Radio Rock festeggia… il rock?

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Dal canto mio non posso dire di aver vissuto i tempi in cui è nata Radio Rock, ma posso raccontare quello che è successo Venerdì 13 luglio a Roma al Parterre-Farnesina Social Garden, in occasione del suo compleanno.

Radio Rock ha compiuto 34 anni.
Tanti auguri, prima di tutto.

Ad alcune persone forse verrà un po’ di nostalgia, lanciando uno sguardo a tempi non molto lontani ma molto diversi: quando la musica da scaricare o in streaming c’era col cavolo, ed era la radio, piuttosto che i social, a fornire effettivamente visibilità ai musicisti. S’immagini o si ricordi quanto la definizione di rock, allora, potesse essere differente da oggi, sia come genere che come cultura. Sì, perché nel corso del tempo questa parola ha inseminato la cultura degli anni che ha attraversato, dando vita a una prole variegata: a volte ribelle, anticonformista, autodistruttiva, controtendenza; altre volte tutto il contrario. E se si contemplano le sfumature che passano da un estremo all’altro, ci si perde nel tentativo difficile, se non riduttivo, di inquadrare il rock, e definirlo come genere. Sfugge, il rock, e magari neanche è necessario cercare di imbrigliarlo in classificazioni. Forse è proprio questo il suo spirito. Probabilmente non c’è altro da fare che pulirsi bene le orecchie, appizzarle, e ascoltare apertamente tutto quello che ha da offrire.

Sono le 19:20 quando arriviamo al Parterre – Farnesina Social Garden. Prima delle 20 si entra gratis, il che è ottimo: 10 euro risparmiati per le birre, visto che, fino a prova contraria, non c’è rock senza birre. Raggiungiamo velocemente un paio d’amici sotto al primo palco, quello più piccolo e minimale. Non facciamo in tempo a dare due sorsate che Gabriele Gallo dei Cathartic Method, discreto come un felino, imbraccia la chitarra e si apposta dietro al microfono. Propone i pezzi del gruppo emergente romano in unplugged, e da buon gallo annuncia il mattino senza fare tante cerimonie: la festa ha inizio.

Un richiamo amplificato dal palco principale ci coglie alla sprovvista: sono gli Urock, che ci invitano a raggiungerli. Raccogliamo l’invito e ci lasciamo trasportare in atmosfere sonore che fanno venire facilmente in mente i vecchi grintosi tempi sopracitati. Qualcuno alza al cielo classiche corna.

È un attimo però che un’atmosfera in grado di evocare anfibi, giacchetti di pelle e lunghe chiome si tramuta in una da locale jazz – di quelli vissuti, confidenziali, informali, dove si fuma dentro, da bere costa il giusto, e chi sta suonando comunica con un linguaggio semplice, minimale e disimpegnato: La MaLaStraDa prende il possesso del palchetto, e nel frattempo siamo diventati una folla.

Conclusa l’esibizione ritorniamo nei pressi del grande palco (perché l’antifona ormai l’abbiamo capita), e mentre la musica originale e fresca del pugliese Gigante inizia a entrarci nei padiglioni auricolari, ci andiamo a prendere un paninaccio (perché sono le otto e mezza, e ci è venuta una certa fame). Gigante lo ascoltiamo seduti per terra, sui teli stesi in prossimità del palco, dai quali riusciamo comunque a vedere i suoi occhiali scuri (nonostante il sole stia calando), il suo fedele ukulele e i musicisti che l’accompagnano. Chiude proponendoci la sigla reinterpretata di Ken il Guerriero e quasi mi strozzo col panino a forza di fare su e giù con la testa.

Sul palchetto tocca a Xavier: un bardo cibernetico che, con mille pedali e loop stations, si fa letteralmente in quattro; un architetto sonoro che costruisce il pezzo in corso d’opera. Con i Wogiagia Crew invece, l’atmosfera cambia di nuovo radicalmente. La gente migra in massa sotto il palco grande e si lascia coinvolgere dai ritmi ossessivi, dall’energia del loro reggae e dal loro innegabile carisma. Si balla. Il fonico coi rasta approva annuendo. Ma non abbiamo davanti i The Wailers e non siamo in Giamaica: infatti, poco dopo, al grido di «c’è dignità per tutti» parte una chitarra distorta, un basso cattivo, ed improvvisamente è quasi metal.

