Mish Mash Festival | Il Racconto – Day #2

Amo la Sicilia, amo Te.
A voi il racconto del festival della musica, del mare, dell’amore, dell’arte e delle persone.

Dopo alcune peripezie pomeridiane, che nell’ordine riguardano il dormire poco e delle chiavi lasciate dentro casa ed una porta chiusa, riusciamo ad arrivare al castello in tempo per la prima performance. Come ieri, DeFe ha accompagnato l’aperitivo con la sua musica, e adesso il primo artista si appresta ad iniziare: Be a bear. Per chi non lo conoscesse, si tratta di Filippo Zironi, un producer di musica elettronica bolognese, e nessuno come lui, incarna meglio la città emiliana. Musicalmente una garanzia, fa delle performance audiovisive il suo punto forte (orsacchiotti, maschere e la preparazione del caffè con la moka sul palco, vi dice nulla?)

I primi a salire sul main stage sono i siciliani Veivecura. A mio avviso, rientrano in quella categoria di musicisti bravi che però non te lo fanno pesare. E’ una categoria inventata da me, ma se ci pensate un attimo, la bravura non va mai data per scontata, così come chi l’apprezza.
Tutti polistrumentisti, è veramente impossibile inquadrarli in unico genere (non che ne abbia alcuna voglia). Sembra invece che la genesi di ogni genere musicale passi per le loro note e venga rivisitato in chiave post-moderna. Cantano in inglese, e nonostante questo la loro musica sembra non avere segreti. Il pubblico gradisce, balla ed applaude. SI passa dalla musica elettronica a ritmi più tropicali, passando per post-rock e dream pop. La voce del cantante è bellissima, e viene utilizzata al pari di uno strumento, cosa che in Italia fanno davvero in pochi e che si tende molto spesso a sottovalutare. I suoni della chitarra, a volte Floydiani a volte molto più moderni, si intrecciano perfettamente con le melodie vocali. E’ piuttosto facile che ci si perda.

Il sole è ormai già andato, i primi bicchieri sono stati bevuti. Alessandra mi scrive che “la musica lega le persone mentre l’alcool le libera dai pensieri, ma questo mare le fa innamorare.” Per quanto mi riguarda, io mi sono innamorato già guardando la sicilia dal traghetto.

Salgono sul palco i Camillas.
Non c’è nulla da fare: sono loro le vere star. Cantano, suonano, urlano, prendono in giro, coinvolgono, dibattono. Uno spettacolo a tutto tondo, che non ti consente di abbassare lo sguardo nemmeno un secondo. “Voglio essere un camillas” dirò loro a fine serata. Mi prenderanno per il culo, sempre a fine serata.

Li amo.

E sulle onde dell’amore, la performance dei Camillas vola via velocissima e vedo salire sul palco Giorgio Poi e la sua band. La performance di Giorgio Poi è precisa, profonda e vitale. A mio avviso con la sua musica riesce a cogliere tante sfumature che in pochi riescono nemmeno a vedere. Ottimi musicisti, ma soprattutto suoni bellissimi. La via più breve per la vittoria, oltre a passare dal Via, è quella di scrivere musica come se fosse la cosa più normale della tua vita, come bere un caffè, ed è proprio questa l’impressione che mi ha dato, anche e soprattutto quando mi dice che questo è il posto più bello in cui abbia mai suonato (e stento a non crederci!).

Chiara “si illumina di meno, anzi di Cheap Sound”, mentre i ragazzi dell’organizzazione corrono su e giù e si sbattono per far sì che il festival sia un momento fantastico. E ci sono riusciti alla grande. Come in una Matrioska, il festival di Milazzo è stato una perla in una perla più grande, che è la Sicilia, gettata poi sul fondo del mare, nello stretto di Scilla e Cariddi.

E’ il momento dei Canova. 

“Io e te al mare, ma che ci andiamo a fare?” Sullo sfondo del castello e soprattutto del mare di Milazzo, questa frase può sembrare quasi un affronto, perché io al mare non ti voglio solo portare, ma ti voglio guardare finché non si consumano le iridi.
A mio avviso, la loro performance è leggermente sottotono, vengono suonate tutte le canzoni del disco, compresi un paio di bis ma il loro trasporto emotivo non è lo stesso che vidi in diversi live a Milano. Il pop rock british/milanese dei Canova non è espresso al meglio in questa afosa notte di agosto, vuoi perché magari sentono la mancanza del grigiore della nebbia, o forse perché, per problemi organizzativi, si sono trovati a suonare in orario da after, ma dopotutto, “alle tre di notte, ma che ce ne fotte?”

Troppo stanco per ballare, riesco solo a sentire in lontananza la bellissima musica di Jolly Mare, e a vedere gli ultimi irriducibili ballare sotto cassa quasi fosse un rave. Io, dal canto mio, preferisco passare questi ultimi a momenti a godere incredibilmente di tutto questo, di tutto quello che mi circonda, e soprattutto a raccogliere le vostre ultime testimonianze preziose. Come quella di Alice, che mi scrive “l’occasione che ho per dirti che … Il Mish Mash è una grande famiglia che lega storie e ne scrive una tutta sua” e mentre io e lei citavamo i Canova, gli amici citavano Schopenhauer.

E’ una bellissima storia questa del Mish Mash, una storia da vivere e da raccontare. Enza scrive “a volte il tempo sembra fermarsi. Stasera a me è successo.” Forse ha ragione, sono sembrati due giorni sospesi nel tempo, in una dimensione spazio temporale a sé stante, mi sono sentito lontanissimo da tutto, e nello stesso tempo vicino ad ogni singola persona.

Grazie Mish Mash, grazie Sicilia.
Ci rivediamo l’anno prossimo.

Tuo
Attilio

Foto a cura di Piergiuseppe Basile, Paola Sgrò e Giulia Attardi

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