Mish Mash Festival | Il Racconto – Day #1

Amo la Sicilia, amo Te.
A voi il racconto del festival della musica, del mare, dell’amore, dell’arte e delle persone.

Le persone, sono loro alla fine il motore di questa nostra esistenza, ciò che rende meno amara la nostra sopravvivenza su questo bellissimo pianeta. Il Mish Mash è tangibile testimonianza di tutto questo: un movimento orgiastico e fluente di musica e persone, luci e colori, arte e buon cibo; e l’arte profusa in questo festival passa anche attraverso i vostri pensieri, che sono riuscito a cogliere con il mio fedele taccuino mentre mi spostavo da un punto all’altro del castello di Milazzo, una delle migliori location italiane per un festival.

Partiamo però dalla data zero, una sorta di prequel del Mish Mash, dove si sono esibiti gli autoctoni de La banda del Pozzo, e i casertani Gomma. Ennesima buona prova per questa giovane band che ormai non necessità più di presentazioni: sono ormai diversi mesi che calcano i palchi di tutto lo stivale e si vede dall’affiatamento sul palco della band. La musica dei Gomma sembra voler essere un infinito vortice in cui cadere, il raschiare del fondo di un pozzo che non trova né come né perché; l’angoscia e la disperazione che fuoriesce dal canto urlato della frontman Ilaria, compensata dai riff di chitarra e dalla compattezza sonora dalla “botta” data dalla sezione ritmica si compensano e producono una linea univoca ed un racconto paradossale in cui riescono a tenere perennemente alto il livello di pathos, dove viene raggiunto e mantenuto vivo per più di un singolo attimo lo spannung narrativo. La loro unica canzone da “radio”, “Elefanti”, continua ad essere l’unico singolo, e forse i Gomma ci piacciono anche per questo.

<<< DAY 1 >>>

Ci siamo, il festival ha inizio. Ci arrampichiamo letteralmente sulle pendici del monte dove è situato il castello di Milazzo, e la fatica viene ampiamente ricompensata dalla splendida vista mozzafiato: una lingua di terra che divide in due il mare, che sta accogliendo il sole nella sua discesa al tramonto. Queste bellissime immagini sono condite dalla musica messa da dj DeFe, un mix lounge di musica afrobeat e sudamericana, con nervature jazz, Samba e Bossanova. DeFe ci ha accompagnato per tutti e tre i giorni del festival, e per questo non posso che essergli grato.

Il primo ad esibirsi all’interno di una delle sale del castello è il siciliano Andrea Normanno. La sua è una esibizione davvero particolare: un computer ed un insieme di touch pad, un’improvvisazione (ci spiegherà dopo) ad uso esclusivo delle sue dita; i suoni, elettronici e piuttosto cupi, sono molto industriali, quasi a voler rivendicare ed accusare la presenza dell’ingombrante raffineria di Milazzo, pugno dell’occhio per il panorama e la salute degli abitanti, non a caso qualcuno mi scrive sul taccuino che Milazzo è “…terra di contrasti, tra la raffineria e il castello, tra il presente e il passato, tra Carl Brave e Gazzelle.

Dopo aver scambiato due parole con il producer siculo, ci spostiamo verso il main stage, dove sta per iniziare a suonare Colombre. Avendo divorato e scritto del suo album, desideravo ardentemente vederlo dal vivo, e non posso che riconoscere che l’attesa è stata sicuramente premiata. La musica di Colombre trasmette vita, trasmette realtà,  ed ascoltando le sue parole e la sua musica è possibile cogliere il lato umano dell’artista, la sua umanità è quella che vuole e riesce perfettamente ad esprimere, senza compromessi o limitazioni. Parla di odio, di amore, di semplicità con semplicità, e questo non deve essere per forza un limite quanto più un punto di forza se non proprio un marchio di fabbrica. Il suo essere diretto è quello che mi ha colpito maggiormente, e diretto è anche il filo che instaura con il suo pubblico. Giovanni è un ragazzo come noi, vittima di paure e sentimenti,  di ingiustizie e solitudini. Lo stesso ragazzo che si fa più di 1000 km in due giorni per fare la cosa che fondamentalmente lo fa stare meglio, suonare, e lo fa sempre con il sorriso. Insomma, grazie Colombre, grazie Giovanni, e grazie a tutti quelli che credono ancora nella semplicità delle idee.

