Parlare di Roma e a Roma: intervista con Il Muro del Canto

In occasione del Labaro Rock Fest abbiamo incontrato Il Muro del Canto, gruppo “romano de Roma” che si sta distinguendo grazie ad una ricca attività live e ad un album d’esordio, “L’Ammazzasette”, che da queste parti ha fatto gridare al miracolo. Ne è venuta fuori una chiacchierata che ha scavato nel profondo del gruppo, dalla nascita alle influenze, dalla Roma vissuta a quella sognata.

Per chi non vi conoscesse, raccontate la vostra storia – come nasce il gruppo, come nasce il progetto…

Alessandro Pieravanti (Batteria): Allora, il gruppo nasce in realtà prima di tutto dall’idea di una canzone, che era “Luce Mia”, naturalmente contenuta nel nostro primo disco, “L’Ammazzasette”. Daniele aveva scritto questo testo molto bello e abbiamo iniziato ad arrangiarlo, doveva essere una collaborazione solamente per un brano, poi invece c’è piaciuto talmente tanto che abbiamo deciso di fare una vera e propria band attorno al pezzo. Daniele aveva altri testi, e da lì abbiamo iniziato la nostra attività live fino ad arrivare a questo punto, in cui abbiamo un disco fuori e uno pronto in uscita, quindi una produzione già ricca.

Disco pronto: ci sono delle tempistiche?

AP: Sì, diciamo che è pronto a livello di scrittura dei brani, di arrangiamenti, già li proponiamo nei live, però poi il disco vero e proprio per uscire avrà ancora bisogno di un bel po’ di tempo…

Certamente, anche perché state ancora promuovendo quello prima.

AP: Non è ancora uscito da un anno, lo lasciamo ancora un po’…

Non trova la parola, interviene il bassista Ludovico Lamarra che quasi sovrappensiero dice “decantare”: la scelta ci convince, la musica e il buon vino sono più simili di quanto non si pensi.

Tornando a noi, anzi a voi, l’idea alla base, l’idea di cantare Roma in romano, da dove parte? C’è un momento da cui si può far partire quest’ispirazione?

Daniele Coccia (Voce): Questa è complicata come domanda. In realtà c’è tutta l’influenza di Roma e della tradizione romana, però comunque il linguaggio che usiamo nel Muro del Canto è il linguaggio nostro di tutti i giorni, è la lingua in cui ragiono, per cui per scrivere i testi non faccio lo sforzo di dover ricollegare tutto all’italiano, è un’espressione diretta. E poi una cosa che noto del romano rispetto all’italiano è che per scrivere un testo ho un sacco di possibilità in più, chiavi di lettura e di scrittura che non trovo con l’italiano: per esprimere un concetto trovo mille modi di dire, mentre nell’italiano bene o male sono di meno, secondo me. Ma è perché parlo romano (“sei ignorante”, suggerisce ancora Lamarra), sono ignorante, sì, è quello il discorso.

La tua prima lingua è il romano.

DC: Sicuramente, se devo cominciare a parlare italiano faccio un disastro.

Mentre per arrivare dalla classica canzone romana, stornello o altro che sia, al Muro del Canto c’è un percorso stilistico particolare?

LL: Non ragionato, se vuoi. Penso che tutto derivi dal fatto che ognuno di noi veniva da esperienze musicali differenti, e ognuno ha portato il suo. E poi, sai, ci sono situazioni che nascono in modo un po’ magico, il Muro è una di queste, per cui ci siamo subiti trovati bene. I pezzi sono venuti naturalmente, ognuno ha dato il suo contributo con i propri suoni, le proprie idee…non c’è pezzo in cui non ci sia il contributo di ognuno di noi.

Giancarlo Barbati (Chitarra): Tutto molto naturale, appunto, abbiamo fatto due dischi in due anni, che non è poco.

Mi dicevate delle esperienze pregresse, musicalmente da che mondi venite?

LL: Mah, dai più disparati. Dal rock alternativo allo stoner all’industrial, al post-rock…fino ai matrimoni, al liscio più puro. Sai, a Roma ci si conosce un po’ tutti nel sottobosco, io non mi dimenticherò mai quando Alessandro mi chiamò e mi disse “senti, c’è questo amico mio, lui canta nei Surgery, ha scritto questo pezzo, ‘Luce Mia’, ti piacerebbe venire a fare una prova, secondo me è un progetto che può avere delle potenzialità”, e io ho detto va bene, conosciamo questo strano personaggio di cui mi parlano. Io vengo da tutte queste sonorità malinconiche, liquide, del post-rock, un po’ tristi, mi sono trovato a impattare con uno così…e invece è andato tutto bene e  penso che questa sia una delle chiavi per la riuscita del progetto.

