Intervista a Massimo Giangrande

GiangrandeQualche mese fa mi sono tristemente ritrovato alla serata di chiusura di un piccolo locale all’inizio (o alla fine) di San Lorenzo. Un locale intimo e piacevole che spesso ha ospitato buona musica per pochi appassionati: la Riunione di Condominio.
Ecco un altro pezzettino di cultura a Roma che se ne va, che affonda, pensavamo quella sera. Non vanno mai perse le speranze però, e me ne accorgo qualche sera fa quando mi ritrovo a un concerto di Massimo Giangrande nello stesso identico locale. Fresco di inaugurazione, Il Localino, odora di vernice all’ingresso nonostante non sembra cambiato nulla rispetto a prima nella geografia del locale. L’aria è molto diversa dall’ultima volta in cui ero andato: la dove si era celebrata la fine di un bel tentativo che si era fatto con la “RdC”, oggi ci sono volti nuovi e aspettative rinnovate. 
Parte bene la serata insomma. Un cantautore che ho avuto modo di apprezzare moltissimo negli anni in un locale, anzi un localino, che avevo lasciato a malincuore e che amo riscoprire.
Finita la parentesi romantica sale sul palco Giangrande con Angelo Santisi al violoncello e senza troppi preamboli comincia a suonare Paper Plane. Sale e scende dal palco anche Gabriele Lazzarotti, bassista di Giangrande già in numerose occasioni.
Così i tre suonano per più di un’ora suonando prevalentemente i brani del suo nuovo album, Directions, uscito circa un anno fa, senza dimenticare alcuni dei suoi classici (Il Mestiere di Vivere, Come il Cuore Leggero). Durante il set due cover: Teardrop dei Massive Attack, reinterpretata in pieno “Giangrande style”, che riesce nel difficile intento di rendere omaggio a un grande classico moderno senza “insultarlo”; poi un pezzo per Lou Reed, Satellite of Love, ancora una volta una cover riverente e sentita.
Dopo i bis di routine, da perfetto giornalista rompipalle, mi avvicino a Massimo Giangrande che gentilmente mi concede un’intervista smontando il palco:

Massimo GiangrandeCHEAPSOUND Ciao Massimo, un anno fa è uscito il tuo secondo album. Ora vieni dal tour con Daniele Silvestri. Novità in vista?
MASSIMO GIANGRANDE Io ho appena finito di registrare un disco di musica elettronica che si chiama Rue Project. In pratica è un duo composto dal tastierista e compositore Andrea Biagioli, che mi ha anche aiutato per Directions, ed è l’uomo delle macchine: crea i loop, manda le parti ritmiche, i samples. Io invece suono chitarra, basso, canto e mando anche io dei campioni. Stiamo mettendo su le prove per il live, avremo degli appuntamenti in Francia per un festival, poi in Svizzera a Lugano. Ci auguriamo che questo disco esca presto, ora Andrea è a Berlino per contattare delle etichette discografiche perché ci piacerebbe uscire dall’Italia per poi rientrare. Siamo concentrati più che altro sull’estero dove c’é proprio un altro modo di lavorare… 

CS Infatti prima e anche dopo l’uscita di Directions hai suonato molto all’estero. Che differenze hai trovato fuori rispetto all’Italia?
MG Innanzitutto ho fatto il tour perché, ormai qualche anno fa, ho prodotto il disco di una cantante franco-senegalese che adesso vive a Roma e si chiama Awa Ly. All’interno della promozione del disco siamo riusciti ad andare fuori: in Germania, in Belgio, in Francia. La differenza è quasi abissale, ma non per una questione di spazi, di club; è una differenza importante nelle persone,  nel pubblico. Le persone escono fuori e vanno a sentire la musica, mentre a Roma si va nei posti che si conosce, è difficile che a Roma esci e vai a sentire della musica dal vivo così, senza che nessuno te la segnali. Fuori invece si entra in un club e c’è la musica, e di solito è musica di qualità, mentre qui a Roma molti posti non sono nemmeno attrezzati tecnicamente per fare musica dal vivo, per questo mi capita poco spesso di suonare qui.  

