GALLERY | Parov Stelar live @Atlantico

Parov Stelar ovvero il dj austriaco capace di sbancare l’Atlantico Live. Quella che segue è una telecronaca più o meno fedele del concerto: sono le 22 sul mio orologio biologico, il ritardo è incombente, una macchina mi sbatte sulle rive dell’Atlantico, il freddo mi pugnala alle spalle come la famosa zaccagnata di via delle Vigne ed io stringo i denti e serro le mascelle dell’anima introducendomi nell’imbuto polare che mi disarciona alle porte del locale, appena in tempo per essere perfettamente in ritardo. Spalanco le porte e lo scenario è da western agrodolce: l’aria fibrilla di attesa invincibile, la band sta scaricando le prime munizioni sulle teste tramortite del pubblico romano, ma la vera accoglienza me la danno due tipi su di giri che mimano una scazzottata manco fossero Charlie Chaplin e Buster Keaton. Superato il primo step di un fight club de’ noantri scivolo fin sottopalco con le mie due macchine fotografiche, e sono l’unico a non ballare. Una ragazza si scusa persino per avermi disturbato mentre tento di intrappolare i nostri eroi all’interno dell’obiettivo fotografico. Decido quindi di immortalarla insieme alle sue due amiche.

Marcus Füreder dall’alto della sua postazione dittatoriale si sbraccia come fosse un dj di fronte al suo esercito di fattoni made in Ibiza: suda, sbuffa, distribuisce tappeti elettronici e sotto di lui il palco è diviso in tre parti: alla sua sinistra la sezione fiati, magistrale, vero motore del gruppo, sassofono­tromba, gli architetti del sound of Parov. Alla sua sinistra basso e batteria, sorridenti, impeccabili, fortificano il suono e costituiscono lo sfondo ideale sui cui gli altri strumenti costruiscono scale surreali ove abbandonarsi al groove ipnotico di una band che rispetta il primo comandamento dei live: far smuovere ogni essere umano, di qualsiasi età, per tutta la durata del concerto. La terza parte del palco la occupa la cantante, buffo personaggio che appare/scompare ma quando lascia librare la sua voce mette tutti daccordo, aggiungendo quel pizzico di sapore acido ad una struttura strumentale tipicamente electroswing con impennate di hippie­funk. Verso la fine del concerto mi giro ad ammirare l’oceano Atlantico completamente invaso da creature di ogni tipo: hipster manomessi, quarantenni cornuti che mi chiedono accendini girandosi per la vergogna, ragazze­madri, padri in cerca di figli, ribelli barbuti con indosso maglie di gruppi sconosciuti. Andiamo via con la consapevolezza di aver spostato l’Atlantico di 10­15 cm, come onde sensuali aggrappate al timone di un dj austriaco che distribuisce con classe ballate ammalianti e disinibite.

Graziano Giacò

 

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