Ostensione della Sindrome | Intervista a Willie Peyote

I dati parlano chiaro: tra sold out e date che raddoppiano, il tour di Willie Peyote si sta dimostrando un trionfo. Un ottimo pretesto per farci quattro chiacchiere con il “colpevole” tra un sound-check e l’altro…


Ultimi aggiornamenti: nuova data al Lokomotiv di Bologna, terza a Torino, tutto esaurito a Milano. E il disco è uscito solo da un mese… La Sindrome è dilagata ovunque, c’è poco da fare e anche noi di Cheap Sound ci troviamo contagiati. E parecchio. Dopo aver parlato dell’album e della clamorosa data live romana, eccoci ancora a fare i conti con Willie Peyote. I motivi? Tanti e tutti legittimi. Sindrome di Tôret si è imposto da subito come uno degli album italiani – a prescindere da generi e categorie – più importanti dell’anno e l’annessa tournèe in giro per l’Italia sta degnamente accompagnando e celebrando il lavoro di Guglielmo Bruno aka Willie Peyote. Ne abbiamo approfittato per scambiarci quattro chiacchiere, tra un sold-out e l’altro, nell’attesa che l’Ostensione della Sindrome arrivi anche nella vostra città. Preparatevi.

Sindrome di Tôret è stato accolto da un positivo e unanime riscontro di pubblico e critica: ma adesso che è uscito e tutti sono contenti, tu riascoltandolo, cambieresti qualcosa?

Cambierei un sacco di cose! (Ride n.d.r.) Non tutte, sicuramente meno rispetto agli altri dischi, ma è una costante di quello che faccio: non sono mai contento. Il gioco è essere professionisti. L’album è stato registrato nell’arco di un mese quindi non ti dico che avevamo fretta, ma i giorni contati si; quindi tutto sommato… Rispetto ad altre volte sono contento e più soddisfatto: abbiamo fatto il massimo con i mezzi che avevamo a disposizione!

Sei passato da poco a Roma per una fantastica data al Monk e il tour è ancora lungo: primi riscontri, sensazioni, pensieri su questo giro per l’Italia?

Roma, Caserta, Bologna hanno dimostrato che il disco è arrivato molto di più di quello che pensassi. A Roma erano due anni che non venivo e tornare in un locale con il Monk pieno e gente che canta tutti i pezzi nuovi – come a Caserta – di un disco che è uscito solo venti giorni prima mi ha abbastanza stupito. Non era nei piani: pensavo ci fossero più persone che cantavano il disco vecchio. I riscontri live sono stati ottimi, oltre ogni più rosea aspettativa. Sono al momento solo cinque date, ma tutte importanti, se il buongiono si vede dal mattino…

Cosa fai tra una data e l’altra? Lavori sulla dimensione live, pensi ai nuovi brani, o cerchi – per quanto possibile – di staccare?

Non riesco mai a non pensare a cosa verrà dopo! Sto pensando al disco nuovo da… appena chiuso questo! Appena ho visto le tracce presenti in Sindrome di Tôret ho cominciato a pensare a quali tracce far uscire per il prossimo, con chi e perchè! Non sto scrivendo perchè sono molto concentrato sui live e abbiamo ritmi molto serrati, ma si, ci sto pensando, devo solo capire come e quando!

Willie Peyote al Monk | ©Francesca Romana Abbonato

Il tuo repertorio inizia ad essere importante: cosa ha reso secondo te alcuni brani dei classici rispetto ad altri? Penso alle persone che al Monk gridavano “Glik”!

Credo dipenda molto dal diffuso odio nei confronti della Juve che io stesso rappresento! “Glick” me lo chiedono continuamente in tutte le date e la cose mi stupisce non poco perchè pensavo fosse un pezzo che non interessava più a nessuno, invece in queste cinque date – tra quelli non abbiamo fatto – è stato quello più acclamato. Mi sa che dobbiamo metterlo in scaletta, non ci rimane alternativa.

Magari ti raggiunge sul palco a gamba tesa!

