Metallo Romano #3

La neve ha un po’ rovinato il mese di concerti che ci aspettavamo, ma poco importa: un altro mese con tanto metal per tutti è passato agli archivi, il mosh non ha fatto vittime e le nuove uscite si sono sommate. Qualche sorpresa, qualche delusione, un buon numero di dischi di livello. Più giù, come al solito, gli speciali: Metallo Italia (si parla dei grandi Ufomammut), Classic Band (spazio agli Earth, che hanno anche un nuovo album sugli scaffali) e il calendario degli eventi di marzo.

Live report

Salta uno degli appuntamenti più attesi, il tour europeo degli Entombed, il cui pullman viene dirottato a Pescara per via della neve che paralizza Roma. Restano due imponenti serate a tema hardcore, da quello tradizionale dei leggendari Agnostic Front a quello metallizzato di Caliban, Carnifex e degli altri partecipanti al Bonecrusher Fest 2012.

Agnostic Front + guests @ Circolo degli Artisti, 06/02

Per una volta vedere il Circolo degli Artisti con meno alt-kids e più pubblico hardcore fa un gran bell’effetto – pubblico oltretutto piuttosto numeroso nonostante la neve, ottimo segno. I Naysayer [6.5] propongono una versione appena più spinta del classico hardcore americano anni ottanta, con buona energia e pezzi rapidi e dal buon impatto. Performance non indimenticabile e un po’ “fuori tempo”, ma in grado di scaldare la folla quanto basta. Piacciono di più i Death By Stereo [7], che hanno un sound più vario e personalizzato, fortemente incentrato sulle evoluzioni del vocalist Efrem Schulz – mentre qualcosa delle linee di chitarra si perde in un mix non perfetto, a causa del quale le ritmiche soffocano troppo spesso le parti principali. Che tutti fossero lì per gli Agnostic Front [8.5], comunque, era chiaro – ed è giusto così, intendiamoci: ventisette anni di attività, dieci album di hardcore granitico e molto metallaro, un’attitudine ed un’energia che non tramonta mai. Si dirà che l’hardcore oggi è un’altra cosa rispetto a quello che suonano i cinque di New York, che il genere è poco avvezzo alla nostalgia, che suonare come se fosse la metà degli anni ottanta ha poco senso. Ma assistere oggi ad un concerto degli Agnostic Front ha l’incredibile effetto di portare in una zona fuori dal tempo, in cui 2012 e 1982 sono, in fondo, la stessa cosa. Il confronto fra classici e brani più recenti (ben sette gli estratti dall’ultimo album) non è penalizzante, la cover dei Ramones in chiusura (ovviamente Blitzkrieg Bop) da sturbo.

Bonecrusher Fest @Blackout, 19/02

Dispiace aver ignorato completamente le band che suonavano sul second stage, ma un po’ la logistica avversa e un po’ la concomitanza di alcune esibizioni l’hanno reso impossibile. Il “succo” del Bonecrusher Fest 2012, in ogni caso, è sul Main Stage. Aprono gli Eyes Set to Kill [6.5], già visti a Roma mesi fa da headliner: spesso troppo leggera la proposta del gruppo capitanato dalle sorelle Rodriguez, ma soprattutto non abbastanza incisiva da compensare le melodie vocali fin troppo easy. Molto buona, invece, come sempre, l’attitudine live. Decisamente martellanti i Beneath the Massacre [7], lievemente penalizzati dal sound, che non premia decisamente il lato più melodico dell’assalto chitarristico dei canadesi; una saltuaria mancanza di coesione fra i vari strumenti è ampiamente coperta dall’ottima prova del vocalist Elliott Desgagnés. Discreta anche la reazione del pubblico per quella che è, in effetti, una band death metal con ben pochi tratti -core. Il lato symphonic dei Winds of Plague [7] fatica ad emergere, sepolto sotto un mix mosh-oriented; ma il deathcore dei sei californiani resta godibile anche così, soprattutto grazie ai pezzi estratti dal loro ultimo album, Against the World (2011). Subito prima degli headliner suonano i Carnifex [7.5], giovani ma molto convincenti. Stupisce la versatilità e la grinta del singer Scott Lewis, c’è qualcosa da limare nel songwriting anche con quattro album alle spalle, ma forse si tratta di difetti congeniti al deathcore, di per sé non il più vario dei generi. Gli headliner Caliban [6], invece, non convincono appieno. Un po’ per il locale ormai semivuoto (e, certo, loro non hanno fatto nulla per nascondere l’irritazione), un po’ per la presenza eccessiva di brani estratti dal nuovo disco, di cui parliamo oltre, un po’ perché chi è rimasto ad ascoltarli è decisamente provato da ore di pit leale e serrato. Peccato, più che altro perché la carriera dei tedeschi sembra davvero ad un punto critico, ma la loro non convincentissima esibizione non toglie quasi nulla alla godibilità della serata.

