Flavio Giurato | La voce di una (vecchia) generazione

Flavio Giurato
© Francesca Romana Abbonato

Venerdì 12 gennaio mi sono recato all’Auditorium parco della Musica per assistere alla tappa romana del tour di Le Promesse del Mondo (Entry), ultimo lavoro in studio di Flavio Giurato. L’autore de Il Tuffatore vuole sensibilizzare sull’immigrazione ed altri temi di estrema attualità, con un musica svincolata da ogni moda, o canone, imposti dai nostri tempi.

L’onestà intellettuale impone una confessione: prima che si presentasse l’occasione di assistere a questo concerto, non avevo mai sentito parlare di Flavio Giurato, nè ascoltato una sua canzone. Una rapida ricerca su Google ed un doppio ascolto dè Il Tuffatore (1982), lo hanno subito collocato nel pantheon dell’underground della musica italiana.

Una riflessione. Spuntano come funghi nuove band formate da musicisti bravi e meno bravi, alimentando l’hype intorno ad una ‘scena’ – industria musicale (indipendente) – sterile e con poca visione, fatta eccezione per alcuni elementi. E’ naturale, quindi, veder riemergere dall’oblio della storia anche le mitologiche figure ispiratrici di questa nuova età dell’oro della musica italiana.

Dopo il concerto ho capito che Flavio Giurato con la scena indie, e tutto il fumo intorno, non c’entra assoluatemnte nulla. E’ uno di quegli artisti che alle persone piace perchè lo conoscono solo loro, ed ogni tanto possono vantarsi dicendo: “Come? Non conosci questa pietra miliare della musica (italiana)?”. Un pò come i Brian Jonestwon Massacre, una delle migliori band degli anni ’90, li vedi spesso sulla maglietta di qualcuno, fanno sold-out ovunque, ma non hai mai sentito una loro canzone.

Seduto in seconda fila dietro al fratello, Luca Giurato (anche lui mitologico, per altri, e decisamente meglio noti motivi), ho visto un live pieno di trasporto, la carica emotica di un uomo con molte, forse troppe, storie da raccontare. Le Promesse del Mondo è l’ultima fatica in studio di un artista fuori dal tempo, se pur con lo sguardo fisso sulla (triste) realtà dei nostri giorni. Dai flussi migratori, alla gentrificazione, le periferie e la globalizzazione, Flavio ha una canzone, e molte parole, per tutti.

I messaggi e i racconti sono tutti rilevanti, critici e velati da una profonda malinconia. Un misto tra il Bob Dylan di “Desolation Row”, De Andrè e la spoken word poetry di Ginsberg. Tant’è che l’inglese non è assolutamente estraneo al repertorio di Giurato, così come l’utilizzo di dialetti locali quale il napoletano. Assiomi, questi, fondamentali quanto le musiche di influenza tribale per descrivere la vita urbana di periferia, altro tema centrale del nuovo disco.

E’ stata un’esibizione complessa e difficile da digerire. Non tanto per i temi proposti, quanto per la scelta artistica e l’esecuzione del genere. Per quanto riguarda la poesia e la parola, trovo più moderno Lucio Leoni (o Kate Tempest se vogliamo salire verso il sublime). Trovo più interessante anche l’influennza della world music in un album come Terra, de Le luci della Centrale Elettrica. Infine, molti dei temi proposti li ritroviamo nel rap di Willie Peyote o il synth-pop degli ultimi Lo Stato Sociale.

Quest’ultimo passaggio non è una critica a Flavio Giurato. E’ una critica ad un pubblico ancora legato alla nostalgia di vecchi miti e che, quando volta lo sguardo verso la novità, non vede e forse non vuole vedere, oltre Calcutta e i The Giornalisti. Se il pubblico presente in sala all’Auditorium mostrasse lo stesso calore verso il resto (più giovane) dell’industria, come alcuni degli artisti sopra citati, forse le cose cambierebbero più velocemente.

 

 

 

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