Non tutto l’X Factor viene per nuocere

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X Factor e i talent sono ormai da anni considerati, in certi ambienti, la morte della musica per antonomasia. Eppure, in un momento storico in cui vediamo diversi dei nostri punti fermi capitombolare, forse qualche piacevole sorpresa può nascondersi nei luoghi più inaspettati. Che poi forse tanto inaspettati non sono.

Confesso: X Factor lo guardo, da qualche anno.
Per una persona che lavora nel settore – o almeno prova – penso che sia un dovere informarsi su quello che succede nel mainstream nazionale: lungi dal cantarne la qualità, vige anzi perlopiù la regola del “conosci il tuo nemico”. Volenti o nolenti, il famigerato talent show è un’efficace sintesi di cause ed effetti, rispetto a tutto ciò che è avvenuto all’interno di quel tipo di scena, perlomeno nel passato recente.

Che poi, a onor del vero, il mainstream non è sempre stato il male assoluto: conformisti a parte, un prodotto sufficientemente genuino e innovativo può, con l’aiuto di fortuite congiunzioni astrali che vedono il giusto medium diffonderne la proposta, fare breccia nel cuore della moltitudine. A quel punto diventa a sua volta un modello positivo di musica commerciale: così un tempo mainstream voleva dire Beatles, tanto quanto Emma Marrone lo vuole dire oggi.

Quello che però forse a molti è sfuggito è che la versione nostrana di X Factor – programma che senza dubbio rientra nei suddetti media – ha in qualche modo cercato di alzare il tiro col passare degli anni, seppure in maniera a tratti impercettibile. Per esempio, siamo stati i primi al mondo a liberarsi della categoria più anni 90 di tutte, i “gruppi vocali”, per lasciare spazio a un meno anacronistico “band”. Ma basti pensare anche al chiaro tentativo di rendere i panel dei giudici il più versatili possibile – e composti per la maggior parte da gente che nella musica sembra effettivamente avere una propria area di competenza: se giustamente un Fedez rappresenta da 5 anni una certa fetta di pubblico, allo stesso modo l’aver visto alternarsi al suo fianco più personaggi come Manuel Agnelli, Elio, Skin, ma anche lo stesso Mika – e meno Simone Venture – mi fa sentire non solo più rappresentato, ma anche speranzoso. Perché con una scena indie colpevole di essere sempre più mainstream, forse non ci resta che cominciare a sperare che sia il mainstream a diventare un po’ più indie, magari scardinando il sistema dall’interno.

Una speranza che si è dovuta inevitabilmente scontrare con i meccanismi della televisione, e l’impossibilità di vedere i risultati di una rivoluzione a partire dal giorno 1. Così molti concorrenti, dallo smisurato potenziale, si sono poi persi al momento di presentare le loro composizioni originali – quelle che li avrebbero dovuti effettivamente definire in quanto “artisti”. Penso a Giosada, vincitore della nona edizione del programma, proveniente dalla scena hardcore underground, ma mai in grado di trasmettere con i suoi brani un’identità artistica forte come quella mostrata nell’esecuzione delle cover all’interno del programma. Penso ai ROS, power trio alternative-rock capace di raggiungere la semifinale l’anno scorso (un’impresa che comunque mi ha riempito d’orgoglio), ma il cui repertorio successivo al programma sa inevitabilmente di compromesso storico, soprattutto se paragonato con la precedente produzione della band. Lo stesso exploit dei Maneskin, giovanissimi e in grado di collezionare innumerevoli sold-out ovunque nel corso dell’ultimo anno – con sonorità che qualunque discografico avrebbe definito fuori moda – è comunque una mezza vittoria, se si considera che il gruppo ammassa decisamente troppi cliché e sfocia pericolosamente verso il macchiettistico (anche se di tempo per fare meglio ce n’è eccome).

Con quest’ultima edizione di X Factor, tuttavia, potremmo davvero trovarci davanti a dei risultati di spessore: nella puntata della settimana scorsa, infatti, i concorrenti hanno presentato i propri inediti, e le sorprese sono state tante.

Primo fra tutti, il cantautorapper Anastasio, che fin dall’inizio del programma si era distinto per la sua notevole scrittura attraverso reinterpretazioni rap di grandi classici. L’artista napoletano ha presentato “La Fine del Mondo”: un pezzo maturo, intenso, evocativo, dalle sonorità scure e contemporanee, che a molti pezzi “rap” di oggi – underground o mainstream che sia – non può che fare le scarpe.

Stesso discorso per i Bowland: un trio iraniano, ma fiorentino d’adozione, che è riuscito a portare davanti a milioni di telespettatori un mix home-made tra elettronica e chillout, che riporta a Chet Faker (di cui infatti hanno eseguito una cover nelle puntate precedenti). Il singolo “Don’t Stop Me” è la perfetta summa di queste caratteristiche.

Discorso lievemente diverso per la concorrente Martina Attili: la ragazza, giovanissima, porta “Cherofobia”, un brano scritto da lei a 16 anni ma carico di una notevole maturità artistica e sensibilità cantautorale. Tra le tre canzoni elencate, quest’ultima è sicuramente la più tradizionalmente pop, sebbene il buon Manuel Agnelli abbia provato a darle un’impronta “nordeuropea” per avvicinarla a sonorità alla Bjork, e non è ancora chiarissimo se la giovane artista deciderà di continuare a percorrere questa strada in futuro (che sicuramente è quella giusta).

Il mainstream “educa” l’ascoltatore medio, nel bene e nel male, e grazie ai gusti di questo verrà poi prodotto altro mainstream, e così via: tutti e tre questi singoli sono fermamente in top 10 dall’inizio della settimana e, pur non essendo i Beatles, fanno indubbiamente bene al nostro mainstream. Non ci è dato sapere se senza l’esposizione mediatica che deriva da un programma come X Factor avremmo potuto godere di queste canzoni su RDS e affini: se così non fosse, potrebbe davvero essere arrivato il momento in cui non tutto l’X Factor vien per nuocere.

X Factor 12 va in onda tutti i giovedì alle 21 su Sky Uno.

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