Recensioni

Recuperare da importanti passi falsi si può – chiedere agli Eluveitie per conferma. Gli svizzeri con il notevole Helvetios [7.5] tornano ai livelli di Slania, cancellando per quanto possibile le due debolissime prove in mezzo: finalmente gli alfieri del folk estremo tengono alta la loro bandiera. Convincono fino a un certo punto i Napalm Death di Utilitarian [7]: quasi metà disco è trascurabile, e se il momento migliore è una comparsata di un minuto scarso di John Zorn direi che i padri del grindcore devono fermarsi a riflettere sulle loro possibilità creative. Flop totale invece per gli Earth di Dylan Carlson (la cui altrimenti notevole discografia approfondiamo più in basso): proprio come il precedente capitolo, Angels of Darkness, Demons of Light II [5] è un album debole, stanco e ripetitivo. Che ne è di quel gruppo che aveva declinato il verbo doom in modi favolosi anni fa? A proposito di doom, convince invece l’ennesima prova dei finlandesi Swallow the Sun: Emerald Forest and the Blackbird [7.5], forte da un lato di un singolone con la voce di Anette Olzon dei Nightwish e dall’altro di pezzi di grande atmosfera e raffinatezza, convince, attestandosi su livelli non lontani dai dischi più acclamati della band. Si lasciano apprezzare anche i Corrosion of Conformity (con un disco omonimo [7]) senza Pepper Keenan, ma il fatto che il brano migliore sia strumentale è quasi inevitabile. Buone le digressioni fra sludge e stoner, in ogni caso, anche se la fantasia non è più quella di un tempo. Si può ancora essere significativi dopo trent’anni di carriera e un sound sostanzialmente scolpito nella pietra? Ci provano i tedeschi Rage, e effettivamente 21 [7] è un album solidissimo, che dà grande piacere nell’ascolto. Certo, la formula musicale è plafonatissima, ma nelle mani dei Rage (e in particolare di quel gran chitarrista che è Vitor Smolski) mostra di poter reggere il test del tempo. Bocciate in tronco, invece, le reminiscenze Nightwish-iane degli Xandria, il cui Neverworld’s End [5] è un disco dalla banalità tale che un ascolto è anche troppo. In ambito symphonic si può fare molto di più anche con un pizzico di pigrizia in meno. Steccano anche i Caliban, che con I Am Nemesis [5.5] mostrano una pericolosa vicinanza con la canna del gas. Speriamo in una pronta risalita da parte dei tedeschi, che peraltro dal vivo (come detto sopra) saprebbero ancora dire la loro sui classici. Se dico Veil of Maya dico deathcore, e anche di qualità, come dimostra ulteriormente il nuovo album, Eclipse [7], che innova poco e niente ma è fatto di ottime prove da parte di tutta la band. Chiudono la lista delle uscite di febbraio i Goatwhore con l’ennesimo assalto sonoro senza secondi fini, questa volta intitolato Blood for the Master [7.5], che aggredisce l’ascoltatore con un death molto vicino a panorami black. Dieci tracce che non brillano per varietà ma per convinzione e furia distruttiva.

Metallo Italia: Ufomammut

Sei dischi in studio (il settimo, Oro: Opus Primum, è in arrivo ad aprile) per la band piemontese che ha rappresentato il meglio d’Italia in quel genere così tipicamente novantiano (anche se continuamente soggetto a riprese) che è il doom psichedelico. Prendendo a piene mani sia dallo stoner più colto (quello dei Kyuss, s’intende) sia dagli Hawkwind più spaziali e dagli immancabili Pink Floyd, gli Ufomammut sono riusciti nel corso di dodici anni a creare un sound personale, che è sì retrò ma al tempo stesso sognante e aperto, insomma con ampi margini di manovra per evitare di percorrere sentieri già battuti dagli iniziatori della scena. A voler tracciare un’evoluzione del sound degli Ufomammut, possiamo dire che la partenza è figlia degli Electric Wizard e di ampie suggestioni post-rock, ma resta vicina ad un’idea tradizionale di forma-canzone: così il buon esordio Godlike Snake [7], del 2000, e il terzo album, il breve Lucifer Songs [8]. In mezzo c’è il più elaborato Snailking [7.5], un buon indizio su quella che sarà la direzione futura del gruppo. Dopo il particolarissimo Supernaturals Record One [s.v.], interessante frutto di una jam assieme ai post-rockers LentO, la svolta verso la rarefazione totale e la psichedelia distorta viene intrapresa con coraggio: c’è Idolum [8], un’ottimo album nonché un test sul campo delle nuove idee, c’è soprattutto il notevole Eve [8.5], il miglior album degli Ufomammut in attesa del già citato nuovo lavoro. Band da tenere d’occhio a tutti i costi, in grado di far sognare nel senso più letterale del termine, con strutture sonore via via più ariose e colte.

Classic band: Earth

Oggi non vediamo che il pallido fantasma di quelli che una volta erano gli Earth, band da annoverare fra le più innovative e particolari degli anni novanta. Forti di un sound intransigentemente creativo, che ha spinto i confini del doom sperimentale fino a luoghi più tardi frequentati da Sunn O))) e compagnia droneggiante, gli Earth, guidati sempre dal leggendario chitarrista Dylan Carlson, sono una pietra miliare di un certo modo di suonare metal – molto underground, molto riflessivo, molto ambient. L’esordio è sotto Sub Pop Records, ed è un EP di tre brani con il contributo di un certo Kurt Cobain: siamo nel 1991, niente suona come Extra-Capsular Extraction [8], una scheggia di doom (molto) post-sabbathiano rallentato allo sfinimento, in loop perenne. Earth 2 [9] e Phase 3: Thrones and Dominions [9] sono la quintessenza dell’evoluzione portata da Carlson – il primo è IL disco drone per eccellenza, un must assoluto; il secondo si pone come un lavoro ancora più sperimentale, con brani più immediati misti a digressioni à la Kraftwerk con una spruzzata di tribalismi. Pentastar: In the Style of Demons [8.5] è un altro disco coraggiosissimo, che tenta di operare una fusione (spesso delirante) fra l’etica creativa drone e il rock alternativo di metà anni novanta (siamo nel 1996, la label è ancora la Sub Pop) – Carlson canta persino due brani, e i tocchi ambient impreziosiscono quanto basta il disco. Poi però lo scioglimento sull’onda del suicidio di Cobain, la complessa riabilitazione e il ritorno a metà anni Zero sotto Southern Lord Recordings. Il primo esperimento che pesca a piene mani dal folk americano e dalla country music più basica (il tutto ovviamente piegato alle “logiche strutturali” del drone doom) è HEX; Or Printing in the Infernal Method [7.5], buon disco che però è anche il punto più alto di questa seconda fase della discografia degli Earth. Segue infatti il discreto The Bees Made Honey in the Lion’s Skull [7], che prosegue il discorso romantico-tradizionalista, e infine i due fiacchi capitoli del ciclo Angels of Darkness, Demons of Light [rispettivamente 6 e 5]. Anche le prestazioni live non sono più quelle di una volta, e tutto lascia pensare che gli un-tempo-gloriosi Earth siano ormai solo un nome da ricordare.

Calendario

02/03 Eldritch+Noumeno+Rainfall @Dissesto Musicale

07/03 God Is An Astronaut+Tides of Nebula @Circolo degli Artisti

09/03 IV Luna+The Greatfire of Rome @Traffic

09/03 Tethra+Cielo Drive+The Wisdoom+God’s Left Hand @Closer

16/03 Vinterblot+Blood Legion+Hellucination+Mens Phrenetica @Closer (serata Metal Massacre)

16/03 Helmet+guests @Traffic

23/03 T.I.R.+Crystal Fury+Whisperz @Dissesto Musicale

24/03 Obscura+Spawn of Possession+Gorod+Exivious

25/03 War from a Harlots Mouth+As Blood Runs Black+I the Breather+Thy Art Is Murder @Traffic

29/03 Farflung+Black Rainbows+Last Movement @Sinister Noise

30/03 Fearbringer+Zedher’s Coffin+Voron+Seventh Genocide @Closer (serata Metal Massacre)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *