Londra tutta musica, tra mito e realtà

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Tra regali, cugini benevoli e amici più che accondiscendenti, finalmente, alla suonata età di quasi ventidue anni, anche io sbarco a Londra!
Ma mettiamo subito i puntini sulle ‘i’: questo non è un articolo da giornale turistico; non voglio raccontarvi quello che già sapete, piuttosto scrivere della mia esperienza da spettatore e (quasi) addetto ai lavori nel dietro le quinte della scena live londinese; per dirvi di come io sia rimasto, più o meno, sconvolto dall’efficienza, professionalità e qualità dell’ambiente, di come alcune leggende, in fondo, siano più che vere, di come altre, invece, siano pura invenzione.

Ma partiamo dal principio.

Il giorno 15 Dicembre i Lady Greys (grazie a Emergenza Festival e su invito del promoter Alex McHorton della Glasswerk) suonano a Camden, per essere più precisi all’Enterprise Club, e io colgo l’occasione per seguirli nella loro impresa internazionale.
Saltando i convenevoli da turista: convocazione ore 18.00 al locale per il soundcheck.
Northern Line fino a Chalk Farm e il locale è proprio là, appena usciti dalla fermata della metro.
Non si presenta male questo Enterprise Club: non enorme, ma neanche troppo piccolo, non so dire se accogliente, ma senza dubbio caldo nell’atmosfera e con una barista niente male.
Fa comunque strano pensare che è in questo luogo, nello specifico al piano di sopra, che la tanto compianta Amy Winehouse ci ha regalato il suo ultimo dj set e band come Muse e Coldplay hanno mosso i loro primi passi su un palco.
Diciamo che a prima vista non sembra un super-locale, ecco. Ma se l’abito non fa il monaco…
Non appena entrati veniamo indirizzati al piano di sopra dove ci accoglie un simpatico ometto con una patata in bocca non indifferente che ci invita ad accomodarci, sistemare gli strumenti e attendere qualche minuto. Detto, fatto: in men che non si dica i ragazzi si sistemano mentre io, pacifico, osservo e do una mano dove serve.
Poco dopo ecco il nostro ometto tornare, dice ai ragazzi di suonare, classica prova dei suoni, un pezzo tutti assieme e fine del check. Tempo stimato: 20 minuti.
Ora, io, povero italiano abituato a check da trenta e oltre minuti, il più delle volte completamente inutili, lì per lì rimango piuttosto dubbioso. Primo, perché il simpatico (e attempato) fonico si beve la mia bufala dell’essere il manager dei Greys; secondo perché lo vedevo piuttosto confusionario nel sistemare i suoni; terzo, perché un check così breve non l’avevo mai visto. Sì, ok, diciamola tutta, l’avevo visto ma a villa Celimontana l’Estate scorsa: altri livelli, altre questioni, altra attrezzatura e professionisti. Un check efficiente di venti minuti (in un locale che, a prima vista, paragoni al nostro 56th Street) non me lo sarei mai aspettato.
E così, dubbioso, esco dal locale con la band attendendo l’inizio della serata.

Nel frattempo si fa sera.

