Romapopfest 2018 | Perché il sottobosco indie ha ancora molto da offrire

© Arianna Gioia
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Dopo quattro anni di silenzio, il Romapopfest si rimette in piedi e torna, magari non prepotentemente, a far parlare di sé: la cornice è offerta dal Largo Venue, riconfermatosi nuovamente il locale romano più indie dell’anno.

Il Romapopfest – che, nonostante il lungo silenzio, è già arrivato alla sua settima edizione – è il diamante grezzo dei festival musicali offerti dalla Capitale, la culla del mainstream di domani, l’embrione vivo e palpitante di talenti prossimi futuri: impossibile non prestargli ascolto, non frugare affannosamente in questa fùcina, attenti a non scottarsi con il calore dell’entusiasmo.

Le presenze non sono oceaniche, va detto: qualcuno, probabilmente, si è perso per strada. Ma ha, di certo, perso anche parecchio. Qualcuno intona “Gaetano”, consapevole di trovarsi al posto giusto, ma nel momento sbagliato: poco importa, tutto sommato.
C’è calore. L’umidità, la lasciamo a Calcutta.

Seguono le emergenze “pop” che più hanno colpito, sia in maniera positiva, che pseudo-negativa, chi scrive.

I Sì

Chiara Monaldi (che ha scelto per sé il proprio nome anagrafico: outstanding?) ha una gran voce ed un’ottima resa live, e meriterebbe sicuramente un poco più di pubblico e di entusiasmo: durante l’esibizione siedono tutti rispettosamente a terra – alzatevi, no?

I Laago! sono forse la vera rivelazione della serata: il progetto, nato da una crisi d’identità di Andrea Catenaro, ex voce dei Jacqueries, si rivela ancora una volta all’altezza delle aspettative. Complice un buon fonico ed un sound piuttosto accattivante (evidentemente, c’è ancora qualcuno che ha scelto di non riporre le chitarre in soffitta), “La notte” raccoglie sotto palco un buon numero di persone, che paiono sinceramente interessate a quel che vedono e sentono. Se Catenaro avesse chiesto «Sono bravo?», molti avrebbero ululato alla luna il proprio assenso. Invece, chiede «Sono bello?». E il pubblico risponde di sì.
Ha puntato sul sicuro, gli va riconosciuto.

Any Other (a.k.a. Adele Nigro, già con le Lovecats) sceglie l’acustico e, dopo qualche manierismo vocale, ci introduce alla sua discografia dal gusto spiccatamente anglosassone. Gli applausi si sprecano, e alcuni dei presenti dichiarano di aver pagato il biglietto solo per poter ascoltare lei.

Weird Bloom, al secolo Luca Di Cataldo, è un qualcosa che si colloca esattamente a metà fra Johnny Depp al suo meglio e un senzatetto australiano, ma non delude: il timbro vocale è andato a scuola di rock‘n’roll, e pure il chitarrista alla sua sinistra. Se fossimo nel 1995 a Los Angeles, avrebbe già firmato con la Tower Records – ma siamo nel 2018, al Romapopfest, e Weird Bloom ha scelto la WWNBB Collective.
Anche perché la Tower Records è fallita da un po’.

I Nì

Lucia Manca attira a sé una consistente fetta di pubblico di questo Romapopfest, facendo sfoggio di una buona padronanza del palco. Dedica la sua “Eroi” al Gay Pride, tenutosi lo stesso giorno, e all’antifascismo: dal palco, accenna una coreografia e qualcuno, tra il pubblico, inscena qualcosa di molto simile ad una danza della pioggia. Quando arriva il momento di “Maledetto”, singolo apripista dell’album Maledetto e Benedetto, delude un poco scoprire che si tratta delle ennesime tastiere anni Ottanta*. Lode a Sandy Marton.
La dance-groove ci seppellirà tutti, magari a Ibiza.

Andrea Poggio è colorato ed eccentrico, ma non al punto da divertire il suo pubblico.
«I negozi hanno le serrande giù», canta. Così come pure il suo morale. La voce c’è, l’affabilità un po’ meno. «Prendo il tram e m’addormento» come mood dell’esibizione: speriamo che almeno salga il controllore, per movimentare un po’ la cosa.

Alex Germanò, che saluta con entusiasmo il progetto dell’ex sodale Catenaro, è la punta di diamante dell’evento: è bastato il suo nome per attirare almeno la metà del pubblico presente al Largo. Imbraccia la chitarra e introduce una canzone che «ha il nome di una piazza di Roma, ma non è Trilussa»: “San Cosimato”. Una performance standard che, in quanto tale, non comunica granché.
Chissà perché escludere Trilussa, dal misterioso indizio fornito poco prima di intonare il suo brano: «in fondo, la felicità è una piccola cosa». Un po’ come quest’esibizione.

*Errata Corrige: nella stesura originale dell’articolo, avevamo parlato di campionature di tastiere.

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