Live report: Mumford and Sons @ Atlantico

MumfordOre diciannove e già la fila è lunga, perché fanno entrare a turni come in discoteca e non sia mai che un tappo di una bottiglietta entri dentro (si sa che gli adolescenti sono gente violenta, imprevedibile). Noi lì a chiederci come avremmo ingannato il tempo fino alle dieci, visto che il sito dell’Atlantico non riportava opening acts, ma – sorpresa! – due esibizioni scalderanno il pubblico prima degli attesi headliner.
Jesse Quin, amico di vecchia data dei Mumford & Sons nonché bassista dei Keane, imbraccia una chitarra e va sul palco – così, senza pensarci su prima, che magari era il caso. La sua proposta rimanda al cantautorato americano di millanta anni fa, e suscita un interesse molto contenuto anche in chi, meno inacidito del sottoscritto, era disposto a sostenerlo “al buio”. Diciamo che se l’obiettivo era scaldare la platea i ritmi bradiposi del Quin erano inevitabilmente destinati a fallire. Non solo: ma visto che quando parla il microfono restituisce una serie di mugugni confusi, viene anche un po’ di paura per le ore successive.
Con queste premesse, le Deap Vally sono una specie di squarcio nella notte. Duo bizzarro – la roscia Julie Edwards alla batteria, complimenti a mammà, e Lindsey Troy chitarra e voce, nuovo giro di complimenti a mammà – con il metallo nelle vene, un suono che fa fuzz fuzz finché la distorsione non fa tremare tutto e tutti, e una voglia di White Stripes e Led Zeppelin che già la metà era un po’ pacchiana. Ne esce fuori un rock’n’roll con la manopola del gain a undici e la voce energica della Troy a scandire gli accenti. Un po’ di Mumford and sonsitaliano da battaglia (“vi spacchiamo il culo!”) a condire il tutto, ed ecco la ricetta perfetta per farsi ricordare dal pubblico.
Se dovessi sintetizzare un live dei Mumford & Sons in una parola sola direi Folkplay. Cioè un approccio molto vicino a quello dei Coldplay – giochi di luce, estremo coinvolgimento del pubblico, esibizione moderatamente fisica – però con l’evidente bagaglio folk che rende il tutto più intimo e vicino ai fan. Si è parlato su Rolling Stone di come la “Chiesa di Mumford” si spinga troppo in là nelle elegie al Profeta; di come i Mumford & Sons siano un gruppo onesto, di buona qualità ma non esattamente da strapparsi i capelli; di come infine manchi parecchio rock’n’roll in ogni cosa che fanno. Il live romano di fatto cancella gli scetticismi, perché è molto ben costruito – dalla scaletta agli intermezzi parlati – e soprattutto portato avanti con energia e passione. I pezzi potranno essere monotoni, ma quando centinaia di persone pigiate assieme a bordopalco li urlano saltando compatte non c’è noia che possa insinuarsi, è puro rituale collettivo. Quello che resta è un pop fortemente a misura d’uomo, che tocca il cuore di chi è lì (per cantare e ballare ancor prima che per ascoltare) più degli eccessi (pure intriganti e artisticamente validi) delle popstar; una specie di isola felice in cui il folk è un mezzo artistico (nell’uso degli strumenti, nella struttura dei pezzi) e non un fine espressivo (nelle tematiche blande, giuste per parlare a quel pubblico specifico). Che i Mumford & Sons siano la next big thing in circolazione prima non era un pensiero esattamente consolante. Dopo un live del genere, al livello “grafico” (giusto sottolineare ancora l’uso strepitoso dell’illuminazione) e musicale dei grandi, diciamo che ci si può stare. A noi “vecchi” – ma soprattutto stronzi – non resta che sogghignare quando il popolo a sottopalco, con tanto di zaini da hobo sbattuti in faccia ai confratelli della Chiesa di Mumford, arriva a fine concerto sudato e stremato, incapace di saltare e con un filo di voce per cantare le ultime note. Davvero non c’è rock’n’roll nel rito dei Mumford & Sons – ma non di solo rock’n’roll si vive, e la magia è tangibile.
F.F.

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