Ritardo, come al solito, e mi perdo il primo artista in scaletta: Robbie Jay, un ragazzino, chitarra e voce che, a detta dei presenti, spacca e non poco.
Comunque sia, birra in volata ed entro nella sala. Sul palco trovo quattro ragazzi, alla voce Jim Carrey con le bretelle e alla batteria uno che aveva tutta l’aria di essere troppo fomentato. “Si chiamano Guilt Coins” mi dicono, annuisco e comincio a sentire.
Sanno pesantemente di Franz Ferdinand, voce, dinamiche e suoni; tuttavia diversi sono gli spunti interessanti per quanto riguarda la composizione dei brani, ovviamente, tutti originali. Mi piacciono  da impazzire e non posso fare a meno di notare che un gruppo del genere, a Roma, riempirebbe, non una, ma diverse sale concerto.
La cosa divertente? A sentirli c’ero io e non più di dieci persone.
Domanda più che lecita: perché?
Mi sono dato tutte le risposte del mondo, giuro, ma alla fine ho dovuto chiederglielo e i ragazzi mi hanno semplicemente risposto con un “Forse non è serata”. Con molto amaro in bocca la prendo per buona e mentre il mito di ‘Londra tutta musica’ piano comincia a frantumarsi davanti ai miei occhi, sul palco salgono i Lady Greys: italiani in Inghilterra a fare la musica degli inglesi.
Gira che ti rigira, sarà stato l’amore per l’esotico (?!), sarà che l’italiano all’estero tira sempre, sarà che, alla fine, hanno suonato da paura, i Lady Greys fanno molta più gente sotto il palco di quanto m’aspettassi e, sicuramente, molta più della band precedente.
Rimango personalmente contento e mi sento orgogliosissimo di conoscere e poter apprezzare una Rock’n’Roll Band italiana riconosciuta da coloro che il Rock’n’Roll lo inventarono decenni or sono.
Dritti, potenti, perfetti, poche chiacchiere e tanta musica con suoni impeccabili.
Rimango sorpreso. Non per i Greys (che sono forti si sa…) ma per il suono.
Per quel che conosco io, nel nostro Bel Paese, mai e poi mai un check come quello fatto alcune ore prima (con quattro gruppi in scaletta e in così poco tempo) sarebbe riuscito.
Ed ecco che il mito ‘Londra tutta musica’ riprende vigore!
Terminano i Lady Greys, piccola pausa e la sala si svuota mentre sul palco salgono due ragazzoni di colore e un signore di una certa età con le bacchette in mano. Io ne approfitto per un’altra birra e quando torno in sala c’è il finimondo! Immaginate il figlio illegittimo di Jimi Hendrix e Lenny Kravitz, immaginate un sound ‘grasso’ ma allo stesso tempo potentemente distorto, immaginate una voce profonda e capace di ogni cosa, dal falsetto pulitissimo al graffiato più alto che si può.
Direi che più o meno ci siete. Si chiamano The Council e sono veramente incredibili!
Alla voce e chitarra un armadio a due ante con i dred, fantasticamente folle, al basso un afro mancino, alla batteria un uomo grassottello che, purtroppo, una tantum perdeva gli accenti.
Anche questo gruppo è incredibile o, perlomeno, voce incredibile, che mai ne ho sentita una così, in vita mia, dal vivo.
Ma anche qui non più di dieci persone e quattro danesi ubriache a sentirli.
Ancora: perché?
Anche a loro non posso fare a meno di chiederlo: “E’ stata una cosa dell’ultimo momento – mi fa il cantante – dobbiamo partire per una tournèe in Russia a breve, magari la gente non se l’aspettava”.
La risposta non mi piace, non troppo almeno, non per i miei canoni italiani. Nel senso che se te ne vai in Russia a suonare vuol dire che sei forte, che di pubblico ne hai. Riferisco, mi guarda e alza le spalle.
Ancora dubbi e ancora la ‘Londra tutta musica’ frana davanti ai miei occhi.

La mia serata finisce in birre offerte e ricevute, a parlare con i vari ragazzi che avevano suonato, con responsabili del locale che hanno incredibili storie da raccontare, a fare finta di provarci con la barista e cercare di scollarmi quelle quattro danesi ubriache.

Londra, musicalmente, m’è piaciuta.
Contraddittoria, strana, completamente diversa dalla concezione italiana (o perlomeno romana) di musica.
Dalla qualità di trattamento delle band all’eccellenza delle condizioni in cui le stesse suonano, dall’alto livello degli artisti all’importanza che comunque viene data a tutti dal punto di vista pubblicitario, di nome e immagine.
Londra in musica è un viaggio che ogni musicista dovrebbe fare, meglio prima che poi, forse anche per cercare di combattere dall’interno parte del nostro sistema musicale: quello del live.
Non che a Londra si fatichi di meno per uscire da quella massa informe e confusa di band che ogni sera suonano in qualche locale, ma c’è da ammettere che i nomi dell’indipendente londinese, quelli che spiccano, non sono neanche lontanamente simili dal punto di vista qualitativo a quelli italiani.
Sarà la considerazione che i gestori hanno di chi suona, sarà la cultura, l’aria, l’acqua, ma rimane il fatto che Oltremanica la musica si fa davvero e non si viene rimpinzati da mattina a sera con brutte copie di altri gruppi o cose trite e ritrite.

 

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