Sei tutto l’indie Fest vol. II | Una community al Monk

© Chiara Mei
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Cosa è successo sabato sera al Monk? Chi suonava? Com’è stato?
Il punto sulla seconda edizione del Sei tutto l’indie Fest, di cui anche quest’anno Cheap Sound è stato lieto di essere partner, insieme alle tante altre realtà presenti che hanno dato vita a questa bellissima festa.

Fondata nel 2013 da Giuseppe Piccoli e da Gian Marco PerrottaSei tutto l’indie di cui ho bisogno è la community online punto di riferimento per la musica indipendente e alternativa italiana. Al momento conta quasi 40.000 fan su Facebook, circa 1.700 su Instagram e numerose collaborazioni con artisti, festival, live club, brand commerciali, etichette discografiche, radio, illustratori e network musicali.

Il messaggio che ho sentito fortissimo in questa seconda edizione del Sei tutto l’indie Fest è quello di un approccio alla musica d’insieme: fatto di tante novità, talvolta amichevole e spensierato, altre volte timido e calibrato, ma che alla fine non può che generare una vicinanza da parte del pubblico alla proposta musicale del festival, per la sua capacità di rendere uniforme questo agglomerato di artisti diversi. L’organizzazione riesce a dare a ciascuno il proprio spazio e i live hanno una durata esaustiva, per permettere di conoscere la forza di ogni artista in campo.

Sui due palchi del Monk si alternano artisti freschi, usciti di recente con lavori propri già in grado, ciascuno a modo suo, di attirare a sé un proprio pubblico di gente che canta e condivide quello che fai.

Ma procediamo con ordine.

Federico Fabi: il giovane Fabi si presenta al pubblico come il “Liam Gallagher de Spinaceto”. Sul palco dimostra temperanza nello sfilare le sue canzoni con sempre una pausa di riflessione nel mezzo, da ragazzo sulle sue a cui è stato chiesto gentilmente di fare un salto alla serata ma non se la sentiva troppo. Il risultato è quello di divertire con dolcezza chi lo ascolta, cantando qualcosa di sempre vero come le pene d’amore, che lascia incise nell’anima e nel suo album Io e me x sempre.

Gastone (Mattonella Records): ironici metallari col vizio del disagio mutuato dall’indie con cui si ritrovano a fare i conti. La storia che il cantante Leonardo Antinori sia identico allo YouTuber Luis, che amo alla follia, mi fa capire che chi ha quella conformazione facciale sia destinato a grandi gesta: sul palco non riserva slanci fisici e balletti alla Samuel Hering dei Future Islands, un mattatore che col suo gruppo sa suonare e impara tanto dal passato. Il palco grande è molto giusto per loro.

Ombre Cinesi (Fragola Dischi): sono un trio di Taranto con un’identità molto forte. La loro musica passa dai ritornelli da sigla dei cartoni animati anni ’90, ai pezzi romantici su ritmi dance e testi sulla paranoia delle relazioni.
Ah, e gli assoli di chitarra migliori della serata.

Gigante (MArteLabel): è la prima volta che lo vedo dal vivo e devo dire che ha superato di gran lunga le buone aspettative su di lui. Nella prima parte del concerto mantiene l’anonimato dietro un banco di fumo. È la sua “Guerra” che apre al delirio interstellare per tutta la durata della performance. Eccezionali musicisti, nota di merito per il bassista e bellissima intesa nelle pause che enfatizzano la carica delle canzoni. Per ultimo, il tributo a una grande sigla come quella di “Ken il guerriero” all’ukulele, piena di pathos da portarsi a casa – come del resto tutto il concerto.

Generic Animal (La Tempesta Dischi): veramente impeccabile e molto potente la sua esecuzione. Accompagnato dall’amico batterista/Dj Dispetto porta il suo album di canzoni che sono una fortunata deriva dell’emo italiano, firmate dalla penna di Jacopo Lietti (Fine Before You Came) e dagli arrangiamenti dello stesso Generic Animal, Adele Nigro e Marco Giudici. Per la prima volta sul palco con Pretty Solero, dopo aver goduto di questa complicità al secret concert del Pierrot Le Fou lo scorso 8 aprile. Devo dire, non intonatissimo il papy della Love Gang.

I Giocattoli (Giungla Dischi): l’unica nota che fa storcere il naso durante il festival. Negli ultimi mesi si sono conquistati la simpatia e l’attenzione di tanti sparpagliando diversi singoli in anticipazione all’album Machepretendi. Il loro è un pop fatto di discorsi adolescenziali, riproposti in chiave già fin troppo nostalgica, da gruppi che hanno fatto la musica indie di pochi anni fa, come L’Orso e L’Officina della Camomilla, e che ora vuole farsi pop mainstream “bolgiaro”, facendo l’eco ai Canova, con tanto di cover durante la performance. Sfigurano perciò come finale, autocelebrativi come pochi e senza apparenti meriti del progetto, deludendo le premesse ormai in ballo dagli altri artisti prima.

A chiudere il magico cerchio dell’indie ci ha pensato San Diego, con un dj-set che raccoglieva il meglio della scena dance hip-hop trap della penisola e i più grandi classici per far ballare tutte le genti.

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