Radice di due | Intervista ai Palkoscenico al Neon

Ora vi raccontiamo come suona l’underground romano.

La fervente scena musicale romana è piena di sfaccettature, come la città da cui nasce. C’è un occhio del ciclone fatto di artisti sulla cresta dell’onda, debutti straordinari, etichette rampanti e grandi numeri. E ci sono delle intense sfumature che con energia e duro lavoro restano volutamente ai margini, lontane dai compromessi, dal trend, che come la periferia da cui provengono lottano con basi solide e con radici profonde. Talmente profonde che girano l’Italia da 10 anni, arrivano a Berlino, sfornano dischi di qualità e fanno del messaggio e dei contenuti il loro punto di forza. Quello, e un sound che ti attacca al muro.

Parliamo dei Palkosceniko al Neon, band crossover di Guidonia, con il nuovo album Radice di due fresco di stampa, e siamo al 30 Formiche di Via del Mandrione. Cheap Sound li ha incontrati e ha fatto due chiacchiere con Stefano, cantante e autore dei testi.

Raccontami di Radice di due. L’idea, lo sviluppo, la realizzazione.

Radice di due è il naturale proseguo dei due precedenti lavori, Disordine Nuovo e Lucas. C’è stata un’evoluzione nel corso di questi anni, sia nelle dinamiche interne della band, sia personali, che hanno contribuito a caratterizzare questo nuovo lavoro. Tecnicamente è il nostro disco migliore. Mentre in precedenza, per scelta di attitudine, registravamo solo in presa diretta, questa volta lavorare in multi traccia ci ha permesso di curare meglio i suoni e la produzione. I pezzi pompano, e l’apporto dei nuovi membri al basso alla batteria ha dato nuove possibilità nella composizione. Abbiamo avuto la possibilità di rallentare i bpm dei pezzi senza perdere impatto sonoro, e questo ha permesso ai testi di appoggiarsi meglio sulla musica per un ottimo risultato.

I testi ed i contenuti delle canzoni sono uno dei vostri punti chiave. Come è cambiato il vostro modo di scrivere nel corso degli anni?

E’ stato un percorso. Partendo da Disordine Nuovo dove il tema centrale era il rapporto con la società, siamo arrivati a Lucas più incentrato sul singolo individuo, più introspettivo, “l’uno”, per intenderci. E in Radice di due c’è l’evoluzione dell’uno, la famiglia, i legami più prossimi, e in ognuno degli 11 pezzi si affronta questo tema in ogni sfaccettatura. Nel periodo tra il nostro ultimo album e Radice di due sono diventato papà, e questo sicuramente è stato influente nella stesura dei brani, è una chiave di lettura nuova. E poi c’è il posto da cui vieni, la periferia non te la scrolli mai di dosso. Superati i 30 anni diventi il tuo punto di riferimento, nella vita e nella musica, hai esperienza per cavartela e scegli cosa è veramente importante da raccontare secondo te.

Come è la fervida scena musicale romana vista con gli occhi di chi vive il circuito underground da 10 anni e ha all’attivo più 300 date in tutta Italia e con incursioni all’estero? Come mai la scelta di restarne ai margini?

Siamo ai margini perché siamo una band crossover. E’un etichetta che ci hanno dato, perché quello che suoniamo qui in Italia non ha una vera e propria scena. Pestiamo troppo per il punk, troppo poco per il metal e siamo troppo italiani per l’hardcore. La scena attuale romana è un movimento parallelo bello, che funziona e con cui ci confrontiamo, ma quando è capitato di incrociarsi non siamo stati disposti ad entrare in certi meccanismi. Tutto quello che è venuto nel corso degli anni è venuto da sé, per aver girato il Paese in furgone con le trasferte, per quello che abbiamo da dire. E devo dire che è la soddisfazione più grande. I rapporti umani, conoscere le persone, incontrare altre realtà portando in giro la propria musica.

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