Mi sono rotto il cazzo (titolo fintamente aggressivo per un articolo dai contenuti rilevanti)

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In questa strana mattina di fine estate mi sono svegliato con una certezza sopita nel profondo della mia coscienza, emersa come un brutto incubo che provi a scordare senza riuscirci: l’Italia è la provincia del Mondo.

Per carità, se lo confrontiamo col Kirghizistan, il nostro non è un posto così arretrato – non me ne vogliamo gli abitanti kirghisi ovviamente. Ma fino a ieri pensavo alla bellezza e alla fortuna di avere tanta bella musica nel mio splendido e fortunato paese, mentre oggi il panorama mi sembra desolante.

modena2Non che quando avessi, chessò, 15 anni le cose andassero diversamente. Dei primi 2000, per quel che concerne l’ambito musicale, mi vengono in mente giusto un paio di scene: da una parte c’erano i rimasugli del post grunge italiano, quello dell’estetica “droga-e-sporco” tipo Afterhours, Marlene Kuntz, Verdena et similia; dall’altro il combat folk sinistroide da centro-sociale-occupato tipo Modena City Ramblers o Ratti della Sabina. Oh, ben inteso, andavo a vedermi fieramente entrambe le compagini, ma erano errori dell’adolescenza. Ma adesso che son assai più grande e gli Afterhours son diventati una band di uomini maturi che parlano del sociale e tutti i comunistoidi del folk se non son spariti son diventati per lo più macchiette, beh, non mi ci ritrovo più nella musica di adesso.

No, non partirà la tiritera de “ai tempi miei“, tranquilli. È solo che non so più di che si tratta, quando si parla di “musica di adesso“. Una volta era più facile, no? Eri un ragazzino dannato e frustrato? Manuel Agnelli ti consolava dicendoti quando nel tuo malessere c’era (presunta) bellezza. Facevi il liceo e quindi fasci-infami-non-saremo-omologati? Cisco ti invita ad alzare il pugno e continuare a manifestare. E oggi? Chi c’è oggi di “grosso“?

Lo stato sociale. Le luci della centrale elettrica. I cani. Mannarino.brondi
I primi che mi vengono in mente, qualcuno me lo perdo di sicuro.
Mi son chiesto allora quale sia la sottile linea che accomuna questa nuova scena di band e cantautori. Forse una cifra stilistica musicale? Buon dio, no! Questi sono gli esponenti del peggiore derivatismo possibile, con quello che ruba da Gaber, quell’altro da Max Gazzé e quell’altro ancora che fa stornelli, cristosanto. Non c’entra niente la musica, qua, non sono importanti perché “suonano bene“, lo so io e in fondo lo sai anche tu.

Ma sì, ecco cos’è! Siamo in Italia e – come diceva Moretti – “le parole sono importanti“! Quello che realmente li accomuna tutti è l’arguzia dei testi! Sì, tutti questi cantautori, veri o dissimulati, sono guidati dalla loro arguzia, dalla loro voglia impertinente di farci capire quanto siano svegli e giovani.
Ma, io che ho 27 anni sulla carta e 72 nella testa, proprio non capisco cosa ci sia sotto. Cioè, di che si parla nelle canzoni di questa “nuova” leva di musicisti?
I pariolini di 18 anni? Sono così indie? Luminosa natura morta con ragazza al computer?
L’arguzia è – perlopiù – rivolta alla descrizione dei nostri tempi e dei nostri luoghi. Una continua sequela di luoghi comuni, frasi fatte e archetipi banalotti che dovrebbero descrivere il grande disagio di un Paese in una crisi, sì, ma per lo più umana e culturale. Un paese popolato da indie, hipster, twee, poliziotti cane e scimmie porporine. “Un grande paese“: una “poverissima patria” in deriva economica.

Stamattina, un giorno più vecchio e più vicino agli 82 anni mentali, mi sono accorto del nostro Paese provinciale, marginale, fatto di parole vuote, di immagini inesistenti, di luoghi comuni, di retorica spicciola spacciata per grande verità (se non poesia). Fatto di tanto nulla, di tanti “altri” e poco “io“. Un’estetizzazione continua delle buone cose di pessimo gusto in cui sprofondiamo ogni giorno, che ci fa sentire grandi e importanti perché up-to-date nel locale giusto, con la scarpa giusta, scattando in un minuto la foto al nostro cocktail per impiegarcene dieci nella scelta del filtro adatto su Instagram. Una sconcertante visione a 2D della realtà. Una condanna da “condividi su Facebook” piena d’arguzia ma vuota di contenuti.
Ecco la risposta: i loro testi funzionano perché sono le stesse cose che avremmo voluto postare noi su Twitter. Sono lo “status” che abbiamo sempre sognato e mai trovato per prendere quei 10 likes atti a riempire il nostro ego.

Ed ecco chiaro il perché non abbiamo una proposta musicale mainstream che abbia lo spessore del “grande artista internazionale, costretti ad importare per forza band come Arcade Fire, Franz Ferdinand, Vampire Weekend o Bombay Bicycle Club. Prima di crescere, dovremmo iniziare a capire davvero cosa stiamo ascoltando: musica da consumo immediato pronta per esser cestinata quando nessuno saprà più cosa significa essere “indie”.

Un paese piccolo e marginale, capace solo di generare piccoli e marginali fenomeni. Continuate a scrivere di quanto siete o meno hipster e di questa repubblica fondata sul triviale.
Io “Mi sono rotto il cazzo“.

Riccardo De Stefano

 

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