Palace @ Serraglio 30/03/2017

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Dopo due EP tra il 2014 e il 2015, i londinesi Palace presentano dal vivo il loro album d’esordio So Long Forever, uscito per l’etichetta Beatnik Creative. Arrivano per la prima volta in Italia con due date a Milano e Bologna e questo è il nostro racconto del live al Serraglio.

Mi chiedo come faccia Leo Wyndham a non avere un’infiammazione cronica alle caviglie. Per tutto il concerto abbiamo visto il frontman dei Palace mettere a dura prova i suoi tendini: seguiva le modulazioni della sua chitarra e della sua voce alzandosi sulle punte dei piedi e rimanendoci come fai quando hai davanti un tizio altissimo che non ti fa vedere lo spettacolo e tu sei alto un metro e mezzo. Penso sia l’istinto del musicista: c’è chi dice che la musica sul palco parli da sé senza bisogno di essere trasmessa dalla fisicità dei performers, Wyndham invece, pur mantenendo nel complesso una british atttitude, si fa prendere da quello che la musica racconta e glielo vedi nel continuo ondeggiare delle spalle a volte sciolto a volte contratto, glielo vedi nei denti che si stringono e nel sudore che gli squaglia la faccia.

Il Serraglio accoglie la band con la sua atmosfera intima. Un arpeggio impeccabile del chitarrista Rupert Turner apre il live con “I want what you got”, tratto dal loro EP Lost In The Night. Gli fa eco la chitarra di Wyndham che ci canta sopra con una precisione che farebbe invidia ai più. E chi se ne frega se il suo timbro ne ricorda altri. Il fatto è che è un timbro fighissimo e il fatto è che lui canta esattamente come nel disco, con la differenza che sei ancora più immerso nella sua storia. Più o meno ispirata che sia –ancora una volta “chissene”– la storia è raccontata da una voce che oscilla tra la malinconia e il graffio, rimanendo di base delicatamente potente. E’ vero, se fossimo negli anni Novanta potrebbe sembrare a tratti un concerto di Jeff Buckley, così come spesso ci suggeriscono le scelte chitarristiche o le linee vocali nel disco. E allora? Credo che per molti artisti questo sarebbe un complimento più che una prova di scarsa originalità.

Il pubblico comincia a scaldarsi con la batteria di Matt Hodges che ci porta nel secondo pezzo “Head above the water”. A mantenerne il ritmo, arricchirlo e modularlo in modo sapiente ci pensa, al basso, Will Dorey, simpaticissimo e che da autodidatta, e grazie ad un ex fidanzata milanese -ce lo rivela davanti a una birra a fine concerto e scopriamo che quelli che continuava a chiamare pleen sono i tortellini-  ha imparato un ottimo italiano che usa in modo divertente durante il live.

Dopo “Tomahawk”, forse uno dei pochi momenti meno interessanti, arriva “Have Faith”, il primo pezzo della serata tratto da So Long Forever e che funziona benissimo, soprattutto grazie alla finezza dello stile e degli linee delle chitarre. Ancora più seducente è “Holy smoke” di cui la gente sotto al palco sente tutta l’energia, e al microfono Leo Wyndham raggiunge uno dei momenti di massima comunicatività della serata.

Seguono “I’ll found out” e “Veins” altri due brani “vecchi”, dei quali colpisce soprattutto la seconda, un momento di raffinatezza blues-pop e di sensualità pura. Dal nuovo disco arrivano la title track,“Family” e “It’s over”, la ballata che conquista tutti definitivamente, forse il pezzo di più buckleyana memoria. Ma come non adorarlo. Parte infine “Bitter”, la più “radiofonica” dell’album -insieme a “Break the silence” che pure suonano durante la serata-  e che ci fa pensare facilmente ai Foals o ai Kings of Leon. Gli effetti delle chitarre danno un bel colore ai momenti migliori del pezzo mentre basso e batteria la fanno da padroni, spalancandosi perfettamente nei cambi ritmici. Tutto è armonizzato dalla voce che diventa piacevolmente graffiata in molti punti, fino al crescendo finale che sarebbe potuto tranquillamente durare altri quindici minuti senza che nessuno staccasse gli occhi e l’attenzione da quello che si stava creando sul palco. E’ il momento più viscerale del live.

Risalgono per un bis fortemente voluto da un pubblico coinvolto e che si è in gran parte precipitato dietro le quinte per dimostrare affetto, soddisfazione e ammirazione per i quattro londinesi che dal vivo confermano una buona ricerca e scelta dei suoni che li caratterizza. Contrappunto, tremolo, riverberi, slide guitar, voce perfetta, arrangiamenti interessanti e Sonic Valium, come la band stessa definisce il proprio sound.

Certo, forse ai Palace manca ancora qualcosa e non saprei dire esattamente cosa. Forse manca quel piccolo salto in più che serve a consacrare un indubbio talento creativo e interpretativo. Ma siamo solo al primo album e direi che le fondamenta di quest’edificio sono decisamente salde, che l’edificio potrebbe avere molti piani e che l’ultimo piano potrebbe essere così alto da far prendere quota facilmente a chi parte da lì.

A cura di Maria Grazia Marsico

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