Oltre quel filo sottile che divide l’arte dai numeri c’è anche un Dremong

Copertina DremongLe trame già fitte di suo si fanno intricate più del dovuto a celebrare il genio compositivo e letterario, oppure è solo il mero standard superficiale a cui siamo assuefatti a farci perdere il lusso di una disamina personale e fantasiosa nell’uso e nella comprensione delle parole?
Sempre più legati ad un ovvio e ad una comunicazione immediata, sempre meno efficaci per il popolo tutto quel dire e quel suonare che sia meno scontato possibile, trasgressivo e rivoluzionario…che a detta di quei pochi che lo fanno quotidianamente, stranamente si tratta di normalità.
E allora c’è da chiedersi da quale angolo della stanza fermarsi a guardare questo dipinto…perchè di dipinto si tratta e non più di sole canzoni. Per diritto di cronaca e forse per comodità sociale, mi siedo dalla parte del popolo che in genere – e nessuno si senta offeso – non ha tempo da investire in quel modo di fare analisi e in quella dedizione spirituale e conoscitiva di un’opera che non sia, essa stessa per prima, chiara e comunicativa tanto da rapirci. Oggi si corre, oggi vige il tutto, oggi lo pretendiamo subito perchè così dice la televisione.
Ed ecco che tra le mani suona il nuovo disco di MAX MANFREDI che ad onor del vero è forse un lavoro di infinità profondità espressiva e ricerca di dettagli, di particolari, di suoni e di parole. Un grande progetto destinato al consumo dei pochi – e di nuovo nessuno si senta offeso – che spingono se stessi e la propria sensibilità in lidi meno battuti dal quotidiano e dal consueto. Il sole del consumismo e dell’industrializzazione non trova terreno da rendere arso a piacimento…almeno non quì.
Già dal titolo si parte a gamba tesa su tematiche che rasentano l’assurdo: DREMONG. Eppure si parla di mitologia, si parla di una figura che fa paura, si parla di un Orso tibetano, si parla di quello che poi darà i natali all’occidentalissimo Yeti. E da li il suono e la scrittura ci trasporta in un immaginario sovversivo, linea sottile di confine che separa il normale dallo strano. Che di normale c’è tutto e di strano, purtroppo, ben poco. Ed è questo il guaio.
Inutile fare gli ipocriti quando davanti abbiamo 1000 persone che, nel 90% dei casi, avrà scarso entusiasmo nel lasciarsi rapire da una scrittura così impegnativa, sia dal punto di vista strutturale che letterario. Non lamentiamoci altrettanto ipocritamente se poi uno standard del pop dalla grande diffusione mediatica vende migliaia di volte di più di un disco come questo…come tantissimi altri. E menomale, oserei aggiungere, che ancora esiste una produzione che sfiora delle corde così primitive e così antiche: lustro alla dedizione, lustro allo scibile, lustro alla parola che per un poeta canzoniere riveste il ruolo di protagonista indiscusso. E Max Manfredi va oltre unendo a tutto questo tracce di grande musica, ben arrangiata, ben prodotta, ben confezionata…perchè di certo la musica non la tralasciamo nel cassetto delle cose secondarie…tanto la voce narrante canterina sarà mixata a qualche migliaio di decibel oltre il livello del mare.max-manfredi
In questo disco musica e parole si prendono per mano e ci accompagnano in un viaggio surreale, tra fantasie e riferimenti terreni, tra chimere a tratti di matita e concretezza dal sapor del cemento.
Progressive? Forse…se ascoltiamo la title track sicuramente. Epica, medievale. Ma poi le 13 canzoni scivolano via in scenari antichi di chitarre classiche, archi e melodie di boschi fatati e fantasie di pescatori in viaggio. La Grecia, i Balcani, l’occidente del rock, un seducente pianoforte per una ninnananna morbidissima…e ancora suoni surreali, suoni popolari, suoni sintetizzati, suoni industriali. Potessi regalarvi un riassunto di tutto vi inviterei ad ascoltare il brano Anni 70.

E poi resta da chiedersi cosa ne sarà di tanta creatività intellettuale!!! Ne resterà un nome, un grande nome, una grande musica e un motivo in più, sicuramente valido, per uscire fuori vestiti come capita e mettersi in gioco contro se stessi e contro un cliché che ormai inizia a stufare. Forse proprio perchè si fa sempre più viva la voce che urla come può e come gli viene concesso il bisogno di avere altro, tanto altro. Ricordo quando la musica smuoveva le coscienze e faceva da insegnante e da apripista alla contaminazione, quando faceva sesso e faceva politica, quando raccontava il popolo della strada e nella strada tutti sapevamo cantare.

Chiacchiere al vento. Alla fine dai talent show delle grandi reti usciranno i nuovi artisti plastificati che con un solo istante faranno copia e incolla. Quanto basta per gettare il buio su ARTISTI di questo calibro. E che nessuno si senta offeso. Ma i numero parlano da se. E i numeri li facciamo tutti noi.

Paolo Tocco

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