CS Com’é andato il disco? Vale ancora la pena di fare album?
MG Mah, l’album va fatto se ci sono le condizioni. Se uno ha quattro pezzi forti ne fa quattro, se uno ne ha nove ne fa nove. Non credo ci sia una politica o una strategia di marketing migliore di un’altra in questo. Uno degli ultimi dischi che ho preso molto belli è stato il disco di Piers Faccini che è un cantautore italo-franco-inglese. Ha fatto un disco meraviglioso, è venuto in Italia una volta, se non sbaglio al Circolo degli Artisti, e a vederlo saremmo stati trenta. Eppure è un cantautore che ha aperto la tournée di Ben Harper, all’estero viaggia alla grande, qui no. Il problema è che qui dopo vent’anni di discesa culturale è più difficile riconoscere le cose belle. Con questo non voglio dire che io faccio le cose belle, ma laddove potessi farle sicuramente non avrebbero la facilità di essere riconosciute. 

CS E questa è una tendenza che non migliora? Con internet si riesce a diffondere un po’ di più la musica…
MG Su internet c’é possibilità di reperire delle cose meravigliose. Rimane però la difficoltà nella nostra città, e parlo per Roma come per le altre città italiane: la questione rimane che recepire la buona musica e dare lo spazio che merita è difficile. Tutta la buona musica che c’è in Italia, c’è perché con un lavoro enorme, quasi una eroicità d’altri tempi, qualcuno cerca di proporre le cose buone come può, ma siamo lontani dal fare le cose come andavano fatte. 

CS Il primo disco è uscito con Fiori Rari, il secondo con Benvegnù. Come sono nate queste collaborazioni e come hanno influito sugli album?
MG Fiori Rari era un progetto nato da una serie di musicisti che poi erano quelli del Collettivo Angelo Mai, e in quel momento era una tappa quasi obbligata uscire con quell’etichetta li. È stato il coronamento di un’esperienza meravigliosa di tanti anni. Con Paolo (Benvegnù, ndr) la collaborazione è nata dopo un concerto in Lussemburgo. Ho avuto il piacere di aprire il concerto di Proiettili Buoni, ovvero lui e Marco Parente. Li siamo diventati subito amici, gli ho fatto sentire dei brani che avevo scritto e gli ho chiesto se voleva produrre il disco. A lui è piaciuto e abbiamo iniziato a lavorare. 
Apnea è un álbum che parla di me nella maniera più intima, l’ho scritto nella mia stanza parlando di me; arrivavo da una band rock, i Punch & Judy, che menava forte, quindi sentivo l’esigenza di tornare alla chitarra alla voce, a strumenti come il vibrafono, il violino, il violoncello. Con Paolo invece sono tornato a sperimentare un po’ di più: per esempio non avevo l’esigenza di fare un disco in italiano. 

CS …che per un cantautore è quasi una tappa obbligata
MG Io in realtà non mi considero un cantautore nel senso più stretto del termine: il cantautore è un ruolo a volte anche un po’ pesante. Io mi considero un musicista e mi piace avere la libertà di poter fare dei pezzi strumentali o in altre lingue. Se dovessi pensare alla scuola genovese o anche a quella romana non mi ci metterei dentro ecco. 

CS Come nascono i tuoi testi?
MG Il testo è una fase complicata, scrivo degli appunti, poi magari li butto. È un lavoro per me un po’ più complesso rispetto alla musica che invece mi viene più naturale. Sui testi bisogna fare un lavoro sulla parola, sono meno istintivi della musica. 

A questo punto salutiamo, o meglio liberiamo, Massimo Giangrande, letteralmente inginocchiato a raccogliere cavi cercando di far arrivare la voce al “Memo vocale”, e andiamo via dal localizzo, pieni di novità in arrivo che non vediamo l’ora di ascoltare! Nel frattempo sul nostro canale Youtube i video della serata: Parte 1 (Paper Plane)Parte 2 (Teardrop)Parte 3 (Satellite of Love)

effebbí

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