Intervista ai Perturbazione!

Venerdì 30 Marzo, fuori dalla Locanda Atlantide tutto tranquillo. Manca qualche ora al concerto di questa sera, e i suoni indistinti che provengono dall’esterno lasciano capire che, com’ è di ruotine, il sound check procederà per le lunghe. I Perturbazione, gruppo nato nel lontano 1988, finalmente recupera la data di febbraio in capitale, rimandata a causa della neve.
Tommaso Cerasuolo, voce e anima dei Perturbazione con una gentilezza e disponibilità disarmante ci fa accomodare nello stanzino all’ingresso della Locanda, dove, dopo qualche battuta di rito e problemi di luci, diamo inizio all’intervista.

CHEAP SOUND Partiamo con una domanda di repertorio. Chi sono i Perturbazione? Raccontaci un po’ la storia del gruppo, e com’è nato il vostro nome.
TOMMASO CERASUOLO I Perturbazione sono sei amici, che vengono dalla provincia di Torino. Qualcuno poi si è trasferito in città, ma fondamentalmente siamo un gruppo di provincia, nato a scuola, ai tempi del liceo. La musica per noi è sempre stata una via di fuga, un modo per raccontarci. Il nome è nato così per caso, durante una gita scolastica. C’era un tempo bruttissimo, e ci scattarono una foto, e ci dissero: ”Dai con questo tempo fosco, lo scenario, sembrate davvero un gruppo rock!” E quindi alla domanda come chiamarci, visto che in quel periodo lì c’erano tutti i nomi che finivano in “one”, rispondemmo: “Perturbazione”. Un nome che ci ricorda molto noi, il nostro genere, le perturbazioni dell’anima che guidano i nostri testi.

CS Infatti la malinconia, la riflessione è un po’ il fil rouge che collega tutte le vostre canzoni. Ma da dove nascono tutti questi sentimenti?
TC I Perturbazione suonano canzoni per non sentirsi soli al mondo. Questa malinconia nasce dall’anima di ciascuno di noi. Quando abbiamo iniziato a suonare stava scoppiando il grunge, suonavano i Nirvana, e a noi veniva di suonare così, con le chitarre distorte ecc. Poi in una recensione ci dissero che il nostro rock era troppo “anemico” che non aveva abbastanza spina dorsale, forza. E questa definizione a noi è piaciuta, perché la sentivamo nostra. E a parte la malinconia, c’è sempre molta ironia in noi. Ecco perché non sono mai riusciti ad inquadrarci, se come poeti maledetti o simpatici burloni. E in realtà noi non abbiamo mai scelto di stare da nessuna parte.

CS Quindi proprio nella vostra non scelta c’è stata la vostra scelta.
TC Sì, sai cambiamo, ci sono giornate di sole e ci sono giornate di pioggia…

CS E di perturbazione quindi. Durante la vostra carriera avete cambiato la composizione della band, come ha influito questo sul vostro gruppo, il modo di suonare, il pubblico?
TC In realtà più che altro ci sono state delle aggiunte, che ci hanno arricchito, migliorato. Poi invece se n’è andato Stefano (Milano, ndr) il bassista storico, ed è arrivato Alex (Baracco, ndr), e quella è stata una roba traumatica perché tra noi a parte amicizia, c’è una vera e propria famiglia. Il nostro pubblico fortunatamente è sempre stato molto eterogeneo, e si è anche ringiovanito nel tempo, nonostante noi siamo andati avanti con gli anni. Infatti ce lo siamo chiesti spesso: “Perché uno di vent’anni vuole ascoltare le nostre canzoni, un po’ tristi, un po’ pensose?”. Bhè perché evidentemente avere vent’anni adesso deve essere dura.

CS Non potrei essere più d’accordo. A proposito di età, il concerto di stasera fa parte del tour che ripropone “In circolo”. Cosa si prova a suonare, e reinterpretare canzoni di dieci anni fa?
TC “In circolo” in realtà non abbiamo mai smesso di suonarlo. A parte qualche brano che era rimasto lì nel passato, molte canzoni ci hanno seguito. Questo è un disco sedimentato in noi, certo ora c’è più consapevolezza, forse meno innocenza. L’abbiamo ripubblicato, e abbiamo inserito all’interno anche degli inediti. Non è certo un disco di scarti, ma si sente che quel che abbiamo aggiunto non c’era allora, in quel circolo, e si sente anche tutto quello che è stato il nostro percorso, la maturità raggiunta, diciamo.

CS Avete collaborato con grandi artisti della scena italiana durante la vostra carriera, per dirne qualcuno Rachele dei Baustelle, la Crus, gli Zen Circus. Qual è quella che invece sognate?
TC Bhe, abbiamo avuto la fortuna di collaborare davvero con egregi artisti, ma il sogno nel cassetto sarebbe un giorno suonare con Robert Smith dei Cure, perché ero adolescente quando è nata quella roba lì, sono sempre stato legato a quel tipo di musica, a quella emotività. Mi piace il personaggio, ma credo che sia uno di quei sogni che è meglio che rimangano nel cassetto, perché ci sono artisti che conosci e adori dal lato pubblico, ma magari quando li incontri non sono poi quello che ti aspettavi. E forse a volte ci sono cose che devono rimanere sogni, e basta.

