Moblon | T.I.N.A.

Dopo quel gioiellino che è Pulviscolo di Colombre, Bravo Dischi ha fatto di nuovo centro: è uscito il 16 giugno il disco d’esordio dei Moblon. Si chiama t.i.n.a. (acronimo di “Tutti I Nostri Alieni”) e non ha niente di ciò che vi aspettereste.

Dopo avervi presentato il loro primo video, “Sole/La Steppa”, e il release party live a Le Mura, rieccoci sulla strada dei Moblon, trio romano che, dopo due EP autoprodotti e distribuiti online, è al suo debutto discografico. Ora, se cercate qualcosa da cantare solamente sotto la doccia forse t.i.n.a non fa per voi, e se cercate qualcosa da classico indie-pop italiano del momento lasciate perdere. Se invece cercate qualcosa di veramente nuovo e intrigante allora apritelo, mettetelo su e ascoltatelo una, due, tre, n volte. A quel punto potrete cantarlo per ognuna delle mille docce che farete nei giorni di questa caldissima estate.

T.i.n.a. é un album eclettico e, come tanti altri dischi, non è uno di quelli che al primo ascolto lo senti subito tuo: è raffinato e complesso. Allo stesso tempo però è un disco di grande impatto che fonde energia primigenia e ricercatezza, semplicità con linguaggi complessi. I tre definiscono la loro musica post-beat-rock ma la varietà stilistica del disco rende molto difficile nonché poco utile perimetrare un genere d’appartenenza. Viaggia a metà tra acid rock  alla 13th Floor Elevators e particolari jazz, psych rock e pop sperimentale,  musica classica e art rock, tutto insieme. Questo accade quando la passione per il beat e la british invasion incontrano gli studi classici e quando il rock’n’ roll incontra il jazz. Più o meno è quello che è successo ai Moblon che hanno dato corpo alle idee di Giulia Laurenzi (voce, chitarre, piano, synth) autrice di testi e musiche, nonché cantante del trio completato da Stefano Veloci (basso, cori) e Flavio Gamboni (batteria, cori), arrangiatori del disco insieme all’autrice.

“Niente”, traccia uno, sorpresa uno: a buttarci tra gli alieni di t.i.n.a è una voce femminile. Una scelta inaspettata se si considera che, salvo alcune eccezioni e una nuova aria che tira, sono ancora pochissime le donne del rock italiano e non solo: andamento blues e un efficace cantato in italiano, altrettanto sorprendente, e che quasi si fatica a riconoscere grazie alla british attitude di Giulia. La sua voce dark, nera, nerissima (non in senso soul ma come voce cupa, scura, profonda), vicina in qualche modo alle tinte di Nada, riesce a cantare note bassissime con grande efficacia, senza perdere in eleganza ma anzi guadagnando in personalità e regalando molto alla malinconia sottesa all’intero album.

Non abbiamo nemmeno il tempo di adattarci a questo sound che veniamo scaraventati nelle chitarre istintive di “Fuori del giorno” in cui, a un certo punto, il basso viene lasciato solo a dominare il brano che riprenderà poi con un carattere ancora più duro e “cattivo”. Ci spostiamo “Dietro il bosco” incontrando sonorità più scanzonate tra una foglia rossa, una collina, una cornacchia guardinga, delle  lucertole, un mandorlo bianco. Dietro questo bosco si nasconde un mondo particolarissimo nel quale saltelliamo seguendo il ritmo del piano e di un basso che danno un colore quasi funky al brano. “Sul muro” è una delle tracce in cui Giulia dà il meglio di sé alla voce e anche una di quelle in cui il piano “picchia” di più, quasi che sembra appartenere alla sezione ritmica: incalza, quasi ossessivo, accompagnato dalla cupa energia di basso e  batteria. Nel successivo “La Steppa”, uno dei pochi con più lunghe aperture in tonalità maggiore, compare addirittura una citazione del Coro degli Zingari “Chi del gitano i giorni abbella?” tratto da Il trovatore di Giuseppe Verdi. E’ un brano che gli stessi Moblon ritengono caratterizzante, insieme a “Sole”, dell’intero disco e in cui -dicono i tre- “cadenze tipicamente classiche sono declinate in chiave rock”.

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In “L’era spaziale” l’uso della chitarra acustica e l’arrangiamento ci ricordano qualcosa dei Verdena di Endkadenz. Del resto se per loro vale l’ex-pollaio come sala prove, per i Moblon c’è stata un’ex-porcilaia di un casolare di amici nel viterbese dove hanno praticamente vissuto, mangiato e dormito, per poi “virare” su mezzi più convenzionali, e registrare t.i.n.a. in presa diretta presso la Sala Tre di Formello. L’atmosfera creata dal pezzo è perfetta, soprattutto quando, ad intervalli precisi, il piano si inserisce sulla chitarra e i due si completano in modo impeccabile a raccontare due visioni diverse della stessa storia.

Un “vento”  sporco introduce “Non toccare”. Tastiere giocose e pulite ondeggiano, per contrasto,  in un mare di distorsione, cambiano gradualmente suono fino a rarefarsi e scomparire sotto la “pressione” dei piatti che entrano ad arricchire le percussioni. Quando sembra che il pezzo sia finito, inizia la seconda parte nella quale un piano in stile jazz finirà per arrendersi al romanticismo che ci piace da morire e che ci porterà per mano fino alla fine del brano. La ninna nanna di t.i.n.a. è proprio “Sole”, semplice ma notevole. Un fischiettare etereo sembra perdersi in chissà quale grotta che alla fine ha sempre un’entrata/uscita attraverso cui si può vedere, finalmente, la luce. E ci vengono in mente immagini di una verde giovinezza, di quelle conservate in qualche vecchia videocassetta col nastro un po’ rovinato, riprese consumate e dolcemente vintage.

“Arrivo” è forse il pezzo più complesso del disco, sebbene all’irrequietezza sonora faccia da contrappeso una voce diretta e graffiante, mentre “Giro a largo” è un alternarsi di sonorità rassicuranti e irruzioni di chitarre distorte, un brano in cui la scelta dei suoni è particolarmente interessante. La storia cambia nuovamente con “Tutti i nostri alieni” : il piano , arricchito da cori accattivanti, la fa ancora più da padrone confermando l’altalenante equilibrio tra leggerezza e rabbia, malinconia e scherzo che contraddistingue l’intero album.

Alla fine l’ironia tagliente di “Sedia”, anche grazie alla creatività della batteria, chiude in modo sapiente e quasi inaspettato il nostro t.i.n.a. che, nelle parole dei Moblon: “(…) nasce dalla negazione della ragione e dalla necessità di esotismo, coralità, tradizione, in un certo senso anche spiritualità, ricordando sempre di essere in fieri nel tempo. Il tema centrale del disco è proveniente da queste esigenze non corrisposte dalla nostra società, dunque è il sintomo di perdita della memoria collettiva, la rimozione dell’identità e l’alienazione.

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