Micah P. Hinson live@ MONK 13/04/2016

Micah P. Hinson, voce tra le più intense e pregevoli del cantautorato americano, regala al pubblico romano un altro live indimenticabile. Per il terzo anno di seguito!

Non era la prima volta che vedevo Micah P. Hinson dal vivo e non sarà nemmeno l’ultima. L’Americano è uno dei miei cantautori preferiti in assoluto, insieme a Bill Callahan e John Grant. Conoscete la sua storia? Ve la racconto brevemente prima  del live, giusto per farvi capire di cosa stiamo parlando.

Classe ’81, di Memphis. Esistenza segnata dall’ossessione della bellezza e dal lento e continuo perdersi nel baratro. Non ha l’aura del maudit e nemmeno il carisma del rocker. Intorno ai vent’anni vive una storia d’amore con una modella di Vogue. Motel, pillole e distruzione: quando la storia finisce Hinson ha speso tutto ed è costretto a vivere sotto i ponti. On the Road di Kerouac gli dà la forza per andare avanti, fino a che gli amici non si accorgono del suo talento: una carriera clamorosa sta sbocciando. L’esordio è del 2004: Micah P. Hinson and the Gospel of Progress. Ogni disco avrà sempre questa costante: il nome dell’autore a comporre il titolo, proprio a confermare quanto ci sia della sua vita in ogni album. Altra costante: ogni copertina del disco mostra particolari di donne in intimo, seminude. Con cadenza regolare il giovane cantautore americano si conferma con i suoi lavori una della voci più torve e intense del cantautorato americano. 2011. Durante il tour che fa tappa a Barcellona, il furgone con cui si muove gli si ribalta addosso. Tonnellate sull’esile corpo. Incastrato nella lamiere, Hinson rischia la morte e per diverso tempo rimane paralizzato agli arti superiori. Anche stavolta gli amici e la Musica lo aiuteranno a tornare in piedi. Più forte di prima.

Dopo la data al Circolo degli Artisti del 2014 e quella alla Chiesa Evangelica dell’anno scorso, ecco il Nostro beniamino approdare al Monk in una inedita forma power trio (più una graditissima aggiunta di cui parleremo a breve). Appena arrivati nel locale capitolino scorgiamo subito Hinson chiacchierare fuori e anche chi lo vede per la prima volta non può non constatare subito gli elementi caratteristici del personaggio: sigaretta con il bocchino, occhialoni bianchi, bastone. A vederlo così ti chiedi come abbia fatto a sopravvivere a tutto ciò e ad estrarne persino della bellezza così pura. Una intensità suprema e sublime, una grandezza compositiva che lo qualifica come pochi e che ad ogni esibizione dal vivo suscita sempre grande attesa e notevoli aspettative.

L’Opening della serata è affidato a Dola, ex chitarrista punk e attuale voce e chitarra del gruppo garage Thee Elephant, Nel 2015 ha iniziato la gestazione e la produzione di quello che sarà il nuovo disco solista, che uscirà sotto il nome Dola e sarà intitolato “The Drug Years”. Un bella mezz’oretta in sua compagnia nell’attesa di Hinson.

Supportato da una possente base ritmica Micah P. Hinson una volta salito sul palco parte subito forte e piazza la sferragliata traccia iniziale dell’ultimo disco – Micah P. Hinson And The Nothing – “How Are You, Just A Dream?” . La chitarra elettrica ruggisce, basso e batteria lo assecondano come si deve. Ma non c’è solo furore rock, c’è – soprattutto – l’intensità a cui Hinson ci ha abituato ed ecco allora un altro brano splendido di And The Nothing, ovvero “The Life, Living, Death and Dying of a Certain and Peculiar L. J. Nichols”, che sulla scaletta è segnata solamente come Grandpa, poiché il personaggio in questione è lo scomparso nonno dell’artista. Grandi applausi e calore forte. Hinson fa i complimenti ai musicisti (soprattutto alla luce delle poche ore in cui hanno provato insieme) e come al solito anticipa le canzoni con intermezzi in cui spiega i pezzi e declama divertenti aneddoti sulla vita privata. Poi pronuncia come se niente fosse la prossima canzone: “Beneath The Rose”. E il pubblico esulta. Esecuzione magnifica. Hinson è controllato, lento nei movimenti: accorda con calma la chitarra, scorge chinandosi sullo sgabello i brani da eseguire segnati su un pezzettino di carta e ogni canzone è una sigaretta nuova da inserire nel bocchino. Quando c’è la luce giusta, davanti a quel microfono così anni ’50, si ha la sensazione di viaggiare nel tempo, su quelle note così belle da essere universali. In alcuni momenti a supportare il power trio subentra al violino Andrea Ruggiero, visto anche con Il Muro del Canto e Sadside Project . Una aggiunta impeccabile.

Arrivano i bis, sono cinque e tranne l’ultimo, Micah li esegue da solo, con la chitarra. È rilassato, a suo agio nel raccontarsi al pubblico: parla del “miracolo” che gli è capitato riguardo la nascita del primogenito, di come è nata la meravigliosa “Take Off That Dress For Me” e dell’acquisto dell’ultimo disco dei My Bloody Valentine. Il palco è la sua dimensione, la sua catarsi. Poi tornano i compagni di battaglia e Hinson chiude  – a mio modesto parere – con una delle canzone più belle che abbia mai sentito: “Patience” da Micah P. Hinson And The Gospel of Progress. La bellezza più alta, il finale perfetto. Alla prossima serata indimenticabile Mr. Hison.

Foto di Elisa Scapicchio.

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