Motta | La Fine dei Vent’anni

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” Un film dei fratelli Cohen ma con le musiche di Morricone”

La copertina del disco che lo ritrae in primo piano e in bianco e nero è un richiamo (o un omaggio?) a Jim Morrison, e già da qui capiamo che questo disco si presenta come un ottimo ed incredibile mosaico di citazioni a molti gruppi ed autori. Dopo un attento ascolto di La Fine dei Vent’anni – disco d’esordio di Motta – ogni canzone sembra un omaggio ad un altro artista, e vi assicuro che questo conferisce al disco una sorta di punto di non ritorno, in quanto è davvero difficile inserire il disco in una dimensione e soprattutto cercare di inquadrarlo in un determinato genere musicale: Rock? Cantautorato? Psichedelico? Folk? Funk? Dai Verdena ai Daft Punk, passando per Morgan e i Verve, le “scie” musicali sono tante e disparate.

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L’album si apre con “Del tempo che passa la felicità”, un brano ben strutturato, ma soprattutto ben arrangiato. Sa suonare Motta, e lo dimostra in questo disco. Un lavoro ben prodotto, ben suonato, e soprattutto ben costruito. La produzione di Senigallia, e alcuni featuring importanti (Alosi – Pan del Diavolo, Giorgio Canali), miscelati con l’estro e la creatività dell’artista toscano Francesco Motta, polistrumentista ed ex batterista dei Criminal Jokers, conferiscono all’intero album una sonorità particolarissima, di cui ci accorgiamo fin da subito. Sonorità, che mi fanno sentire all’interno di uno dei film dei fratelli Cohen, ma con le musiche di Morricone. Si tratta di un album solista, che poi, utilizzando una metafora calcistica, tanto “solista” non è, in quanto si allontana parecchio dal concetto di cantautorato come lo conosciamo noi italiani (Dente, Calcutta, ecc.) ma sfocia tranquillamente in quello delle band e serve parecchi “assist” come spunti in quest’ottica. Altra cosa di cui ci accorgiamo subito è la sua voce, mai banale e a volte toccante e struggente ed acida quanto basta, per penetrarti nelle ossa. Musicalmente dicevo, è una continua evoluzione e sperimentazione, e la seconda canzone, nonché title track , è una dolce ballata in cui si inizia ad intravedere quel pessimismo che fa da eco a tutto il disco:

«C’è un sole perfetto, ma lei vuole la luna».

Pessimismo che si completa in “Prima o poi ci passerà”, («Ritroviamoci per strada per urlare il nostro nome con quel poco che rimane fra milioni di persone, finalmente dormiremo, avremo un posto dove stare, ma saremo troppo stanchi per poterlo raccontare»); canzone il cui ritornello mi ricorda troppo ed inevitabilmente il recente capolavoro “disco funk “dei Daft Punk, Get Lucky, ed il cui video assomiglia molto a quello dei Cani, “Non finirà”.

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La quarta traccia, Sei bella davvero”, è una delle più belle e forse anche la più pop; il ritornello ti rimane in testa e senza volerlo ti ritrovi a cantarlo sotto la doccia o appena apri gli occhi. Se musicalmente La Fine dei Vent’anni risulta innovativo ed innovatore, lo stesso non può dirsi dei suoi testi: Motta a volte possiede l’insana e fastidiosa abilità di alternare il nonsense a frasi di una certa sensibilità anche nelle stesse canzoni:

«Mia madre era bellissima, le piace fare grandi passeggiate, dice che un figlio forse lo farò, ed io la ascolto sempre perché mi piace la sua voce» e «L’amore per loro è aspettare insieme la fine delle cose» (“Mio padre era comunista”).


Riguardo i testi, molte volte mi sembra di trovarmi dinanzi ad un mero accostamento di termini o frasi volutamente utilizzate solo perché “ad effetto” ma che non si compongono a sistema, e che vanno a formare, come acqua e olio, un miscuglio eterogeneo, in cui gli elementi rimangono distinti e non si compenetrano. A mio avviso questo è un po’ uno dei limiti di questa “nuova ondata” di musica italiana, i cui testi sono sempre gli stessi: parlano delle stesse cose, chi più incazzato chi meno, o chi più finto incazzato chi meno. 

Tornando a Motta, voglio chiudere parlando della ballata finale, “Abbiamo vinto un’altra guerra”, a mio avviso pezzo migliore del disco.

«Abbiamo vinto un’altra guerra non quella che volevi tu; ora e per sempre ti accontenti ed io non parlo quasi più, hai presente quelle volte che vai a letto e non sei stanco ti passa un treno sopra gli occhi ti risvegli e sei contento».

Voglio leggere questa canzone in ottica di una speranza per il futuro, sia musicale che sociale, ma soprattutto personale; bisogna ripartire qui, da una guerra vinta contro sé stessi e contro tutto il resto.

Non dimentichiamo che si tratta comunque di un disco di debutto, un ottimo debutto, che però denota ancora una sorta di immaturità artistica se vogliamo. Gli spunti ci sono, parecchi ed ottimi anche, ma a mio avviso nei prossimi lavori dovrà cercare di dare una certa continuità alla musica, e di “mitigare” in un certo qual modo i suoi testi: cercare di scrivere più parole possibili, anche se perfettamente in metrica con la musica, a volte può risultare superfluo.


Il disco “dell’immaturità” di Motta mi ricorda molto quello della maturità dei Verdena, che conoscerete tutti,
WOW (2011, Universal); sebbene non molto lontano nel tempo, mi vedo costretto a suggerirvi il suo ascolto, in quanto il lavoro di Motta, in alcune sue sfaccettature, mi riporta troppo spesso alla mente questo doppio disco del trio Bergamasco.

Motta, La fine dei vent’anni

2016 (Woodworm / Audioglobe)

2 Comments

  • L’ho sentito oggi per la prima volta al concerto del 1 Maggio e già nei primi secondi ho percepito subito le sonorità dei Verdena. Sicuramente si sarà ispirato molto a loro, sembra quasi abbiano suonato insieme……comunque interessante. Andrò subito ad ascoltare l’album, spero solo che non si tratti di un copia e incolla, sarebbe un vero peccato.

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