Lucio Leoni racconta il Lupo Cattivo

lucio leoni

Tenco, Tiziano Ferro e l’arte di fare domande: un unico filo di parole, come solo Lucio Leoni sa fare, per racontarci il suo ultimo disco e il suo percorso da Lorem Ipsum

Basta un solo ascolto de Il Lupo Cattivo (Lapidarie Incisioni/iCompany, 2017)  per capire che Lucio Leoni è uno che di musica se ne intende per davvero. Presentandosi come un eclettico mix di teatro-canzone, cantautorato, elettronica e punk, il disco segue a Lorem Ipsum (2015) e alla musicassetta Baracche e Burattini (2011), ed è stato anticipato dai singoli “Le interiora di Filippo” e “Stile Libero”. Particolarissima l’iniziativa lanciata dal cantautore per promuovere quest’ultimo: un “fundcrowding” (il contrario di “crowdfunding”) per far arrivare il brano a Tiziano Ferro in persona.

Abbiamo avuto il piacere di incontrare Lucio poche ore prima che salisse sul palco del Monk lo scorso 24 Novembre, proprio per la presentazione dell’album Il Lupo Cattivo. Inutile e superfluo parlare di un grande concerto, molto più interessante è stato invece tutto quello cha abbiamo avuto modo di farci raccontare.

Hai detto: «Il Lupo Cattivo è reale. Lo incontriamo tutti i giorni. A volte fatichiamo a riconoscerlo ». Trattandosi di un disco molto introspettivo, è questa affermazione ad essere figlia di un processo di autoanalisi o viceversa?

È un mischione. Da un lato questo continuare a viversi e accorgersi di questo cacchio di lupo cattivo, che è frainteso: è sempre l’altro, l’immigrato, il più debole e, per un motivo o per un altro, sono cattivi. C’è questa distorsione nello sguardo.
Dall’altro il mio percorso, che negli ultimi due anni è stato piuttosto complesso per questioni private – quelle cose che ti capitano due volte al massimo nella vita – e il rendersi conto che a un certo punto devi prendere in mano le situazioni in maniera diversa: per quanto mi riguarda, trasferendola in una visione un minimo poetica, questo vuol dire uscire da casa di mamma per provare ad andare a casa di nonna, e trovarsi nel bosco. Dentro al bosco ci sono gli ostacoli, il più famoso è il lupo cattivo, ma il problema è che quando te lo ritrovi davanti cominci a chiederti: “Perché è cattivo? È cattivo davvero? Vuoi vedere che sono io?”. Autosabotaggi vari, poca fiducia in se stessi, paure varie che ti porti appresso per retaggi familiari: cominci a guardare un attimo i problemi, a dargli un nome, e a capire se sono veramente problemi.
Questo è stato un po’ il succo.
Ma è tutto venuto dopo: il disco fino a due mesi prima che uscisse doveva chiamarsi Ex Libris. Poi c’è stato un momento in cui mi sono risentito tutti quanti i brani in fila e ho capito che ogni canzone era un punto di vista diverso di un problema, o di un granello nel meccanismo. Poteva quindi essere interessante concentrare l’attenzione su questa figura metaforica.

Rispetto a Lorem Ipsum questo disco mi ha dato l’impressione di risultare più coeso sia dal punto di vista sonoro che da quello testuale, finendo per forza di cose a dare vita a un qualcosa di molto particolare – vedi anche solo la marcatissima influenza del teatro. Avendo avuto modo di vederti dal vivo sempre con dei live set molto particolari (voce e batteria 0 chitarra acustica ed elettronica), posso solo immaginare che il modo ideale per portare in giro questo album lo sia ancora di più. Quale sarebbe?

Se vivessimo nel mondo ideale col cachet sempre garantito, ti direi quello di stasera: 6 elementi sul palco e uno sotto che si occupa dei suoni (“Rico” degli Uochi Toki). Questo disco risulta più coeso perché in Lorem Ipsum suonavano tutti ex-musicisti, mentre qui ne è rimasto solo uno (Filippo Rea, tastiere e elettronica). Gli altri sono Le Sigarette (Jacopo Ruben Dell’Abate chitarra, Lorenzo Lemme batteria), quel fenomeno di Daniele Borsato alla chitarra classica, e Giorgio Distante alla tromba, tutti con me questa sera. Lo porterei così perché i rapporti dinamici per me contano tantissimo: per esempio un brano come “Luna” (traccia 1 di Lorem Ipsum) in versione voce-chitarra fatica a darti quella botta emotiva, ma in quel disco è probabilmente l’unico; in questo ce ne sono tanti che senza la dovuta spinta rischierebbero di perdere. Poi per esigenze di budget abbiamo comunque preparato lo spettacolo anche in versione trio e quartetto.
Io poi sono uno di quelli convinti, proprio perché vengo dal teatro, che suonare bene non basti. Devi offrire uno spettacolo dall’inizio alla fine: la scaletta è quella, e ha un senso perché è quella; tutto l’insieme deve avere un senso. Se io mi potessi permettere il live designer che fa le luci per ogni pezzo, o addirittura delle ballerine – tanto per dirne una – costruirei una cosa completamente diversa.
Mi limito alla rappresentazione musicale, ma ti parlo comunque di rappresentazione perché quando saliamo sul palco non siamo noi: mettiamo in scena noi stessi, c’è sempre una maschera. Dovessi salire sul palco così come sto adesso non ce la farei, mi cagherei troppo sotto. E comunque il set voce-batteria al Quirinetta era improvvisato, non funzionava la chitarra.

“Il Lupo Cattivo” Artwork by Liva Massaccesi

Trovo la tua scrittura molto particolare e, da musicista prima di tutto, volevo chiederti qualche consiglio per un approccio più “fuori dagli schemi”…

Io sono molto fortunato per due aspetti da questo punto di vista: prima di tutto perché ho avuto in gestione un locale per 4 anni, La Riunione di Condominio, di cui ho curato la direzione artistica. Invitavo sempre i musicisti più matti che offriva la scena: free jazz, compositori contemporanei, musica elettronica contemporanea. Da loro ho assorbito molto, soprattutto per quel che riguarda il deformare e il decostruire. Noi potremmo metterci qua a riscrivere le canzoni come le facevano De Gregori, De Andre e Guccini per anni, ma secondo me lascerebbe un po’ il tempo che trova: nel 2017 parliamo a della gente diversa con una formazione diversa, e raccontiamo cose diverse, perché viviamo cose diverse dagli anni ‘70. E allora ha senso pure che la forma-canzone cerchi delle strade nuove. Alla base del mio pensiero c’è il voler fare delle domande. Smontare l’idea di forma-canzone per poi ricostruirne una diversa e inciderla su disco per me vuol dire fare una domanda, io poi ve la do in pasto e voi mi potete pure rispondere a merda, ma il gioco è quello: facciamoci delle domande, proviamo ad andare in delle parti diverse e vediamo che cosa succede.
Oltre a questo, il percorso di musica elettronica in conservatorio. Composizione elettroacustica mi ha aperto completamente la testa: l’approccio del linguaggio del testo diventa sganciato dalla metrica, dallo schema “strofa-ritornello-bridge”. A me non interessa più. Poi parlo di ricostruire perché dopo un anno di performance di “A me mi” (da Lorem Ipsum) noi poi ci ritroviamo a dire “Ah, ma quella parte lì è il bridge”, ma in realtà il brano nasce come improvvisazione: sono entrato in sala e ho detto “Ragazzi dritti dall’inizio alla fine, io parlo e basta!”; loro dicevano “Ma che cazzo sta a di?”, e invece dopo due settimane di prove è uscito una bomba. Però è a sensazione, io avevo la sensazione che potesse uscire fuori una cosa carina.

Mi ha incuriosito molto il brano “Impossibile essere possibile” in Il Lupo Cattivo: la musica è dei Vonneuman, che te l’hanno fornita insieme al titolo. Una volta scritto il ricco testo, non c’è stato bisogno di cambiare nulla? È stato un approccio simile a quello di Kahbum?
(N.B. Kahbum è una web series in cui a due artisti viene dato un titolo, e il compito di scriverci una canzone in 90 minuti. Lucio Leoni ha scritto “Adotta un Fascista” con Giancane, incisa poi sul disco di quest’ultimo)

A proposito dei musicisti pazzi che invitavo al locale, i Vonneuman sono una delle espressioni di ricerca musicale più interessanti. Stanno tipo al nono disco e li conosciamo in 7 perché fanno una roba “inascoltabile”. Però quella è la ricerca, l’avanguardia che va in direzioni che diventano l’arte per l’arte, forse addirittura un po’ eccessive: io sono ancora interessato a un linguaggio comprensibile, per cui fondo le cose. C’è chi invece si disinteressa e cerca e basta: per esempio i Radiohead senza i Kraftwerk non sarebbero esistiti, e i Kraftwerk senza Stockhausen non sarebbero esistiti; ma i Radiohead li capisci benissimo, i Kraftwek un po’ di meno, mentre Stockhausen non ci capisci un cazzo.
Comunque mi hanno mandato la registrazione non missata e il titolo, con due o tre riferimenti. Rispetto a Kahbum, non sei coadiuvato da una persona e hai un po’ più di tempo a disposizione. E poi c’è un’espressione artistica che è interessata alla tua, per cui stai un po’ più comodo perché se ti hanno chiamato vuol dire che cercano una tua forma di quella determinata cosa: io ho messo un mio modo di attaccare pippe – perché sostanzialmente attacco le pippe – e lo ho appoggiato su di loro, e si è incastrato tanto bene.

Brillante invece l’intuizione su “Io sono uno”: reinterpretare Tenco, integrandolo con parole dello stesso. Perché proprio Tenco? Perché proprio quel brano?

Tenco è uno dei padri fondatori: quando pensi al grande cantautorato italiano Tenco ce lo butti sempre detto, fosse anche solo perché è il nome che si da al più importante premio per autori. Però secondo me è anche uno di quelli ancora non capiti fino in fondo.
Io con le cover e le reinterpretazioni sono molto in difficoltà, soprattutto quando si tratta di questi mostri sacri, perché se sono tali vuol dire che quella forma che hanno trovato loro è la perfezione, per cui fatti i cazzi tuoi. Però l’anno scorso all’Angelo Mai hanno fatto una festa di compleanno per Tenco e mi hanno chiesto di reinterpretare un brano. Io c’avevo “Io sono Uno” addosso da un po’ di tempo, perché è una di quelle canzoni in cui Tenco parla di sé stesso. E anche lì mi sono chiesto quale potesse essere la mia forma di reinterpretare un brano di Tenco: se fossi andato lì e avessi cantato la canzone non avrei dato niente di più né niente di meno. Quindi sono andato a cercare un po’ di parole sue in giro e mi sono detto: “Cerchiamo di vedere chi è lui, non tramite biografie ma tramite interviste – parole sue – e aggiungiamo Nella canzone lui parla di sé su certi aspetti, ma sulle altre cose chi era Tenco?”
A tal proposito ho trovato un intervento relativo alla canzone di protesta fatto al Beat 72 – che è un locale di Roma piuttosto importante di quegli anni là – in cui lui dice delle cose molto interessanti e molto contemporanee, stimolato dai cronisti e dal dibattito. Mi ha divertito molto incastrare queste due cose: la sua canzone che parla di sé stesso e parole sue che per lui non sono mai state prese in considerazione, per aggiungere un altro punto di vista. Secondo me Tenco non va riscoperto: bisogna darsi da fare per capirlo fino in fondo.

Da Tenco passiamo a Tiziano Ferro…

È chiaro, la linea è retta.

Scherzi a parte, curiosa la trovata del fundcrowding per lanciare “Stile Libero”: vero è che effettivamente la canzone non faticherebbe a trovare spazio all’interno del repertorio del Tiziano nazionale. È nata con questo scopo? Alla fine gli è arrivata?

Non l’ho scritta per quello. Ovviamente è successo che quando l’ho riascoltata missata mi sono detto che se fossi stato un autore la mandavo a lui, lui la comprava e io andavo a vivere in Messico. Tutta la storia del fundcrowding è nata dall’esigenza di trovare un modo intelligente per lanciare questo disco: Lorem Ipsum era comunicazione, questo è sempre comunicazione ma un po’ più dentro la parola. Allora mi sono proposto di inventare un metodo di comunicazione strano – che addirittura portasse alla fondazione di un neologismo! –  e poi è diventato una stronzata divertente. Io sono sicuro che gli sia arrivata, però non si è fatto vivo. Ci sta, magari per arrivare a quei livelli là devi fare molto più rumore.

Ma Tiziano Ferro ti piace davvero?

Io e lui facciamo cose diverse, parliamo a pubblici diversi, ci interessano mondi musicali diversi; lui fa parte del mainstream, noi siamo la Resistenza. Quando è uscito con le varie “Rosso Relativo” e “Xdono” a me faceva schifo ma, piano piano, ho cominciato a pensare: “Vuoi vedere che questo proprio stupido non è?”. Mi sono accorto che effettivamente è simpatico – perlomeno dalle interviste – due ritornelli li ha infilati e coniuga i congiuntivi (al contrario di tanti di quel mondo là). A differenza di tanto pop mainstream italiano c’è uno sguardo produttivo intelligente e interessante nei suoi dischi, nei confronti per esempio degli Stati Uniti – che da quel punto di vista tirano fuori delle mine incredibili: se ci pensi Tiziano Ferro è il nostro Beyoncé! Voglio dire: un disco di Beyoncé è una cosa clamorosa, e un disco di Tiziano Ferro ancora fatica a esserlo, però almeno quella speranza e quello sguardo nei confronti di una produzione intelligente c’è.
Piano piano mi sono appassionato ed è finita che ho cominciato a imitarlo per divertimento, un giorno uno mi ha regalato un disco perché lo imitavo, e ci sono cascato dentro. Ma poi uno che ti scrive “Notizia è l’anagramma del mio nome” ribalta il tavolo in quel mondo là: è strano che succeda! 

Che poi, c’è da chiedersi se siamo davvero ancora la “Resistenza”: non si capisce se sia l’indie a essere sempre più “pop” o il “pop” a essere sempre più indie. Tu che cosa ne pensi? Come ti collochi all’interno di tutto ciò?

È una bella domanda. È strano, potrebbe essere allarmante, secondo alcuni punti di vista: quando comincia a diventare normale la roba strana, vuol dire che da sopra hanno deciso di farci sfogare e tranquillizzare tutto. Diciamo che a me non interessa moltissimo, perché come ho già detto mi interessa fare delle domande. Io continuerò a forzare le strutture e i suoni. Credo che l’arte debba avere una funzione “politica” e che debba essere legata ai concetti di carne, di crudo, di dolore. Deve far male in qualche modo. Per svegliare una coscienza e dare una botta, non puoi coccolare. A me le cose accomodanti non interessano. Non mi interessano molto quelli che partono dal basso puntando ad andare incontro e a vendere. Lo capisco, non ci metto giudizi, ma mi suona un po’ strano: se volevi fare i soldi studiavi legge, o un’altra cosa. Da sopra invece è più naturale. Dicono: “Qui bisogna fare i soldi, noi siamo gli squali del mondo, siamo ricchi e dobbiamo rimanere ricchi, e se sotto cominciano a fare casino… facciamoli entrare!”. Quando il nemico ti dice che è amico tuo però ti devi preoccupare, ed è quello che sta succedendo adesso in qualche modo. Sono confuso. Non se l’aspettava nessuno. Forse si sono accorti che i talent stanno morendo e hanno bisogno di risorse nuove. O forse è sempre stato così e noi non lo sappiamo: a un certo punto quello che prima sembrava underground diventa mainstream e così via, per cui fra qualche anno ci ritroveremo con i Venneuman che sono indie e lo Stato Sociale mainstream.

Infine, con chi ti piacerebbe collaborare all’interno dell’ambiente?

Parti dal presupposto che io sono una persona molto timida, per cui difficilmente chiederei a qualcuno di collaborare. Però secondo me il più forte in Italia in questo momento è Giovanni Truppi, e lo sarà ancora per molto tempo. Io farei qualsiasi cosa con lui. Credo che sia uno di quelli che ha veramente cambiato il linguaggio della musica italiana, anche se molti ancora non se ne sono accorti. Ci conosciamo da una vita – io sono quello che l’ha fatto suonare a Roma per la prima volta, quando lo conoscevamo in 7 – ma quando dico che sono timido intendo che artisticamente non mi sento assolutamente al suo livello, per cui non mi permetterei mai di chiedergli di collaborare. Però fare una cosa con lui mi piacerebbe tantissimo.
Gli altri nomi che mi verrebbero in mente sono nomi che hanno poco a che fare con la fama o la notorietà: quando mi sono venuti in mente i Uochi Toki ho chiesto a Enrico di farmi il mix  – li c’ho avuto il coraggio perché sapevo che avrei dovuto pagare; mi sta piacendo moltissimo Murubutu, mi sembra molto interessante ma ancora sono lontano dall’averlo capito fino in fondo, per cui non so dirti se ci farei qualcosa insieme. Poi se vogliamo esagerare andiamo negli Stati Uniti: “Questlove” dei The Roots, o direttamente Beyoncé, Tyler the Creator e Ghostpoet.

Il Lupo Cattivo è uscito il 10 Novembre 2017 per Lapidarie Incisioni.

Grazie a Lucio Leoni!

 

 

 

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