Pere Ubu, Elitism For The People live @ Monk 31/3/2016

Sul palco del Monk uno dei gruppi più importanti della storia della musica rock: i Pere Ubu! Ecco il nostro report. Forse poco obiettivo …

Capirete se nel corso dell’articolo, in alcuni momenti, non sarò obiettivo. Perdonerete alcune mie uscite forse eccessive, ma saprete sicuramente perdonarmi. Perchè? Ma perché ero innanzi ai Pere Ubu! Ora, a chi non è del giro (affaracci suoi) vagli a spiegare cosa sono e cosa rappresentano i Pere Ubu nella storia della musica. Cerchiamo di raccontarlo velocemente, così forse sarete anche più clementi nei confronti della mia euforia.

Allora, partiamo dal nome: il nome della band è il nome del protagonista della piece teatrale Ubu Roi dello scrittore francese Alfred Jarry. Data di nascita: 1975. Luogo: Cleveland, Ohio. Immaginatevi la scena: la spensieratezza dei 60 conclusa, il sogno americano ormai in brandelli, un contesto urbano nichilista e opprimente. Un miscuglio torvo e violento che sfocerà in quella pietra miliare senza paragoni di The Modern Dance. Un vertice massimo della musica moderna, un pilastro della new wave o solo e semplicemente un’altissima opera d’arte sulla lenta e oscura decadenza umana. Ma i lavori ciclopici non finiscono qui: basta citare al volo Dub Housing (1978) e New Picnic Time (1979). Merito della loro aurea di culto? Una band perfettamente calata nel mondo del rock e in quello teatrale e l’avere come leader un certo David Thomas. Un anti-leader, una figura devastata da fobie, compulsione e paronie ma dalla vocazione artistica così lampante e geniale da riuscere a tramutare i suoi demoni nelle basi della wave più oscura e industrial. Ma non fatevi raccontare troppo, torniamo a Roma, torniamo alla serata di giovedì al Monk.

L’occasione – molto succosa – del live al Monk è l’uscita del Box Set Elitism For The People che raccoglie i dischi del periodo 1975-1978. E non solo, per l’evento riecco sul palco il grande ritorno degli storici membri Michele Temple e Tom Herman. C’è una sedia al centro del palco, è per Thomas. La sala è piena, l’attesa palpabile e l’entusiasmo si trasforma in uno scroscio di applausi appena la band appare sul palco. Thomas si accomoda sulla sedia ed è veramente una figura inclassificabile. Sembra quasi un cattivo delle fiabe, un Mangiafuoco della wave, un vecchio orco caricaturale, un cantastorie devastato e sopravvissuto a se stesso e alle storie della sua musica. Il ritmo è convulso, la base ritmica è impetuosa, basso e batteria dettano il tempo in maniera implacabile. Dalla boca di Thomas escono i suoi famosi lamenti gutturali, degni di un girone infernale, incaricati di aprire i brani che si susseguono senza sosta. In pochi minuti siamo già catapultati nel mondo dei Pere Ubu. Davvero notevole – e alquanto unica come cosa, almeno per il sottoscritto – l’ammirare l’uso dal vivo dei sintatizzatori con annesse onde Theremin: un “aggeggio” perfetto per ricreare tutta la componente rumoristica dei brani della band. Il live prosegue teso, tra classici e riscoperte, con il pubblico immobilizzato dalla potenza ancora impressionante dei pezzi. Thomas ogni tanto sorseggia da una tazza bianca: molto meglio quando stappa una bottiglia di vino ai suoi piedi e inneggia in maniera deragliata agli effetti positivi dell’alcol. Nonostante la posizione seduta, niente incrina la sua aurea di direttore d’orchestra, di grande burattinaio che tutto muove, e gli sguardi truci e le urle che ha lanciato ogni tanto dimostrano quanto sia ancora alta la sua foga.

Concludendo posso dire d’aver ammirato dal vivo una leggenda ambulante come i Pere Ubu. No, per obiettività e distacco non c’è proprio spazio. E credo che il modo migliore per chiudere questo articolo sulla band americana, sia proprio una vecchia frase di Thomas:

“Fare rock significa spostare scatole nere da una parte all’altra della città nel portabagagli della tua macchina scassata.”

Ma questa poesia e bellezza in quella macchina e in quelle scatole.

Foto di Francesca Romana Abbonato

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