Su Roma la riuscita c’è senza dubbio. Avete avuto un impatto con il resto d’Italia, per vedere se c’è una sorta di scoglio culturale?

DC: Guarda, al Sud no, ci siamo andati e hanno reagito bene. Al Nord sinceramente ci dobbiamo andare, quindi è ancora da esplorare.

AF: Il massimo dove ci siamo spinti è stata Arezzo, siamo stati all’Arezzo Wave quest’estate e non si può definire proprio Nord perché i circuiti dei locali del Nord sono altri, però non abbiamo mai trovato ostacoli né culturali né linguistici nel confronto con persone di altre regioni. Come spesso mi capita di dire (e non è una cosa proprio scontata) è che ai concerti anche a Roma metà di chi viene sono romani, l’altra metà sono studenti fuorisede che possono essere veneziani quanto calabresi, e vengono a comprare dischi al banchetto con gli accenti più diversi…c’è sempre un momento di scambio per capire di dove sono e come mai siano venuti a sentirci, e allora quello è un feedback concreto del fatto che i limiti linguistici poi fondamentalmente non ci sono, per la peculiarità del dialetto romano di essere comprensibile un po’ da tutti. E diciamo pure un po’ per il fatto che il dialetto romano è stato molto sdoganato dalla televisione, dalle fiction, da molti comici e serie tv, è diventato un po’ una lingua familiare anche per persone che abitano molto lontano da qui.

Nei prodotti d’intrattenimento (restando sul nazionalpopolare mi vengono in mente i Cesaroni o Enrico Brignano) c’è uno sdoganamento forte, nella musica invece? Se uno pensa a folk italiano pensa ad altre regioni, probabilmente: Napoli, la Puglia…

GB: O la Sicilia, certo, ma ci sono anche in altre regioni realtà come la Bandabardò, i Modena City Ramblers, fino ad arrivare a Davide Van de Sfroos che è il più estremo come linguaggio…

Ecco, di queste realtà regionali c’è un progetto o un gruppo a cui vi sentite vicini come spirito e filosofia?

Parlottano un po’ fra di loro senza arrivare ad una conclusione

AF: Vedi, noi in effetti abbiamo questa difficoltà di individuare dei modelli o delle persone in cui ci possiamo rivedere, proprio perché non ci hanno influenzato né prima né adesso, quindi ad esempio l’altro giorno che siamo stati intervistati da RadioUno, mi hanno chiesto “Voi con che grande artista vorreste fare un tour?” e io sono rimasto spiazzato, perché c’è sempre il gruppo per cui dici “questi dovrebbero aprire a…”

Viene suggerito scherzosamente Gigi D’Alessio. Seguono frizzi e lazzi sul Gigione nazionale.

AF: Comunque, nel nostro caso al di là della tradizione popolana noi andiamo a pescare dalle storie, dai racconti, dai detti, dalle filastrocche o da pezzi popolari, quindi quello diventa un po’ l’ambito di riferimento al posto di un genere musicale o un artista

Nelle storie che raccontate ricorrono varie tematiche. La prima è una Roma che ha un sapore molto antico, cioè che difficilmente è la Roma che uno vive quando la mattina esce, va in ufficio, torna. Questo sapore di Roma come lo conoscete e come ci entrate in contatto?

LL: Chi vive a Roma alla fine si imbatte necessariamente nel vecchietto al bar o nel parente che alla fine racconta le sue storie, e poi c’è un’aria che comunque i romani conoscono bene. Ed è un modo per risponderti alla domanda dei riferimenti musicali, è per questo che noi non li abbiamo. Secondo me devi partire da un’altra prospettiva, cioè l’utilizzo del romano come linguaggio, il fatto di venire da esperienze musicali diverse e il fatto di pescare in quei racconti che anche tu avrai sentito e respirato passeggiando per Roma. L’aspetto musicale poi è quello che ognuno di noi mette, tant’è che noi non siamo assolutamente stornellari – infatti quando si dice folk io rimango sempre un po’ perplesso perché sì, esiste la componente ma non è solo quello, abbiamo distorsioni anche molto pesanti in alcuni passaggi.

