Mylo Xyloto: recensioni a confronto per l’evento discografico dell’anno!

La recensione di Filippo Barracco:

Eccoli, attesissimi, dopo Viva La Vida (and death or all his friends) tornano i Coldplay. Dopo una campagna pubblicitaria martellante, che ha scoperto pian piano ogni aspetto del disco (produttori prima, grafica poi, prime canzoni, video, concerti in streaming, titolo, dichiarazioni controverse di Martin ecc.), testimoniando la paura di non poter fare un disco valido quanto il precedente, è uscito Mylo Xyloto.
E com’è Mylo Xyloto? Ma soprattutto, che diavolo significa Mylo Xyloto?
Per quanto riguarda il titolo, a quanto pare, si tratterebbe di nomi di due amanti, la cui storia d’amore sarebbe il filo conduttore di tutte e quattordici (si, proprio quattordici, tante no?) canzoni dell’album. Un concept, insomma.
Per quanto riguarda l’album, il titolo dice più di quanto sembra… Come lo stesso titolo, infatti, il quinto lavoro dei Coldplay risulta stridulo, eccessivamente complicato – se non incomprensibile -, e disordinato.
Vegliati (sarebbe sbagliato dire prodotti visto che pare sia stato “consultato” solo per i ritocchi) dall’intramontabile Brian Eno, come già in Viva La Vida, Martin & co. sfornano una marea di canzoni, molto diverse fra di loro ma anche molto simili: la nota dominante, sicuramente, è il rumore. Ogni brano, anche gli inframmezzi strumentali (Mylo Xyloto, M.M.I.X., A Hopeful Transmission), anche quelli meno movimentati, sono eccessivamente rumorosi. Ogni pezzo ha un sottofondo di qualche genere di pad-synth fastidiosissimo che non arricchisce i pezzi in alcun modo, risultato di un metodo di lavorare già collaudato nel precedente lavoro: ECCESSIVA PRODUZIONE. Come avevano notato gli stessi White Stripes visitando i loro studi. I Coldplay lavorano con troppe piste, elaborano registrazioni eccessivamente ricche e complesse, perdendo totalmente quella semplicità che rendeva il loro pop più simile al rock, e che ce li ha fatti amare per anni ed anni.
Sempre riguardo alla produzione del disco, esageratamente complicata, mi riservo una domanda a chi ha lavorato all’audio dell’album – se mai dovesse finire su Cheapsound! -: dove sono finiti i bassi? All’inizio pensavo ci fosse un problema con le mie cuffie, poi ho appurato che invece è un effetto voluto. Avete presente quando sentite delle canzoni, anche belle, alla radio, e il suono viene distorto inesorabilmente e derubato di una vasta gamma di suono? Beh questo disco è missato in quel modo. Le canzoni sembrano nascoste dietro una produzione sbagliata, quando il rumore lascia sentire qualcosa. Anche la voce di Martin risulta fastidiosa.
Ultima nota di produzione, va alla grafica: disordinata e, perdonatemi, bruttona, non che la band britannica ne abbia mai avute di migliori.
Passiamo proprio all’aspetto musicale. Votatisi decisamente al più orrido pop che sia mai stato prodotto negli ultimi anni, scelta confermata dalla presenza di Rihanna (su cui il frontman ha recentemente dichiarato essere “brutta e brontolona”) in Princess Of China, in realtà non tutto è da buttare. Come ha detto lo stesso Giulio Falla, se non si pensa al gruppo che sono (stato) si può apprezzare qualcosa: Paradise, per esempio, non è niente male, così come Don’t Let It Break Your Heart, Up In Flames e Major Minus.
Comunque sulla band made in UK sembra assolutamente aver prevalso la disco music, le chitarre alla Strawberry Swing e la voglia di non premere nemmeno un po’ sull’acceleratore. Un po’ come ha fatto Jovanotti: un disco senza pretese. Con l’unica differenza che i Coldplay si comportano proprio come una band che di pretese ne ha tante.
Il rimorso più grande – dal mio punto di vista – è che se le stesse canzoni le avessero suonate i Coldplay affamati al disco d’esordio, sarebbe stato un disco molto più interessante, come quando era la loro musica a parlare e non la magnificenza dei loro studi di registrazione o l’epicità dei loro suoni. Come prima cosa avrebbero scelto 7-8 delle canzoni e non 14, numero esorbitante per un solo album, dopo di che avrebbero semplicemente lasciato parlare gli strumenti, invece che autoconsacrarsi a band del millennio con un progetto più grande di loro.
Potete non essere d’accordo con me, ma a mio parere tutto ciò trova conferma nel fatto che tante canzoni testate prima dell’uscita del disco, un concerto su Youtube, il tentativo di dichiarare che sarebbe stato “l’ultimo disco della band”, l’ansia da prestazione per succedere un album come Viva La Vida, sono testimonianze del fatto che sono loro stessi, i Coldplay, a sapere di aver semplicemente dato qualche “esercizio di stile” in pasto ai loro fan più accaniti.
Questo disco lo potrà amare solo chi è eccitato solo dal nome della band in copertina o a chi non importa quello che il gruppo ha fatto prima. Il resto, è da buttare.

La Recensione di Giulio Falla:

Autore: Coldplay
Titolo: Mylo Xyloto
Etichetta: Parlophone

TRACKLIST
1 – Mylo Xyloto
2 – Hurts Like Heaven
3 – Paradise
4 – Charlie Brown
5 – Us Against The World
6 – M.M.I.X.
7 – Every Teardrop Is A Waterfall
8 – Major Minus
9 – U.F.O.
10 – Princess Of China
11 – Up In Flames
12 – A Hopeful Transmission
13 – Don’t Let It Break Your Heart
14 –  Up With The Birds

COLDPLAY
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