Porcelain Raft | Microclimate

Porcelain Raft è Mauro Remiddi, al suo terzo disco con questo moniker. Cresciuto a Roma, ha vissuto a Londra e New York e ora ci regala questo piccolo gioiello da Los Angeles. L’album, uscito il 3 febbraio e distribuito negli USA dalla Volcanic Field, etichetta da lui fondata, in Italia è firmato Factory Flaws.

Sognate pure, abbandonatevi. Non ci vorrà molto. Quaranta minuti e il vostro corpo, come in un processo fisico, passerà ad uno stato di rarefazione. Microclimate, come il suono della neve -perché la neve ha un suono- si poggerà sul vostro microcosmo e vi porterà lontano. Ma sarà un inverno caldo, dolcemente malinconico, una stagione che col suo sound ovattato vi proteggerà e accompagnerà nel viaggio, onirico e fisico, che farete ascoltando. E non è un caso che proprio un viaggio tra le Barbados, Bali e Big Sur (California Centrale), abbia ispirato questo disco, alla riscoperta del contatto vero con la natura, alla ricerca dell’innocenza e dell’ingenuità, concetti troppo puri per questo stupido mondo nuovo.

«Like a tiny whisper, like a distant shore/ Coming out from nowhere, from millions years ago/ I never felt like this before, sea lions under the sun/ Shapes and colors from heaven, melting into one»

Il disco si apre così, venendo da nessun luogo e, passando per la natura, arrivando a sé stessi. La prima traccia, “The Earth Before Us”, sembra suggerire che ci sia da aspettare prima di essere trasportati in un’altra dimensione e invece a nemmeno metà pezzo la storia già si apre con dei cori che faranno da texture poetica all’intero brano e a gran parte dell’album. Il timbro di Remiddi, poi, è particolarissimo. Dicono che se chiudi gli occhi e ascolti un uomo e poi una donna cantare la stessa nota, sapresti dire subito, pur non vedendo, chi dei due è l’uomo e viceversa. In questo caso non funzionerebbe, e quant’è bella la sua voce asessuata.

Arriviamo al secondo brano -il singolo che ha preceduto l’uscita del disco- “Distant Shore”: tre minuti di estasi sonora che ci travolgono. Strizza l’occhio ai Beach House ma non ve li farà affatto rimpiangere, come in tutto il disco le drum machines non vi faranno rimpiangere la presenza di una batteria “vera”. “Big Sur” (tra le tappe del suo viaggio) è una sorta di manifesto della poetica di Microclimate e ci “spiega” quanto sia vero che per Remiddi -che lavora anche con la danza, il teatro e il cinema- i suoni sembrano venire più da una percezione visiva che sonora. Altra cosa che colpisce è la conclusione dei pezzi. La fine, come l’inizio, si sa, è la cosa più difficile. Ma lui non sbaglia mai, non delude mai: quasi tutti i brani non sfumano né finiscono. Piuttosto sembra che si spengano naturalmente, come se non potessero chiudersi in nessun altro modo. Ugualmente le linee vocali, tutt’altro che scontate, sembrano venir fuori quasi inevitabilmente, come se i suoni non potessero suggerirne altre. E direi che la naturalezza e la spontaneità, tra gli obiettivi del suo viaggio, Remiddi le ha già in pugno.

In quasi tutto il disco il suono pulito delle tastiere s’incastra perfettamente con riverberi e suoni campionati, come in “Rolling Over” in cui, dopo tre minuti, un piano caldo e avvolgente sembra sgonfiarsi per poi subito riempirsi e preparare il definitivo, meraviglioso esplodere del brano. Percussioni quasi mute, soffocate e che, come la voce, arrivano da sempre più lontano, richiamano in “Rising” atmosfere alla Sigur Ros in un crescendo che stupisce. E a quel punto, anche se sei in metro con due cuffie del cavolo, in mezzo a gente a caso, ti sembrerà di essere sotto al palco, attraversato da quei suoni che si confondono con le luci del live. In “Bring Me To The River” la sezione ritmica e la chitarra susciterebbero l’invidia dei Flaming Lips che l’avrebbero voluta come traccia perfetta per il loro The Soft Bullettin, mentre più avanti qualcosa ci fa pensare ai Radiohead (“Accelerating Curve”o le linee vocali in “Kookaburra”).

“The Poets Were Right”consiglio di guardare il video e di vivere ogni tanto a testa in giù- è una ninna nanna che curerà le nostre ferite col suo suono essenziale. Qui loop ed effetti sono meno predominanti, ma veniamo trascinati comunque via da dove siamo, quasi a ricordarci che parlare di electro-pop o di dream-pop, come dare qualunque etichetta, sarebbe riduttivo perché Mauro Remiddi è anche, e prima di tutto, un Cantautore. E ci fa un regalo, aggiungendo alla versione italiana del disco una dodicesima traccia “A Fever That I Know”. Noi lo ringraziamo mettendo Microclimate nel cassetto delle cose preziose di questo 2017 appena iniziato.

«All’improvviso, con questo nuovo album, ci sono» dice l’autore. E anche noi ci siamo e, come lui racconta attraverso il disco, siamo solo una piccola parte della vastità del mondo che è più grande e ricco del nostro piccolo disperarci per cazzate, sentimenti, delusioni.

Maria Grazia Marsico

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