Adesso che è nel Principato la vedo un pò dura: non è mai venuto quando era a Torino, figuriamoci adesso in Francia!

Altro aspetto che mi ha colpito della data al Monk: la presenza di un pubblico molto variegato.

C’era anche una persona di cinquant’anni abbondanti venuta anche all’instore alla Discoteca Laziale. Guarda, questo è un motivo di grande orgoglio: era il mio obbiettivo portare in giro un pubblico il più amplio e variegato possibile. Una cosa che ho sempre invidiato a Caparezza è la sua capacità di avere un pubblico di qualsiasi età ed estrazione sociale sotto il palco. E’ una cosa sui ho lavorato nella scrittura dei testi e nella composizione delle tracce. Era un obiettivo e devo dirti che a Roma c’era il pubblico più variegato in asssoluto e devo essere sincero: anche uno dei live con un pubblico più “nuovo”. La maggior parte dei neofiti sono venuti a quel concerto. Qui e in altre città il disco ha fatto la differenza ed è un ottimo segno.

Sindrome di Tôret contiene alcune parti dei monologhi dello stand up comedy Giorgio Montanini: non so perchè, ma mi aspetto a breve un tuo spettacolo comico-satirico, solo te, microfono e faro bianco puntato addosso.

Ci sto lavorando… la stò studiando da un annetto a questa parte. Mentre scrivevo il disco l’ho approfondita molto perchè reputo la stand up comedy il miglior tentativo di satira al momento esistente nel panorama mondiale. L’unica comicità satirica che al momento fa un “servizio satirico” è la stand up comedy, il resto è diventato tutto macchiette ed imitazioni, soprattutto nel nostro paese. Quindi la sto studiando, mi piacerebbe. Con Montanini ne ho anche parlato: “Se scrivo qualcosa mi dai una mano a metterlo apposto?” Si, le movenze e come tengo il micorofono dipende dal fatto che forza di guardarli un pò me l’hanno passato. Vado spesso a vedere gli spettacoli dal vivo, sono un effezzionato ammiratore.

© Francesca Romana Abbonato

Musica e Messaggio: binomio basilare nella tua produzione. Ma pensi esista una tua canzone che la gente non ha ancora recepito appieno o peggio ancora, ha ingorato o frainteso nel suo intento?

In realtà, da qualche anno a questa parte, ho fatto mio un concetto semplice: non devo pretendere che la gente capisca ciò che voglio io. L’interpretazione è personale, in base a quello che la gente sente o gli arriva dal mio brano. Appena pubblico una canzone, questa diventa anche del pubblico, possono farci quello che vogliono, non devono per forza capire ciò che voglio io. Poi, se io ho un messaggio da mandare e pretendo che la gente lo capisca, devo essere attento io a come esporlo: non ho mai avuto però l’impressione di essere frainteso, anzi, paradossalmente mi sento molto più capito di quanto mi aspettassi! Non ho nulla da recriminare, ma non recrimerei lo stesso: appena diventa di dominio pubblico chiunque ne può trarre quello che preferisce. Non ho la pretesa che traggano quello che voglio io. Non mando mai un messaggio diretto, preferisco un discorso più ampio nel tentativo di aprire un dibattito sui temi. Sviluppare un pensiero critco: non voglio inculcare qualcosa nella testa della gente, ma fare in modo che la genti sviluppi un pensiero, volendo anche diverso e opposto al mio, ma almeno consapevole!

E’ uscita da poco la tua collaborazione con gli Ex-Otago: attualmente, quali sono le band o i progetti che segui con maggior attentione?

Se posso vado sempre ai concerti, sono molto interessato alla musica dal vivo, anche di nomi che non conosco. Recentemente ho visto il live di Coez a Torino. Mi paice. Sta facendo dei numeri impressionanti: va supportato perchè al momento sta facendo in qualche modo la rivoluzione in questo paese, da indipendete: ha il mio totale supporto. Se capito davanti ad un locale e c’è un concerto punto ad infilarmici per dare una occhiata. La musica dal vivo è sempre interessante: se capito in una città e c’è un concerto fico, punto ad esserci!

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