Mono @Traffic 05/11/16

Un’indimenticabile notte di musica al Traffic di Roma scandita dal doppio live di Mono e Alcest. Ecco la prima parte del nostro report, dedicata al meraviglioso show offerto dalla band giapponese.

È un sabato sera con situazioni meteorologiche incerte e le circostanze avverse ci fanno arrivare al locale quando Syndrome ha già quasi concluso la sua performance. Promemoria: il Traffic è sempre puntualissimo. Un vero peccato non averne goduto a pieno ma, il solo fatto di varcare la soglia accompagnato dall’ambient elettronico di un chitarrista solista, che sguazza già da anni nel post-metal, non fa che giovare all’atmosfera che regnerà per il resto della serata. La one-man-band belga è reduce dell’ultimo album Forever and a Day (un album a traccia unica) e l’autore Mathieu Van De Kerckhove viene da un’esperienza musicale affermatasi da più di dieci anni con gli Amenra: certamente non è l’ultimo degli arrivati! Silenzioso tra gli applausi, il musicista lascia il palco già pronto per ospitare il primo dei due co-headliner. Il tempo di prendere una I.P.A. all’angolo bar e si va sottopalco ad attendere.

La tensione per l’attesa dei Mono si taglierebbe con il coltello non fosse per il fatto che un’atmosfera romantica irrompe adagio per tutta la sala: la scelta della band giapponese è quella di allietarci tenendo come sottofondo “Sonata al Chiaro di Luna” di Beethoven. La loro decisione sembra essere apprezzata dal pubblico, che lentamente entra a far parte del vortice di anime dell’Empireo di Gustave Doré, incisione che fa da copertina all’ultimo album Requiem For Hell di cui parlerò in seguito. Dopo svariati minuti appaiono quattro figure sul palco, accolte dal calore del pubblico. Il piano in base smette si suonare quando i Mono, distaccati dalla realtà, si collocano alle loro postazioni: tutti seduti eccetto la bassista, che dà le spalle al pubblico e al suo SG per mettere mano al glockenspiel (un idiofono, simile allo xilofono ndr.) che subito fa da coro ad una base sublime. Ovviamente il brano con cui stanno iniziando è il loro masterpiece “Ashes in the Snow”, traccia pilota del disco Hymn to the Immortal (2009). L’atmosfera inizia a trascendere e subito si distingue il tocco peculiare di ciascuno di loro: le chitarre di Taka e Yoda si avvolgono come in una spirale, mentre la bassista Tamaki si muove sulle onde dei piatti picchiati dai mallet di Yasunori.

Lo stesso tenore continua con “Death in Reverse”, brano tratto dallo split-EP del 2015, i loro corpi e i loro capelli si agitano con l’incrementare dei picchi di saturazione in cui sfocia ogni brano. I tecnici del suono avranno il loro ben da farsi, ma danno il massimo e posso continuare questa immersione in un piano esistenziale che è solo loro. Tamaki lascia il basso per mettersi al piano, solo per “Dream Odyssey”, da For my Parents (2012), che raccoglie totalmente la malinconia di quell’album. Presto mi ritrovo nuovamente in fondo all’oceano di Hymn to the Immortal Wind, con “Pure as Snow (Trails of the Winter Storm)”.

L’associazione tra la copertina e i brani degli album, nonché il titolo stesso, è imprescindibile e a metà di quegli undici minuti, mentre sono ipnotizzato dalla bellezza spettrale di Tamaki che continua ad ondeggiare sugli accenti del suo strumento, inizia l’ennesima moltiplicazione di suoni distorti e si scorgono tracce tangibili ad orecchio di quella tempesta invernale mentre Taka proprio davanti a me, in ginocchio, orienta la sua chitarra al cielo e verso la propria amplificazione. Altri intensi tredici minuti di “Recoil, Ignite” da Rays of Darkness (2014) ci tengono sulla stessa linea d’onda, l’attenzione non sembra perdersi e nessuno sembra neppure rendersi conto che il locale è in realtà totalmente pieno; io ed Alessio ci limitiamo a darci occhiate di meraviglia nei rari momenti di coscienza.Sento che la loro esibizione è arrivata al termine, quando spuntano le prime note dell’arpeggio di “Requiem For Hell”, dell’album omonimo.

Il brano inizia con un dialogo tra le due chitarre in un limpidissimo clean, sorrette dal glockenspiel che ribadisce la sua melodia anche quando i suoni del solista Taka si fanno sempre più distorti e disperati. Questo è senz’altro il pezzo di punta del cd uscito solo pochi giorni fa e ne assorbe tutta la carica e il conflitto che ormai è pienamente maturo in questi artisti mondiali. Amore e solitudine, luce e oscurità, vita e morte coesistono costantemente nelle loro opere e in Requiem For Hell hanno trovato la loro dimensione equilibrata in una sorta di redenzione dell’anima, che viaggia tramite l’Inferno e il Purgatorio. Come ha ammesso lo stesso Taka Goto, il gruppo ha tratto notevole ispirazione dalla Divina Commedia per la costituzione di questo concept-album, che anche rimanendo stretti con i voti non rimane al di sotto di un 8.5/10. I diciotto minuti della title-track finiscono di addentrarsi nel profondo dell’anima, tra le luci rosse che impazzano sui Mono e il classico turbinio esponenziale che si placa in un silenzio improvviso. Il pubblico esplode in un applauso e si ritorna nella realtà. Il leader Taka saluta il pubblico con molta reverenza e mi fa rendere conto che sono umani anche loro, nonostante abbandonino il palco nella stessa modalità eterea con cui sono entrati.

Di Andrea Remoli

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