GB: Ovviamente la vena folk c’è, anche nella strumentazione. Comunque se sei a Roma hai visto anche determinati film nell’infanzia, hai camminato in posti che rivedi in bianco e nero, tutta una serie di cose che ci si porta dentro.

DC: E poi una cosa a cui pensavo è che anche nella canzone romana, ad esempio Gabriella Ferri, gli esempi di riferimento sono sempre dell’Ottocento, perché la canzone romana è in effetti rimasta lì. Magari non è proprio il romanesco di Belli, però era sempre tutto ambientato sul fiume, con quell’atmosfera che poi è rimasta nel nostro immaginario, non ci sono quasi mai riferimenti moderni.

LL: Premesso che quest’intervista sta diventando quasi una seduta di autocoscienza, forse direi che la contemporaneità del Muro sta in come suoniamo.

In molte canzoni ricorre un senso di abbandono e di addio, che può essere verso la vita o verso Roma. C’è una nostalgia, e in questo senso un addio a una Roma che non c’è più?

DC: Forse sì. Ma pure verso un’Italia che non c’è più, verso un modo di essere delle persone in generale che fino agli Sessanta c’è stato. Dopodiché sì, un po’ di nostalgia c’è ma più che altro si traduce in un desiderio di un po’ più di decoro rispetto a quello che vediamo tutti i giorni.

GB: Direi che è pure una questione strutturale. La Roma che cantiamo non c’è più perché s’è spostata, non è più a Trastevere ad esempio, che ora è un quartiere totalmente diverso. Nelle periferie ancora si respira quell’aria un po’ paesana. Ponte di Nona a tratti sembra la Roma in costruzione degli anni Sessanta, con il vecchio Gaetano che sta al bar e fa l’attore nei fotoromanzi, tutto ingelatinato.

EC: Non assomiglia però nell’estetica, che è completamente diversa.

Quindi vediamo una separazione fra il romano e i luoghi della romanità. Trastevere è un luogo di romanità ma è un luogo che non è più per il romano ma per una fascia di popolazione più ricca.

LL: E tornando su quell’immaginario di riferimento di cui parlavamo, quando ti capita di andare a Trastevere una volta che è finita la movida, stai da solo e fai pace con quella Roma che non c’è più.

GB: Pure a San Lorenzo di giorno si può vivere ancora questa atmosfera.

Invece il lato più mistico, che ritroviamo nella figura di Cristo magari contrapposta ad una Chiesa che appare invece molto “terrena”, come si inquadra nell’immaginario del Muro del Canto?

DC: L’immagine di Cristo è una figura che mi ha sempre interessato, perché per come è stato dipinto non c’è dubbio che sia un bel personaggio, un uomo che ha vissuto per degli ideali.

LL: Classica figura di rivoluzionario strumentalizzato da altri, no?

DC: Sì, ma pure per come lo descrive la Bibbia è un bel personaggio, sarebbe una bella guida per chi capisce il senso del messaggio, cosa che molti non riescono a fare o non vogliono fare. Io non sono credente, ma Cristo è una bella immagine, uno che faceva del bene, io ne ho sempre parlato perché è una figura che conoscono tutti ed è facile immedesimarsi. Poi ad esempio nel prossimo disco ci saranno meno tematiche anticlericali e meno accenni mistici, perché forse nell’Ammazzasette se ne era parlato troppo.

Per dar spazio a?

DC: A un disco più “politico”, anzi, meglio dire sociale, ricco di tematiche legate alla crisi, ma ancora da delineare. Ovviamente ci saranno sempre canzoni sull’amore, ma si parlerà anche di gente che magari se ne va da Roma perché non può più viverci.

LL: Per come stanno venendo fuori i pezzi azzarderei che il primo disco è sicuramente più intimistico, legato a tematiche personali, mentre su questo secondo è come se ci aprissimo rispetto a tematiche più generali. Sociale assolutamente, più che politico. Dopodiché nulla è fatto a tavolino, quello che viene fuori viene usato.

Grazie mille allora, è stato un piacere enorme e vi faccio un grosso in bocca al lupo a nome di tutta la redazione.

Il Muro del Canto ringrazia, qualche chiacchiera e poi cala la notte. Fra poco tocca a loro suonare, sulla collina di Labaro.

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