bene così, anche se non c’è grande varietà sonora, quello di Roma rimane un piccolo-grande concerto, un po’ come un viaggio lampo, andata e ritorno, nel “Club Silencio” di David Lynch.

Foto di Elisa Scapicchio

 

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