Da Napster a Megaupload: come siamo arrivati alla #primaguerradigitale?

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E’ di pochi giorni fa la notizia della chiusura di Megaupload, il sito che da anni ormai offriva a tutti gli utenti di internet un servizio streaming estesissimo, con migliaia di film, cartoni e serie tv.
Da quando è nato Napster, nel lontano ’99, la rete e la magistratura hanno cominciato una battaglia che sembra solo all’inizio.
ILLEGALE? – Perché prestare un disco ad un amico non è uguale a condividerlo via internet? E se di amici ne avessi tanti, tantissimi, e volessi condividere la musica con tutti loro? Questo è il concetto per cui si batte ogni persona che scarica musica o film illegalmente. La condivisione universale della conoscenza. Utopisticamente, uno dei più nobili e potenziali aspetti di internet, in pratica, un disastro. L’illegalità è data dalla violazione del Copyright, concetto stesso che molti ritengono obsoleto, ma che rimane la base del finanziamento di tutto un genere di “mestieri” che sono finanziati dal diritto d’autore (musicisti, registi ecc.). La rete non si adatta a queste leggi, le leggi non si adattano al cambiamento dei tempi. Così si arriva alla guerra.
COMPORTAMENTO – La frase tipo è “se voglio una canzone perché devo comprarmi tutto un disco che costa 20€?”. Ma la verità è che i dischi, così come i DVD, costano davvero poco ormai. Con prezzi irrisori, nei posti giusti, puoi comprare tanti tantissimi dischi, film e libri. Molti store sono nati, da quello di iTunes, a Zune allo stesso Napster “resuscitato”, dove una canzone costa un dollaro, in barba a chi dice “un disco di venti canzoni non mi serve, io voglio solo quella”, ma niente.  La verità? La verità è che a meno che una persona non sia appassionata all’oggetto in se (in un disco la musica è una parte, il contenitore, l’artwork, la qualità audio, sono tutti elementi che internet non ha) nessuno preferirà comprare mai nulla (anche per un centesimo) se può averla gratis.
SOLUZIONI – Da questa strada non si esce. La gratuità è un concorrente troppo forte per trovare una soluzione, e allora ognuno si adatta: in dieci anni e più che questo fenomeno è in crescita, esistono ancora musicisti, discografici, negozi di dischi, fonici, produttori… Alcuni artisti, per esempio, hanno votato la loro carriera alla rete. I download – spesso gratuiti – vengono messi a disposizione dall’artista stesso che cerca così una diffusione maggiore e – probabilmente – ottiene un ritorno sulle esibizioni live.
Altri hanno separato le cose: c’è la versione di internet, gratis perché no, poi c’è la versione in cd con bonus, o in vinile per i nostalgici e gli appassionati del “new vintage”.
Altri ancora si sono spostati su mezzi improbabili come le cassette, più difficili da masterizzare  (ci vuole un’attrezzatura che in media le persone non hanno), ma queste sono scelte ideologiche, che sono molte lontane dalla realtà.
Nel frattempo le case discografiche, le major soprattutto, si fondono fra loro, chiudono, evitano bancherotte fraudolente ogni giorno. Di questo passo rimarrà solo una major col nome di tutte! Sony, BMG, Universal, Emi. Ormai sono tutte una sola industria.
“INDITENDENZA” – Al contrario sopravvivono le case discografiche minori. C’è la tendenza, il ritorno, al piccolo, alla musica un po’ artigianale, al sottosuolo della produzione. Un fenomeno inatteso e contraddittorio però molto interessante. Fallita l’idea di una musica per tutto il mondo, fomentata dalle grandi major, sta passando quella di una musica per ogni posto, da spargere in tutto il mondo.
Così le case discografiche microscopiche riescono a barcamenarsi, loro si barcamenavano anche prima della crisi, per loro non è cambiato granché!
Il cambiamento che c’è stato è che non di rado anche questo è un fenomeno architettato: le major creano sottomarche e le spacciano per indipendenti. Così insomma, si arriva a parlare della moda dell’indie. Dove è uno stile di vita più che una scelta….
LEGALE? – A questo punto resta da capire cosa è legale. In un mondo dove chi viene prodotto non vende e chi invece è indipendente vende ma al nero, non riesco a capire dove sia la convenienza di insistere a mantenere inflessibile la legge sul diritto d’autore. I governi, in particolare quello americano, non fanno altro che lasciar correre e ogni tanto chiudere qualcosa per dimostrare che la legge c’è e possiamo evaderla solo perché loro sono d’accordo. Tanto vale cambiare le leggi? Bisogna vedere come: come adattare una legge (nazionale) a tempi in cui la condivisione è diventata pane quotidiano del mondo intero? E cosa dovrebbe fare l’utente? Continuare a comprare indefesso materiale in modo legale o rubacchiare qui e la dove si può?
#PRIMAGUERRADIGITALE – E’ stata l’eliminazione di Megaupload e Megavideo che ha portato la “gang” Anonymous a sfoderare un attacco a tutti i siti internet governativi. Una stupida ricerca, a mio parere sia chiaro, di manifestare con arroganza il potere che ogni utente ha sulla rete. Ma proprio perché la rete è di tutti e per tutti, Anonymous dovrebbe evitare di rispondere all’arroganza con arroganza, perché è così che porteranno veramente i governi a prendere decisioni e porre limitazioni anche ad internet. Anonymous non è che un’altra faccia della stessa medaglia: i giudici tolgono un sito (mentre molti altri continuano a girare, vedi dopo la chiusura di Napster la nascita di Limewire, WinMX, eMule e la diffusione di Torrent), loro ne tolgono un altro. Che poi di fatto è questa la guerra, una sgangherata faida fra due che si contendono il lavoro degli altri.
Fateci sapere la vostra opinione!
F.B.

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