Lucrezia, dell’organizzazione, mi scrive: “la musica è ciò che unisce inconsapevolmente e senza pretese persone diverse. Il bello di organizzare un festival è vedere persone felici, differenti, uguali.” Come darle torto?

Il mare è sempre lì, al buio, le luci in lontananza sono solo un timido riflesso. Ida scrive che “non c’è altro da dire”, e vedendo tutto questo, forse ha ragione, non ci resta che ascoltare.

Tocca a Carl Brave e Franco 126, i due rapper romani che hanno sconvolto la scena romana, scalando le classifiche di vendita e gradimento in pochissimi mesi. Saranno i gusti personali, sarà per una leggera ma palese apatia che colpiva il duo, ma il loro live non mi ha convinto particolarmente, ma bisogna riconoscere che una buona parte dei presenti era lì per loro, e questo non è sicuramente un caso. Cantano della romanità, nostalgica e quotidiana, cantano sovrapponendosi l’un l’altro alla base e alle loro voci. Sempre in due.

Gazzelle. Il suo album è stato quello che della passata primavera mi è piaciuto maggiormente. Per una svariata serie di motivi, ma soprattutto perché è energia e dolcezza allo stesso tempo, passione, furore e malinconia, forse così come lo sono i suoi live. Suona il disco per intero, regalando al pubblico anche una piccola parte di “Faccio un casino”, regalo ovviamente più che gradito, a giudicare dall’entusiasmo dei presenti. “Quella te”, “Non sei tu”, “NMRPM” sono le canzoni che tirano di più, perché fondamentalmente siamo in grado di rivederci in ognuna di essa, o perlomeno abbiamo vissuto quelle sensazioni almeno una volta nella vita. E Gazzelle lo sa bene.

Nel post sbornia performance di Gazzelle, incontro 5 ragazze che non vogliono smettere di ballare “la nostra testa va ancora a ritmo di musica; siamo spaccate, fatte e sfatte ma lo rifaremo altre mille volte! Gazzelle ti amiamo”, mentre quasi a gamba tesa, Irene mi dice che “detesta i classismi.” Un po’ scosso da questa dichiarazione forte, compro l’ennesima birra e attendo l’ultima performance.

Se dovessi un giorno mai sposarmi, vorrei che Clap! Clap! suonasse al mio matrimonio. Non penso ci sia bisogno di aggiungere altro, ma se proprio devo, vorrei solo poter dire una parola: TRIBALE. Fondamentalmente è impossibile riuscire a star fermi, quando Cristiano Crisci in arte Clap! Clap! è in consolle. Una musica totale, che acuisce e coinvolge tutti e cinque i sensi dell’essere umano, e forse ne fa emergere anche un paio nascosti.

Sulle note di Clap! Clap! provo a dirigermi nei meandri del castello, per strappare le ultime testimonianze di una serata fantastica. Anna e Luana mi scrivono di emozioni derivanti dall’incontro del castello con la musica e le stelle, mentre Giulia, a cui ho chiesto l’ennesimo flusso di pensieri, mi risponde che sto chiedendo troppo, salvo poi ricredersi, prende il taccuino e mi scrive “Cheap Sound mi chiede un flusso di pensieri, ma è criptato.. E’ solo mio.”

Dopotutto non ha tutti i torti, non c’è cosa più bella della musica per riuscire a guardare dentro sé stessi, a vivere con la propria intimità anche se stai condividendo questo momento con centinaia di persone. E non è un caso che Colombre, con il quale a questo punto della serata, siamo diventati grandi amici, mi scriva che “la peggiore bugia è l’unica verità che hai quando ti guardi allo specchio”.

Guardo il mare, lui guarda me. “Stanchi ma felici”, come mi ha scritto qualcuno di cui non riesco a decifrare la firma, ce ne andiamo, con la testa già alla serata di domani.

Buona notte a tutti.

A domani

Foto a cura di Piergiuseppe Basile, Paola Sgrò e Giulia Attardi

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