O*live, segnatevelo sull’agenda

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Avete presente quelle sere di domenica quando avete voglia di fare qualcosa ma che, alla fine, consumate a casa spaccandovi di film in streaming perchè “domani si ricomincia e non posso fare tardi”?
Ecco. A me succede almeno una domenica ogni due. Più o meno la cadenza dell’O*live.
Non sapete cos’è O*live?
Male. Anzi: malissimo!

Immaginate un locale storico per la musica dal vivo (certo in picco negativo negli ultimi anni) come il Piper. Immaginatelo pieno di gente che va e che viene, dall’ora dell’aperitivo fino a tarda serata. Immaginate live painting, esposizioni d’abbigliamento, hair-stylist, tanta birra e roba da mangiare. Immaginate un palco enorme e gruppi in rotazione.
Tutto ciò è O*live, evento bisettimanale di portata e possibilità ampissime.

Più volte sono stato invitato ad assistere a questa ‘grande fiera di paese coperta’, che così mi piace pensarla: fiera Rock di un paese di soli giovani.
Solo alcune domeniche fa, il 22 Gennaio, mi sono deciso ad andare, decisamente annoiato.
La noia, una volta varcate le soglie del Piper, è sparita del tutto.
Centinaia di persone libere di fare, girare, vagare, mangiare, bere, fermarsi e ascoltare le live band in rotazione su quell’enorme palco. Un ambiente che mi ha rilassato, tranquillizzato e nel contempo divertito.

Ma parliamo delle band, sì?

La prima band, io ovviamente in ritardo, l’ascolto a metà, ma i Love the Unicorn non sono affatto nuovi alle mie orecchie.
Riesco ad ascoltare solo tre pezzi e confermano la mia opinione su di loro: grande la capacità nella scrittura dei pezzi, ottima anche la ricerca dei suoni (non fosse stato per il sig. Fonico non esattamente presente), ma mancano ancora, a mio parere, dello spirito energico che dovrebbe caratterizzarli. Una bomba pronta a esplodere mancante dell’innesco.
Rimangono, comunque, uno dei gruppi più interessanti sulla piazza Capitolina e questo è innegabile.
Rilassato è il cambio tra prima e seconda band, che monta su buoni venti minuti dopo la discesa degli Unicorni, ma l’attesa, alla fine, considerato l’ambiente, non uccide, diventa solo un momento per chiacchierare in tranquillità davanti a una birra, conoscere gente, guardare qualche ninnolo in vendita, etc.

Con un bel po’ di gente sotto il palco e i fan più accaniti alle tanto ambite balconate, i Controsenso ci si presentano sul palco suonando tutto, o quasi, il loro primo album La strada è di tutti (la verità è di tutti) e mi appaiono molto più in forma dell’ultima volta.
Ottima la sezione ritmica di Federico Olivetti con Edoardo Blandamura, nuovo acquisto della band, al basso; molto buona la chitarra di Alessandro Megaro, molto più presente d’intensità e intensione di quanto non fosse l’anno scorso a Locanda Atlantide; scarsine, stavolta, le chitarre ritmiche di Gabriele Blandamura (colpa, molto, della presenza/non presenza del sig. Fonico); non pervenute le tastiere di Riccardo D’Adamo, un po’ per la gestione complessiva dei suoni nel locale, un po’ per il sound della band tutta che, diciamolo, non esalta gli ottantotto tasti. Alla voce, sempre G. Blandamura, niente da dire in realtà: pulita, dritta, non eccede mai, non va mai sotto tono, corretta per il genere che il gruppo romano propone. L’unico mio dubbio rimangono sempre i testi, ma è un mio dubbio che molte volte si lega alla mia idea di ‘Rock in Italiano’. Decisamente personale.
Tirando le somme, ottimi i Controsenso, molto più della prima impressione che mi diedero l’anno scorso: molta più botta, molto più suono (a volte solo intuito: grazie sig. Fonico), molto più movimento generale sul palco, molto più Rock!

Terminano i Controsenso e per me c’è un’altra pausa, che si dice ‘birra’.
Poco dopo salgono sul palco alcuni ragazzi, sono cinque, fanno cover, strane. Mi arrivano voci: “Si chiamano The Rejected e non suonano insieme da un bel po’”. Insomma una grande reunion, se non che, a quanto pare, il batterista sfonda la pelle del rullante e dopo neanche venti minuti la band è costretta a scendere dal palco. Non nego di aver tirato un sospiro di sollievo.
Altra pausa. Bene.
Dopo la terza birra intravedo sul palco due ragazze decisamente avvenenti, un bassista folle, un chitarrista fantasticamente acchittato, un batterista affatto male, un tastierista fin troppo serio e due sassofoni. Dopo essermi stropicciato gli occhi (soprattutto per le prime due) cerco di capire il perchè del tutto. Poi cominciano a suonare ed è stato tutto decisamente più semplice!
Volano dal Blues, al Soul al Funky, si chiamano Sound in Progress e sono una delle cose più divertenti che io abbia mai visto.
Parliamo di cover, sia ben chiaro, ma fatte decisamente bene. Tanto bene che non gli si può dire, veramente, niente (a parte i fiati, praticamente, non amplificati e la chitarra molto bassa…sig. Fonico?!). Perfetti, semplici e diretti gli arrangiamenti, pazzesche le due voci femminili, la prima, Caterina Sansonetti, molto anteriore, nasale, la seconda, Agnese Porfiri, più indietreggiante, calda, avvolgente. Ambedue perfette negli abbinamenti, nei cambi, nelle parti assegnate, nelle armonizzazioni. Dico ‘dieci più’ e facciamola finita! Decisamente brave anche nella parte ‘palco’: non lo tengono affatto male. Pazzesco anche il bassista, Emanuele Loffredi, matto come pochi, bravo come, molto, pochi! A parte la follia di un cavo wireless per un posto così piccolo, presto smentita dal fatto che, verso la fine, ha cominciato a correre e suonare per tutto il Piper, a parte l’uso di una pedaliera multi effetto che si poteva, in certi casi, decisamente limitare, a parte alcuni momenti da solista un po’ esagerati e le corde fluorescenti, il Loffredi, sulle quattro corde, è incredibile. Non solo dal punto di vista tecnico, ma anche dal punto di vista armonico, riempitivo e di tenuta di palco. Insomma, il bassista che tutti dovrebbero avere! Ho solo un dubbio: un bassista così attivo, esagitato e poliedrico anche negli arrangiamenti, è capace di tenere un quattro quarti base fatto di sole note singole e tenute? O sarà il classico bassista che, necessariamente, deve riempire di note la sua linea? Lo andrò a sentire ancora e vi farò sapere!
L’esibizione dei Sound in Progress termina con un decisamente lungo e divertente assolo del Loffredi, che salta e zompa un po’ ovunque, terminato non per stanchezza, non per mancanto fomento del pubblico, ma per necessità del batterista che, intorno alle 01.00 di notte, magari, aveva necessità di coricarsi.

La mia serata, invece, termina a chiacchierare con un po’ di persone, contento della mia domenica spompa trasformata, un po’ meno contento del fatto che sarei voluto tornare a casa entro mezzanotte. E invece…

R’n’R

G.F.

P.S: “aveva necessità di coricarsi”, perchè cazzo non mi gonfiate quando parlo forbito?!

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