CS Parlando della scena musicale moderna, oggigiorno nel sottobosco della musica indie sembrano nascere nuovi talenti pieni di belle speranze e sogni, che magari riescono a far conoscere una propria canzone per poi ritornare nell’anonimato. Cosa consigliate ai giovani che oggi vogliono far musica? Ed è stato difficile per voi farvi apprezzare? Ma poi alla fine si esce mai dalla musica di nicchia con il vostro genere?
TC Guarda ti dico che tra i progetti per il futuro, oltre a fermarci e riflettere un po’ c’è quello di scrollarci almeno un tantino dalla musica indie appunto, e provare un po’ il pop. È stato difficile per noi farci riconoscere come gruppo, abbiamo lottato molto, con i discografici, con i live, con il pubblico. Ci penso ancora sai, e quindi non saprei cosa consigliare ai giovani artisti. Sembra che per un certo di tipo di musica non venga mai il momento giusto. E questo è logorante. Magari consiglierei loro di essere consistenti, di badare alle canzoni, ai testi, a ciò che si vuole raccontare. Dare il tempo alla tua vita di depositare quello che è il materiale giusto. Non avere troppa fretta, non bruciare tutto, ma allo stesso tempo di non preservarsi troppo.

CS Non posso fare a meno di chiedertelo: prima abbiamo sentito, sorpresi è dir poco, la cover forse che meno di tutte ci saremmo aspettati nel sound check. Ma quest’amore per Katy Perry quand’è nato?
TC Guarda rientra nel discorso del volerci un po’ discostare dall’essere sempre è solo artisti di nicchia. È una roba pop, è divertente. Perché quando sei vecchio non te ne frega più nulla dicono, e il pop per noi è questa cosa qua. Quando eravamo giovani eravamo più integralisti. Il pop è bello, è leggero. E non è detto che una roba bella debba essere per forza non intelligente, così come una bella ragazza. E noi abbiamo voglia di giocare con questa idea di pop. Uscire dalla scatola del “gruppo intelligente, ma sottovalutato”, che palle! Ma bruciamoci! Se vai con una buona canzone va bene, non importano le etichette. Perché in Italia ci facciamo troppe paranoie, siamo troppo manicheistici. Non voglio certo dire che abbiamo intenzione di cantare così qualcosa di stupido, ma continuare con la stessa sensibilità, ma in chiave più leggera.

CS Sicuramente molto coraggiosa come idea. E qual è invece il tuo rapporto con la tecnologia e i nuovi mas media?
TC Facebook, i social network in generale, la tv, la tecnologia. Sembra andare tutto così velocemente, troppo. Si continua a cambiare le scatole in cui si mettono le cose, e alla fine si finisce per non trovare più nulla, e non sapere nemmeno così si stava cercando. Bisognerebbe fermarsi un po’. La chiave per il futuro credo che sia capire quale siano le cose veramente importanti da fare. Quando sia il tempo giusto per fare le cose a cui teniamo, e trovarlo quel tempo. Non bruciare tutto. Perché se si brucia presto tutto quanto, quando bruciano te, non hai tempo di salvarti. Usare noi i mezzi, e non farci usare. Non lasciarci distrarre, sempre.

CS Parlando dei vostri album, “Del nostro tempo rubato”, che è uno dei miei preferiti tra parentesi, tratta molto della tematica sociale. Ad esempio prendiamo la canzone che dà il titolo all’album. Parla del lavoro logorante e degradante nelle fabbriche. Secondo te oggi, cos’è che logora l’Italia? (Dopo un’iniziale faccia titubante di Tommaso, aggiungiamo con un sorriso.) Tra tutte le cose, cos’è che logora di più l’Italia secondo te?
TC (dopo un po’ di tempo) Bhè, mi vengono in mente tante cose, credo che ci sia essenzialmente un grosso problema di meritocrazia. Se guardi a cosa succede oggi nella musica in Italia. Prendi Sanremo, è lo specchio di cos’è l’Italia oggi. Noi abbiamo sempre provato a partecipare, senza farne mistero. Non pensiamo sia il punto di arrivo, ne tantomeno lo boicottiamo. Prendi La Crus, i Marlene Kuntz, che ci son arrivati quasi a cinquant’anni. Hanno fatto entrambi prima moltissime cose egregie, eppure lì non son stati apprezzati. E questo è ridicolo. È logorante, per la nostra generazione e soprattutto per la vostra. Prendi questa cosa dell’art.18, vogliamo…

