Okland | Okland Ep

E’ uscito il 18 aprile l’EP d’esordio di Okland, trio torinese composto da Andrea De Carlo, Luca Vergano e Jacopo Angeleri. Un progetto autoprodotto e distribuito in digitale da Sounday che racconta, in musica, l’alternanza tra lo stato di natura e l’artificialità.

Nel tempo che ha separato l’uscita dell’EP dalla stesura di queste righe non è stato facile trovare aggettivi, parole giuste, riferimenti adatti, tutto ciò che insomma “si usa” (e che solitamente uso) per scrivere una recensione che possa definirsi tale, ed eccomi qua davanti al misero fallimento di questo tentativo. Il fatto è che ok, se li ascolti ti vengono in mente Tycho, Jon Hopkins di Insides e molte altre cose che passano per Moderat e che senza Aphex Twin forse oggi non avremmo. Ma c’è qualcosa che distingue Okland e che, in una massa di gruppi e artisti, anche italiani, che ormai si confrontano con l’elettronica, l’electropop, il synthpop o generi legati all’experimental pop, ti fa dire che, pur muovendosi in uno stile già noto, i tre torinesi sono forti. Ho cercato di trasferire questo flusso dalla mente alle parole. Ma forse le cose buone sono quelle che non riesci a pensare, ma che senti. Le avverti a pelle.

I tre, pur vendendo dalla città che si conferma, ancora una volta, la fabbrica musicale dell’elettronica italiana, di italiano hanno molto poco nel loro sound. Definiscono il loro stile electronica/avant-pop e partono da ricerche sonore e mondi diversi, il cui incontro diventa un punto di forza.

L’omonimo EP è stato registrato, missato e masterizzato in modo da avere una resa sonora impeccabile, che spesso nei debut album o EP sappiamo essere invece piuttosto approssimativa e lo si avverte immediatamente. La prima traccia, nonché primo signolo, “Celeno”, arriva direttamente dal mito greco e in questo caso Celeno non è una delle Pleiadi ma una delle sorelle Arpie, quelle che portano distruzione e che nella mitologia  raffigurano le tempeste marine. Il brano d’apertura ci trasporta subito nella sintesi tra suono patinato e suono naturale cha caratterizza l’intero lavoro e lo stile della band.

La fusione tra questi due elementi è evidente anche nel secondo pezzo “Màni”. Siamo ancora nella mitologia, stavolta scandinava: il dio Màni è il fratello della dea Sòl e su un carro trasporta la Luna. Nel contesto electro si inseriscono, senza forzature, una chitarra nemmeno tanto effettata: un po’ di reverb e via, conservando una purezza che non stona affatto con batterie campionate e synth ma anzi li arricchisce e li caratterizza. Il suono delle corde della chitarra è quello della la luce lunare con cui Màni illumina la notte buia. Ecco, ci sono. Forse è questo che fa fare agli Okland capolino dall’affollatissimo mondo dell’electro o del synthpop e li fa arrivare dritti all’obiettivo che loro stessi delineano: rappresentano, in musica, l’incontro tra “un elemento umano, quasi radicato in un antico stato di natura ed uno artificiale, connesso  ad  un  mondo  più  freddo, calcolato”. Questa linea si avverte nell’intero lavoro toccando l’apice in Indra, aperto da un arpeggio di kora che rimane come tappeto fin quasi a metà pezzo. Il suono di questo strumento dell’Africa occidentale è simile a quello di un’arpa ma la cassa di risonanza su cui sono montate le corde è una mezza zucca svuotata. Con questo brano torniamo nella tempesta iniziale ma stavolta siamo nella religione induista nella quale il “potere del temporale” e anche del fulmine lo detiene, appunto, “Indra”.

Okland è pervaso, soprattutto dalla seconda traccia in poi, da un sentire malinconico di base che però non sfocia mai in grigiore o tristezza e si chiude con l’unica traccia cantata, “Dive”, una celebrazione dell’attesa fiduciosa coma strada per la redenzione. Nel pezzo colpisce, inevitabilmente, la voce e il modo in cui s’inserisce sulla musica, mantenendo anche lì una naturalezza non scontata se ne consideriamo l’andamento vagamente soul. E’ una voce pulita, senza effetti sostanziali, che quindi dà una coerenza finale a questo lavoro. Credo insomma che per Okland, in contrasto alla loro “fede nell’attesa”, “Redemption will come fast”.

A cura di Maria Grazia Marsico

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