Ci salutano, si ritirano e attacca Luca Bussoletti dal palchetto. Ha molte persone intorno, ma sul versante opposto, silenziosamente, sta succedendo qualcos’altro che distoglie l’attenzione di alcuni: da lontano, con la sua capigliatura, pare quasi un oscuro De Andrè redivivo, ma è Pierpaolo Capovilla, che involontariamente si trasforma in un’opera d’arte mobile e vivente. Una cinquantina di persone aspetta con lui che arrivi il suo turno.

Trascorrono i dieci minuti di Bussoletti e cala il silenzio. Un silenzio di quaranta minuti che dallo stesso Capovilla verrà poi definito «liturgico». Sì, perché a questa botta non ci si scatena. Non siamo a un concerto del Teatro degli Orrori o dei One Dimensional Man. Capovilla ci stupisce interpretando la Poesia del suo omonimo Pasolini. È accompagnato da un pianista d’eccellenza, e mentre recita lo dirige per creare la giusta dinamica. Emoziona, e si emoziona. Nel frattempo mette a segno un tris di vino bianco e di sigarette, e con proverbiale nonchalanche abbandona i mozziconi sul palco.
Più rock di così non si può.

I Mother Mary Mood ci intrattengono dal palchetto per dieci minuti, ed è la volta de La Batteria. Qui siamo in prima fila. Davanti a noi un bambino del pubblico accompagna l’esibizione lanciandosi in un ballo scatenato – molto bravo. Diventa la star ma non ruba la scena al gruppo romano. La loro musica strumentale funziona come l’ingranaggio di un orologio svizzero: i ritmi serrati ci tengono incollati e, sebbene non ci siano parole a guidare la nostra immaginazione, un astratto sussurro ci consiglia di farci venire i brividi e gli occhi lucidi.

Dopo di loro un altro romano, il più romano della serata (e chi lo conosce può dirlo con certezza), ci dedica due brani tra cui l’inedito “Ti voglio” di Rino Gaetano: si tratta di Artù, in grado di coinvolgere il pubblico in un coro da stadio.

È già mezzanotte meno venti, ma non andiamo a riposarci.
I KuTso sono già saliti sul grande palco, e qui la situazione si fa più “leggera”. Al di là della musica e dei testi, a divertirci è anche il frontman Gabbianelli, che dialoga costantemente col pubblico. Il famoso bambino ballerino non si è fermato un attimo, attira la sua attenzione, viene invitato a salire e finalmente ci viene rivelato il suo nome: Numa. Va avanti l’esibizione, viene annunciato l’ultimo pezzo, ma qualcuno del pubblico ha un consiglio per la band: «Dite che fate l’ultimo pezzo ma fatene tre senza interruzioni!» Gabbianelli gli da del «genio» ma preferisce rispettare la scaletta.

I KuTso danno il cambio all’ultimo gruppo che avremo il piacere d’ascoltare: i Gazebo Penguins. Siamo tutti un po’ stanchi per la maratona musicale di cinque ore, abbiamo bevuto qualche birretta di troppo, ma la band correggiana ci risveglia decisamente i sensi e ci si scatena per altri tre quarti d’ora abbondanti. Ci fischiano le orecchie (ipotizzo un acufene), ma ne è valsa la pena. Chi se ne frega: l’acufene è decisamente rock, così come fregarsene.

La serata però per noi giunge al termine. Ci sarebbe il DJ Set, ma quello lasciamo che se lo viva qualcun altro. Forse siamo troppo rock per il DJ Set, o forse eravamo solo troppo stanchi.

Radio Rock ha l’onere e l’onore di portare questo nome, e la sua festa di compleanno ci ha dimostrato che lo porta dignitosamente. Abbiamo assistito a ben 13 esibizioni in una maratona di cinque ore, ognuna nettamente diversa dall’altra: nella stessa maniera in cui è eterogeneo il panorama della musica rock, del quale abbiamo avuto modo di assaggiare uno spicchio che ci ha saziati, ma che macroscopicamente è una goccia nel mare. C’è tantissimo d’ascoltare in giro, da casa, e forse non basta mai. Il rock e i suoi figli convivono, si sovrappongono, si mescolano e mutano costantemente. È per questo che sfugge una precisione definizione. È per questo che vuol dire tutto e niente.

Ma è per questo che, come si dice, non morirà mai.

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