CS Vogliamo parlare di politica?
TC E parliamone! Ci troviamo di fronte ad uno scontro generazionale! (e qui si toglie la giacca, infervorato dall’argomento.) E’ una cosa schizofrenica che un padre, chieda alla società e al figlio di manifestare per lui, per il suo posto di lavoro, impedendo al figlio di prendere il posto che gli spetta nel mondo e facendolo rimanere a casa, mentre il padre usa il suo salario per finanziare un futuro del figlio che chissà quando avrà luce. È un circolo vizioso secondo me. Ti faccio l’esempio: io ho manifestato tante volte per la causa dei metalmeccanici, ma uno di loro ha mai manifestato per il futuro del proprio figlio destinato alla precarietà e alla assoluta immobilità? E questo lo dico con tutta la massima solidarietà, mio fratello stesso ha fatto per anni l’operaio. Infatti la canzone è appunto un dialogo tra due fratelli, uno musicista e l’altro operaio. Io guarda ho la presunzione di essere contento, perché per lo meno oggi si è usciti da quella fase in cui stavamo sotto quella specie di monarca Berlusconi e della sua corte. Sono propositivo, io penso che l’Italia oltre che essere un paese logorato, è un paese che riflette, che cerca di capire.
Ricordando infatti che nella canzone c’è un verso che dice “perfino il rock ti scava rughe sulla faccia”, che mi ha sempre molto colpito. Mi sembra proprio a voler dire che, seppur a livello diversi, soffriamo tutti di questa stessa tremenda immobilità.
Guarda per gettare un po’ di ironia sul tutto, ti dico che questa frase mi viene spesso rinfacciata dalla mia famiglia perché mi dicono che sono un cialtrone, e figurati se la musica mi ha invecchiato! Mi dicono: “Ma vai a lavorare, noi che lo facciamo veramente!” (dice ridacchiando.)

CS Per rincuorarti ti dico, che io amo quel verso. Ed, ormai a fine intervista te lo posso dire, è una cosa ben poco professionale, ma la mia sveglia la mattina è una vostra canzone “Buongiorno Buonafortuna”.
TC La mia per un periodo invece è stata Un-happy song, che in realtà è una canzone molto gioiosa, a discapito del titolo. Ma poi l’ho persa, cambiando cellulare, e cose così. Poi ne ho avute numerose altre. Ma sai sono davvero felice, che una nostra canzone sia la tua sveglia. Cioè è stata scritta con quell’intento. È davvero una bella soddisfazione!

CS Ad intervista oramai conclusa, non riusciamo più a scollarci dalle poltrone della Locanda Atlantide, intrattenuti dalla verve di Tommaso, restiamo a chiacchierare come quattro buoni amici, quando non manca poi molto al concerto, e durante la chiacchierata gli chiediamo di getto: Tu suoni ormai da tantissimo, tempo. Ma, sinceramente, con la musica si campa?
TC No. (risponde subito) Si sopravvive, a tratti. Quando ci sono i live, i concerti, ma poi quando finiscono si ritorna punto e d’accapo. Noi abbiamo tutti famiglia e figli. E davvero senza di loro non saremmo riusciti ad arrivare fino a qui. E non ti nascondo che tutti noi facciamo anche altri lavori, se no, non riusciremo davvero ad arrivare a fine mese. Io ho avuto il secondo figlio da poco, la mia compagna è un insegnante e per fortuna c’è il suo reddito fisso. Poi il bambino ha dormito pochissimo, e io per star dietro alle “criature”, ho messo un po’ da parte la mia musica. Vabbè ora smetto, se no vi faccio una testa così e non mi sopportate più! (poi invogliato a parlare continua, con tono pacato, anche se un po’ scoraggiato.)
Il problema vero è riuscire a trovare un equilibrio, tra la tua vita, l’essere padre, avere delle responsabilità, una famiglia ed essere un musicista. Ormai non riusciamo nemmeno più a provare la sera, siamo troppo stanchi. Cerchiamo di lavorare il più possibile. Accettiamo qualsiasi live, cerchiamo di dare il meglio, e suonare non solo per noi, ma soprattutto per le nostre famiglie, perché è denaro, è brutto dirlo, ma serve. È passata ormai l’età dell’approccio ideologico, o almeno di quello più integralista. Abbiamo un nuovo accordo, non ve ne parlo per scaramanzia, ma è qualcosa di nuovo e grande per noi. C’è dietro un anno intero di lavoro, e ne abbiamo bisogno per crederci ancora, anche economicamente è certo. Perché siamo arrivati ad una specie di bivio. Dobbiamo decidere se poter ancora suonare come adesso, o dover solo lavorare e pensare alla famiglia, e far diventare la nostra vita, la musica, come un hobby da coltivare nel weekend.

E dopo questo lungo e toccante discorso finale ci congediamo da Tommaso, e lo lasciamo andare a prepararsi per il live, perché davvero si è fatto tardi. Usciamo fuori dalla Locanda, tutti un po’ pensosi e pieni di riflessioni sul lato terreste ed umano della musica, raro e prezioso da svelare, emerso durante l’intervista, che un grande artista come Tommaso ci ha regalato.

Piccola nota a margine, alla fine i Perturbazione l’hanno cantata Buongiorno Buonafortuna.
L.L. 

PERTURBAZIONE
Sito Ufficiale
Facebook
MySpace
Twitter
LastFM

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *