Maria Antonietta live @Lanificio 159

Maria Antonietta è un piccolo diavolo, si dice. Maria Antonietta è cool. Per questo scoprirla (con qualche mese di ritardo rispetto alla sua precedente calata a Roma, alla Locanda Atlantide) genera un mix di ansia ed eccitazione, perché l’effetto-Cani è sempre dietro l’angolo e di scottature ne abbiamo prese troppe. Qui però di cotta si tratta, e non di scottatura: bastano pochi secondi per innamorarsi della fu Letizia Cesarini, oggi Maria Antonietta, un po’ ragazza punk e un po’ donna poeta. Ci piace il suo lato stradaiolo: monta e smonta il palco, e nel mezzo si dimena e si sbatte (“like a robot from 1984”, anche se l’electropop è un mondo lontano), i capelli rossi corti che si incollano alla fronte – e il sudore è il fluido più rock che ci sia.
La musica di Maria Antonietta è diretta e obliqua. Diretta perché semplice, immediata, carnale già nelle sequenze di tre-accordi-tre. Ma dove non arriva la mano sinistra, che non scorre sul manico della chitarra con grande naturalezza, si spinge l’idea: stop & go, urla e sussurri, una canzone che passa da un riff punk sparato come un treno ad un momento di vuoto. E l’idea è, al suo nocciolo, un’urgenza di comunicare che è pulsante e quasi disperata – non disperata alla Syd Barrett, capiamoci, piuttosto frutto di tocchi ingannevolmente emo (ma “emotional” senza dubbio). Maria Antonietta mette il suo cuore a nudo sul palco, esperienza che sa di mesmerizzazione se tutto attorno a lei fioccano gruppi alla fin fine “normali”.
Il pubblico apprezza? Di sicuro è stupito e un po’ dubbioso. Ma una cantante così piena di vita e di sensazioni riesce a conquistare parte dei presenti. Probabilmente molti non sapevano cosa aspettarsi, attirati da un passaparola come sempre a doppio taglio; e la proposta di Maria Antonietta sa essere respingente proprio perché odora di vita vera, priva della finzione del “liberamente tratto da”. Insomma, capiamoci: la ragazza è figlia della fretta. Ha una chitarra in mano e si racconta tutta e gira l’Italia per portare una storia sul palco. Lo fa bruciando tappe, senza passare da una maturazione (artistica e lirica) che le starebbe scomoda. Ma che, superata l’onda lunga dello stupore iniziale, dovrà necessariamente arrivare. Non che l’abbandono del punk sia un obbligo: semplicemente a furia di andar dritti (anche musicalmente) si va a sbattere.
“Sono ancora bella”, canta Maria Antonietta sul finire del concerto. E l’augurio è che la bellezza – artistica, prima di tutto – rimanga viva e si evolva sempre: ci possiamo permettere di essere esigenti, in fondo, visto che questa ragazza sanguigna e un po’ (tanto) naif ha un potenziale enorme, che oggi esprime con un live energico e passionale, con una musica semplice e comunque creativa.
F.F.

MARIA ANTONIETTA
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