Mary In June | Tuffo

mary in june

I Mary In June sono tornati con un gradissimo disco. Ecco la nostra recensione di Tuffo.

Dicono che Mary sia andata via in giugno, ma secondo me non c’è Mary più bella di questa, qui ed ora. Finalmente un album intenso, abbiamo aspettato a lungo una band così; quando ascolti i Mary in June vieni letteralmente travolto dalla loro musica: una potenza devastante, sia musicale che emotiva, ma soprattutto fortemente evocativa, perché le loro canzoni sono veri e propri film, che ti si trasmettono in testa quando le ascolti.

Tuffo si apre con “Sogni per l’analista“, che altro non è che un tuffo introspettivo all’interno dell’anima del gruppo, dei suoi testi e della sua musica, con la quale andremo a convivere in questo percorso; una volta tuffati in questo mare, sta a noi decidere se andare a fondo o tornare a galla e risalire per respirare di nuovo. Sognare e raccogliere i nostri sogni in questa «scatola di cartone», e vomitarci dentro le nostre emozioni, le nostre idee ma soprattutto le nostre paure. In fin dei conti tutto questo è solo un altro sogno da raccontare all’analista, che scaltramente, ci darà l’ennesima spiegazione che noi, ma soprattutto il nostro inconscio, vuole ascoltare, ma che non è e non sarà mai quella reale, perché in fondo «il dolore ha la stessa origine del piacere», e noi sapremo accontentarci.

Combustibile” è una di quelle canzoni che ti ritrovi a cantare nel traffico e non te ne accorgi nemmeno; forte e dolce allo stesso tempo, ruvida, come la voce di Alessandro (voce e chitarra) e “melodica”, come le note del sintetizzatore di Aron (synth e tastiere) che caratterizzano il ritornello. Scelto come primo singolo dell’album, è stato lanciato con un video originale, con una location ancor più originale: il Quadraro a Roma. Canzone che parla di un amore finito, o forse mai nato («L’illusione non ci rende migliori ma ci rende felici») o addirittura di un amore impossibile («Quando troverò il coraggio per amarti sarà già domani, o forse ti amerò domani»), impossibilità dettata da una nostra volontà o forse dalla paura di amare, insita in noi. “Nuova fine” è la canzone che più mi ha colpito dell’intero disco; pezzo quasi classificabile come post rock, inizia con un dolce e ben suonato arpeggio di chitarra mentre pian piano il synth “apre” a quello che sarà il pezzo vero e proprio: una violenza sonora, forte e melodica al tempo stesso. «Dove c’è un nuovo inizio vi è una nuova fine» è un po’ il manifesto e il filo conduttore della retorica e della poetica del gruppo: il prenderti per mano nella ciclicità dell’esistenza e l’aprirti gli occhi dinanzi a quella che è la vita: un’illusa disillusione.

tuffo

Una musica particolarissima e ben pensata, l’ arrangiamento delle canzoni è sicuramente il risultato di ore di lavoro, e la sezione ritmica non è da meno: le parti di basso (Vincenzo) e batteria (Marco) sono, anch’esse, mai banali e sempre diverse; la particolarità e l’essenza delle canzoni fuoriesce in un vero e proprio impeto che fa da sottofondo “all’insolita” voce di Alessandro: ad un primo impatto, essa può anche risultare fastidiosa per alcuni, ma più si va avanti nell’ascolto e più non si può fare a meno di riconoscere che, una volta “entrati” nel disco, la sua voce è sicuramente il “vestito” più adatto alla musica del gruppo, Il più delle volte urlata, trasuda quasi una poetica disperazione, e pur parlando di rimpianti, abbandono ed ogni vicenda triste che colpisce l’animo umano, non aspettatevi di ascoltare i Mary in June in un momento di tristezza, con la speranza di condividere il vostro sentimento e di buttarvi a terra; la loro è musica che ti fa rialzare in piedi, una voce che urla alla perseveranza e induce alla riscoperta di una nuova consapevolezza. Potrei definire il suo Autore “Poeta Urbano”, perché evocativo, di odori, immagini e materiali, tipici di una periferia, che vuole riscoprire un’identità e la sua musica, una lunga e totale “sinestesia” che accomuna sensazioni e colori alla musica e alla melodia. Sprazzi di “poesia urbana” riemergono in “Confini“: «La luna che ai cani non risponde più» ed in “Perfetto”, «Toccheremo il punto più a sud d’Europa, tracciando una linea di separazione degli Ecomostri».

Tuffo può anche essere letto e interpretato come una resa dei conti con noi stessi, con le nostre ansie e le nostre paure, paure che tendiamo a nascondere a chi ci sta intorno («Facciamo sempre finta di star bene» – “Perfetto“), ma soprattutto, in maniera ipocrita, a noi stessi («Manca il coraggio per ammettere cos’è che non ci fa dormire, non c’è nient’altro da nascondere, non c’è nient’altro da dire» – “Fango“).

Le influenze sono molteplici e diverse: Marta sui Tubi, Management del dolore post-operatorio, Gazebo Penguins e Teatro degli Orrori sono i primi gruppi che mi vengono in mente quando ascolto “Tuffo”, anche se parlare di influenze è quasi un affronto; la musica dei Mary in June, per quanto a primo impatto non rappresenti nulla di incredibilmente nuovo nel panorama musicale italiano, è abbastanza slegata da altri gruppi o da sonorità già conosciute. Non c’è una traccia che assomigli a quella precedente eppure vi è un’incredibile coesione di elementi: dal pezzo più duro alla ballata. I Mary in June insegnano che è possibile fondere più elementi contrastanti e dissonanti in diversi generi e uscirne a testa alta, nel senso di produrre un disco che “suona” e suona anche bene.

Si tratta però a mio avviso, di un album “di nicchia”, difficilmente apprezzabile dal grande pubblico; non è sicuramente un disco da sentire, semmai da ascoltare o forse ancora meglio, da studiare. Non è quel tipo di musica che resta impressa nella testa dell’ascoltatore “medio”, senza nulla togliere alla suddetta categoria: non ci troviamo nell’ambito delle canzonette da cantare sotto la doccia, e questo fa di loro un gruppo che merita un particolare tipo di attenzione.

2016 (V4V- Records)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *