Mish-Mash Festival ’16 | Day #1

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Siamo stati al Mish-Mash Festival, evento organizzato dall’associazione culturale ‘Mosaico’ all’interno del Borgo Antico della città di Milazzo.

Come potete immaginare, e se non lo immaginate non è un problema, il nome del Festival è un omaggio al multiculturalismo siciliano, mosaico (non per caso) di orme impresse dalle dominazioni greche, romane, bizantine e musulmane, che hanno fatto della Sicilia la culla di tradizioni e culture differenti del Mediterraneo di cui ancora oggi ne possiamo apprezzare il passaggio. L’evento si è svolto, come detto, nel Borgo Antico di Milazzo che, con il suo imponente Castello in cui ha dimorato, tra gli altri, quel fenomeno di Federico II di Svevia, giganteggia sulla costa messinese. Dopo questa breve introduzione stile National Geographic passiamo al racconto delle due giornate di Festival: questo è il report della prima data!

Un ex monastero di monache benedettine, la strepitosa selezione di Defe, dj bolognese, e bollicine sicule. Il primo giorno si apre così, con un aperitivo in una cornice da Grande Gatsby in attesa delle esibizioni degli altri artisti. E per quanto mi riguarda, avrebbe potuto continuare in questo modo per una settimana, senza impegno. D’altronde se hai come base la ricercatezza musicale di un DJ che scandisce il tempo attraverso vinili introvabili spaziando dal soul al jazz africano, perché andare di fretta?

Music For Eleven Instruments 

Terminato l’aperitivo ci siamo avvicinati al palco dove di lì a poco si sarebbero esibiti i vari gruppi. Ad aprire i live ci hanno pensato i Music For Eleven Instruments, formazione siciliana che ha esordito nel 2010 con l’album Business Is A Sentiment e che oggi propone il suo ultimo lavoro dal titolo At the moonshine park with an imaginary orchestra. Il loro modo di intendere la musica è da puristi della materia; un’esplosione di note colorate da strumenti a corda e a fiato. Lo stacco tra i due album si sente, il primo veste un’anima con venature più tendenti al rock, il secondo mostra cenni maggiormente pop. E su tale stacco ha influito il mutamento della formazione del gruppo, così come ci ha confidato il leader e compositore Totò Sultano. Esibizione impeccabile!

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C+C = Maxigross 

Dopo una breve pausa sono saliti sul palco i veronesi C+C = Maxigross. Premetto di avere un debole per loro sin dal primo album, frutto anche della curiosità che suscitano il nome della band ed i titoli dei brani e cosa possa nascondersi dietro queste scelte. Ma fermarsi al solo dato “nominale” sarebbe riduttivo. Durante l’esibizione propongono una carrellata di pezzi da tutti i loro lavori sin qui pubblicati, tra i quali «Low-sir», «Pamukkale in E», «Est 1973», e la splendida «An afternoon with Paul», che vi consiglio caldamente di ascoltare. Anche perché, se vogliamo, offrendo sonorità che partono dal Folk ma finiscono per toccare ambienti rock e groove la loro è una lotta continua verso la leggerezza e l’allegria. E questa lotta appaga lo spettatore che si lascia accompagnare attraverso sonorità inaspettate e coinvolgenti; me ne rendevo conto stando sotto al palco, eravamo tutti raccolti in una bolla di sapone pronta per viaggiare verso chissà dove. A dire il vero è stata una lotta anche con il black-out improvviso dell’elettricità del palco, ma senza batter ciglio hanno continuato a suonare e far divertire il pubblico che, per inciso, ha potuto godersi l’unica tappa del tour in terra sicula.

“I believe in the music that I hear’” come cantano nel brano «An afternoon with Paul», ci fa credere nella vostra musica specie se ascoltati dal vivo, cari C+C.

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Calcutta 

C’è poco fare, il ragazzino di Latina è inarrestabile. Primo pezzo, come spesso accade nei suoi live, è «Limonata», con tanto di lancio d’insalata sul pubblico in omaggio al ‘’Tu mangi l’insalata e non ce la fai più’’. Bravo. Qualche spettatore, evidentemente, non gradisce la virata vegan dell’esibizione e provoca il povero Calcutta con offese stile compagno di classe in seconda elementare, ma forse anche un po’ più giù. Fatto sta che il cantautore non ci sta e dopo un invito a rispettare il suo lavoro fa allontanare l’incauto pagante dal Festival. Non sappiamo il motivo di una tale aggressione verbale, però nell’era dei leoni da tastiera devo dire che mi aspettavo di meglio durante una rappresentazione dal vivo, tipo che Calcutta si gettasse sul pubblico, spaccasse una chitarra, o cose del genere. Invece la risposta c’è stata direttamente dal palco, attraverso continui omaggi allo “stile” del simpaticone dedicandogli praticamente quasi tutti i brani. “Questo brano è dedicato all’estinzione dell’uomo…”, “Questo pezzo è dedicato agli occhiali di questa persona” («Fari») e così via. Al di là di questo spiacevole episodio, il concerto non ha deluso le aspettative. Calcutta riesce a trascinare costantemente il pubblico attraverso i suoi brani e l’unica cosa da rimproverargli è aver realizzato solo un paio di album, anche perché il Festival l’avrebbe ascoltato fino all’alba, con buona pace di chi non lo apprezza.

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Di Piergiuseppe Basile

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